Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 133 codice penale: Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del reato (1), desunta:

1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione (2);

2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato (3);

3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa (4).

Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere (5) del colpevole, desunta:

1) dai motivi a delinquere (6) e dal carattere del reo (7);

2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato (8);

3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato (9);

4) delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

Commento

(1) Gravità del reato (comma 1) e capacità a delinquere (comma 2), così come articolate nei singoli criteri fattuali di commisurazione della pena, costituiscono i due generali parametri di riferimento, utilizzati dal giudice nell’esercizio del potere discrezionale di cui all’art. 132 [v. →].

(2) Il primo degli indici fattuali di valutazione della gravità del reato si incentra sul disvalore dell’azione criminosa: la durata della condotta tipica nei reati permanenti, ovvero le particolari condizioni di clandestinità dell’arma nel porto illegale, costituiscono altrettanti esempi di ponderazione della gravità del fatto criminoso basata sulla disposizione in commento.

(3) La gravità del danno o del pericolo concerne l’offesa tipica, la lesione, cioè, del bene giuridico protetto dalla norma.

(4) Il giudizio di rimproverabilità del fatto varia al variare dell’intensità del dolo; e ciò in virtù: a) del grado di adesione volontaristica dell’agente al fatto criminoso (distinguendosi, in tal caso, tra dolo intenzionale e dolo eventuale [v. 43]); b) del grado di complessità del processo deliberativo (che permette di distinguere tra dolo d’impeto, nel quale la decisione di commettere il reato sorge improvvisa e viene immediatamente eseguita; dolo di proposito, nel quale un consistente lasso temporale intercorre tra la formulazione del proposito e la sua attuazione; e dolo di premeditazione, nozione controversa, che figura come circostanza aggravante nell’omicidio e nelle lesioni personali [v. 577]); c) del grado di consapevolezza del disvalore penale del fatto.

Quanto alla colpa, la sua graduazione tiene conto: a) del livello di previsione (colpa cosciente) o di prevedibilità (colpa incosciente) dell’evento criminoso [v. 43]; b) del grado di esigibilità del modello comportamentale dovuto dall’agente.

(5) I sostenitori della natura retributiva della pena (v. Libro I, Titolo III , Capo I) proiettano la capacità a delinquere nel passato: in quanto «attitudine al crimine commesso», essa esprimerebbe il grado di morale partecipazione (e dunque di responsabilità) per il fatto delittuoso così come realizzato. Altri autori proiettano nel futuro la ponderazione della capacità criminale, che, sulla base di un giudizio prognostico-preventivo, è definita «attitudine a commettere nuovi reati».

Una proposta interpretativa ne articola, infine, l’operatività in una duplice prospettiva: nel passato, in funzione diagnostico-retributiva; e nel futuro, in chiave prognostico-preventiva.

Un’interpretazione costituzionalmente orientata ha come punto di partenza obbligato la centralità della funzione rieducativa della pena (art. 27, c. 3, Cost.): in questa prospettiva la capacità a delinquere è necessariamente orientata verso il futuro, poiché implica l’obbligo per il giudice di dosare la pena, in chiave special-preventiva, tenendo conto unicamente delle finalità di reinserimento sociale del reo [v. sent. Corte Cost. 26-6-1990, n. 313].

(6) Nella ponderazione della capacità a delinquere, il giudice terrà conto innanzitutto degli impulsi di natura psichica che, operando nella categoria degli «affetti» (avidità, altruismo, amor di patria, gelosia, desiderio di vendetta etc.) dirigono l’agire dell’uomo, risultando ora pienamente presenti alla sua coscienza (si parla, in tal caso, di motivi consapevoli), ora mascherati da processi psicoanalitici di autogiustificazione (i cd. motivi inconsci). La rilevanza di questi ultimi nel procedimento di commisurazione giudiziale della pena è da taluno ritenuta dubbia, in quanto non potrebbe considerarsi competente il magistrato a emettere giudizi su pulsioni non manifeste della psiche.

Le cause psichiche dell’agire umano sono suscettibili di giudizi di riprovevolezza ovvero di apprezzabilità sociale. I motivi, pertanto, sono, di volta in volta, qualificati — e ai fini del trattamento sanzionatorio, diversamente valutati — come nobili o antisociali, dotati di maggiore o minore intensità (anche sotto il profilo della permanenza temporale), idonei oppure no, secondo diversi parametri di efficienza propulsiva, a determinare l’uomo nella sua azione criminosa.

(7) Il carattere del reo è nozione che rinvia alle diverse componenti della personalità umana: biologiche, etiche, psichiche. Il riferimento normativo, secondo alcuni autori, riguarderebbe esclusivamente i profili innati della personalità (rientrando, invece, più propriamente, le componenti socio-ambientali nella previsione dell’art. 133, c. 2, n. 4). Altri sottolineano, di contro, il contenuto dinamico del carattere umano, in quanto risultante dall’interazione tra temperamento e fattori ambientali.

(8) La vita e la condotta del reo antecedenti al reato costituiscono significativi indici della sua attitudine al crimine. Come ha chiaramente evidenziato la Corte di Cassazione, «gli elementi di valutazione per la quantificazione della pena da irrogare possono essere tratti liberamente da condotte e situazioni diverse da quelle strettamente inerenti al reato». A parte le generiche manifestazioni di devianza (es.: alcolismo), vengono qui in rilievo: a) i precedenti giudiziari (es.: provvedimenti di interdizione o inabilitazione; dichiarazioni di fallimento etc.); b) i precedenti penali (es.: condanne pregresse; controversa è, invece, la valutabilità delle sentenze di proscioglimento per amnistia propria).

(9) La capacità a delinquere si desume, altresì, dal comportamento precedente (una lunga esitazione prima del delitto è indice di una minor riprovevolezza dell’agire criminoso), contemporaneo (atteggiamento, ad esempio, particolarmente cinico nella perpetrazione di un delitto contro la persona), o successivo alla commissione del reato (es.: comportamento processuale di collaborazione del reo).

Pur operando un’analitica descrizione degli indici fattuali di commisurazione della pena, l’art. 133 tace sui criteri finalistici, che a quegli indici risultano sottesi. Trattandosi di concetti polivalenti, è, invece, indispensabile chiarire se gravità del fatto e capacità a delinquere vadano interpretate in chiave retributiva (in conformità alla teoria per cui la pena è il corrispettivo del male commesso), ovvero specialpreventiva (la sanzione avrebbe, allora, la funzione di eliminare o attenuare il rischio di ricadute nel reato). E ciò al fine di evitare esiti applicativi discordanti. Così, ad esempio, il delitto perpetrato da un pubblico amministratore meriterebbe un trattamento sanzionatorio più severo sotto il profilo della retribuzione, ma non anche in funzione specialpreventiva, per le scarse probabilità di recidiva (conseguenti anche al meccanismo delle interdizioni).

Il dibattito in dottrina è apertissimo. Un’interpretazione costituzionalmente orientata, avallata talvolta dalla stessa giurisprudenza di legittimità, propone di collegare retribuzione e gravità del reato, da una parte; specialprevenzione e capacità criminale, dall’altra (v. nota 5). L’art. 27 Cost. (articolandosi nei principi di colpevolezza e finalismo rieducativo della pena) svolge, in questo senso, una funzione ordinante ineludibile: una volta fissata la pena tenendo conto esclusivamente della gravità del reato (in ossequio al principio costituzionale di responsabilità colpevole, e privilegiando, pertanto, tra gli indici fattuali di commisurazione, l’intensità del dolo e la gravità della colpa), solo in seconda istanza le esigenze di specialprevenzione (derivabili dall’art. 27, c. 3, Cost.) consentiranno di dosare il trattamento sanzionatorio in funzione risocializzante (e questa volta solo in senso favorevole al reo), tenendo conto degli indici fattuali della capacità a delinquere.

Giurisprudenza annotata

Gravità del reato

Il giudice dell'esecuzione può rideterminare la sanzione rivalutando i criteri previsti dall'art. 133 c.p. in presenza della dichiarazione di incostituzionalità della norma che prevedeva il reato anche nel caso si tratti di sentenza di patteggiamento, con il solo limite che la rideterminazione della sanzione avvenga in senso riduttivo. (Nel caso di specie, si trattava di trasporto con altri soggetti di 4 kg di hashish e di vendita di 1,5 kg di hashish: il giudice dell'esecuzione, considerata la dichiarazione di incostituzionalità della Legge Fini- Giovanardi che aveva parificato la sanzione per ogni tipologia di sostanza stupefacente, rideterminava la sanzione applicando le circostanze attenuanti generiche con un incidenza minore rispetto a quanto aveva stabilito il giudice di merito).

Ufficio Indagini preliminari Rovereto  25 febbraio 2015

 

Il giudice dell'esecuzione che ridetermina la pena del reato per la dichiarazione di incostituzionalità della norma che lo prevedeva facendo rivivere la norma antecedente, può valutare con discrezionalità i criteri per la determinazione della sanzione previsti dall'art. 133 c.p. non dovendo attenersi al mero calcolo matematico secondo i principi applicati in precedenza dal giudice di merito. (Nel caso di specie, si trattava di trasporto con altri soggetti di 4 kg di hashish e di vendita di 1,5 kg di hashish: il giudice dell'esecuzione, considerata la dichiarazione di incostituzionalità della Legge Fini- Giovanardi che aveva parificato la sanzione per ogni tipologia di sostanza stupefacente, rideterminava la sanzione applicando le circostanze attenuanti generiche con un incidenza minore rispetto a quanto aveva stabilito il giudice di merito).

Ufficio Indagini preliminari Rovereto  25 febbraio 2015

 

In tema di violenza sessuale, la circostanza attenuante prevista dall'art.609 quater c.p. per i casi di minore gravità deve considerarsi applicabile, al pari dell'omologa prevista dall'art. 609 bis, comma 3 stesso codice, soltanto in tutte quelle fattispecie in cui, avuto riguardo ai mezzi, alle modalità esecutive ed alle circostanze dell'azione, sia possibile ritenere che la libertà sessuale, personale della vittima sia stata compressa in maniera non grave, ed implica la necessità di una valutazione globale del fatto, non limitata alle sole componenti oggettive del reato, bensì estesa anche a quelle soggettive ed a tutti gli elementi menzionati nell'articolo 133 c.p. (esclusa, nella specie, l'applicabilità dell'attenuante, atteso che la condotta posta in essere dall'imputato non era stata occasionale o sporadica, ma si era protratta per un lasso di tempo non esiguo e l'invasività degli atti avevano compromesso la libertà sessuale della minore in modo non lieve, danneggiando il normale sviluppo sessuale della stessa).

Cassazione penale sez. IV  13 febbraio 2015 n. 8532  

 

In tema di valutazione della gravità del reato agli effetti della pena ex art. 133 c.p., la circostanza per cui un soggetto intenda rendersi irriconoscibile all'accertamento mediante impronte dattiloscopiche è indice del proposito, in capo allo stesso, di compiere un'azione illecita senza lasciare traccia alcuna o, comunque, dell'avvenuto compimento di un'azione siffatta, con il fine di impedire l'identificazione nel caso di intervento della polizia giudiziaria. (Fattispecie in cui le imputate presentavano le estremità dei polpastrelli ricoperte di materiale colloso, che ne aveva reso più difficile l'identificazione).

Tribunale Perugia  02 febbraio 2015 n. 5  

 

Il combinato disposto degli artt. 86 D.P.R. n. 309 del 1990, 5 e 19, comma 2, lett.d) d. lg. n.286/98, interpretato in relazione all'art.30, comma 1, Cost., vieta che il giudice possa applicare la misura di sicurezza dell'espulsione nei confronti dello straniero nel periodo di gravidanza della moglie convivente ovvero entro i sei mesi successivi alla nascita del figlio, in questo secondo caso indipendentemente dalla convivenza e dal rapporto di coniugio; in conformità alla norma interposta dell'art.8 CEDU in relazione all'art.117 Cost., il principio secondo il quale le norme che disciplinano la valutazione di pericolosità sociale quale presupposto fondante l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione devono essere applicate senza tralasciare l'esame comparativo, con gli altri criteri di valutazione indicati dall'art.133 c.p. della condizione familiare dell'imputato, ove ritualmente prospettata.

Cassazione penale sez. IV  25 novembre 2014 n. 50379  

 

Ai fini dell'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero ex art. 86 d.P.R. n. 309 del 1990, per la avvenuta commissione di reati in materia di stupefacenti, è necessario non solo il previo accertamento della sussistenza in concreto della pericolosità sociale del condannato, in conformità all'art. 8 Cedu in relazione all'art. 117 cost., ma anche l'esame comparativo della condizione familiare dell'imputato, ove ritualmente prospettata, con gli altri criteri di valutazione indicati dall'art. 133 c.p., in una prospettiva di bilanciamento tra interesse generale alla sicurezza sociale ed interesse del singolo alla vita familiare. (Annulla in parte con rinvio, G.i.p. Trib. Ascoli Piceno, 12/12/2013)

Cassazione penale sez. IV  25 novembre 2014 n. 50379  

 

In seguito alla dichiarazione di illegittimità costituzionale degli art. 4 bis e 4 vicies ter d.l. 30 dicembre 2005 n. 272, conv., con modificazioni, in l. 21 febbraio 2006 n. 49, il trattamento sanzionatorio più mite previsto per gli illeciti concernenti le cd. "droghe leggere" dalla formulazione dell'art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309 precedente alle modifiche apportate dalle disposizioni dichiarate costituzionalmente illegittime, comporta una rideterminazione della pena in sede esecutiva, vincendo la preclusione del giudicato. Il giudice dell'esecuzione dovrà peraltro provvedere a rideterminare la pena nel rispetto dell'accertamento del fatto compiuto in sentenza, sia con riferimento agli elementi costitutivi del reato che al riconoscimento delle circostanze e del loro bilanciamento, trattandosi di questioni che non possono essere rimesse in discussione in sede esecutiva. In merito alla determinazione della pena base, l'applicazione di una diversa norma con differenti limiti edittali di pena, impone un nuovo ed autonomo esercizio, da parte del giudice, del potere discrezionale previsto dall'art. 133 c.p.

Ufficio Indagini preliminari Rovereto  02 ottobre 2014

 

Per il reato di guida in stato di ebbrezza, nella irrogazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente, pur rilevando i parametri previsti dall'art. 133 c.p., assume carattere preminente la finalità retributiva connessa alla gravità della violazione; pertanto, deve ritenersi immune da censure la sentenza con la quale, nonostante il riconoscimento delle attenuanti generiche, viene applicata la sospensione della patente di guida per una durata superiore al minimo edittale.

Cassazione penale sez. IV  18 settembre 2014 n. 41986  

 

Il giudizio sulla recidiva sfugge a qualsivoglia automatismo (salvo che per la recidiva obbligatoria ex art. 99, comma 5, c.p.), giacché non riguarda l'astratta pericolosità del soggetto o un suo status personale svincolato dal fatto reato (sezioni Unite, 24 febbraio 2011, Pg appello Genova in proc. Indelicato). Infatti, il riconoscimento e l'applicazione della recidiva, quale circostanza aggravante, postulano "la valutazione della gravità dell'illecito commisurata alla maggiore attitudine a delinquere manifestata dal soggetto", idonea a incidere sulla risposta punitiva - sia in termini retributivi che in termini di prevenzione speciale - quale aspetto della colpevolezza e della capacità di realizzazione di nuovi reati, soltanto nell'ambito di una relazione qualificata tra i precedenti del reo e il nuovo illecito da questo commesso, che deve essere concretamente significativo - in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti, e avuto riguardo ai parametri indicati dall'art. 133 c.p. - sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo. Pertanto, per ritenere e applicare la recidiva il giudice deve motivatamente spiegare, con riguardo alla nuova azione costituente reato, la sua idoneità a manifestare una più accentuata colpevolezza e una maggiore capacità a delinquere, in relazione alla natura e ai tempi di commissione dei precedenti, così da giustificare l'aumento di pena. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che il giudice correttamente avesse riconosciuto la recidiva, avendo la Corte di appello motivatamente condiviso la determinazione del primo giudice, valorizzando la gravità dei fatti incriminati, ritenuti dimostrativi, per la qualità e la quantità della droga, di "apertura di contatti con ambienti criminali").

Cassazione penale sez. IV  15 luglio 2014 n. 34261  



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