Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015

Art. 157 codice penale: Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere

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Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015



La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria(1) (2).

Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza tener conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell’aumento per le circostanze aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante.

Non si applicano le disposizioni dell’articolo 69 e il tempo necessario a prescrivere è determinato a norma del secondo comma (3).

Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.

Quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applica il termine di tre anni (4).

I termini di cui ai commi che precedono sono raddoppiati per i reati di cui agli articoli 449, 589, secondo e terzo comma, e 589bis, nonché per i reati di cui all’articolo 51, commi 3bis e 3quater, del codice di procedura penale (5). I termini di cui ai commi che precedono sono altresì raddoppiati per i delitti di cui al titolo VI bis del libro secondo, per il reato di cui all’articolo 572 e per i reati di cui alla sezione I del capo II del titolo XII del libro II e di cui agli articoli 609bis, 609quater, 609quinquies e 609octies, salvo che risulti la sussistenza delle circostanze attenuanti contemplate dal terzo comma dell’articolo 609bis ovvero dal quarto comma dell’articolo 609quater (6) (7).

La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato (8).

La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti (9) (10).

Commento

Delitto: [v. 39]; Contravvenzione: [v. 39]; Circostanze: [v. Libro I, Titolo III, Capo II].

Prescrizione: costituisce una rinunzia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva in considerazione del tempo trascorso.

(1) Art. così sostituito ex l. 5-12-2005, n. 251 (art. 6, c. 1). Il testo previgente così disponeva:«157. Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere. — La prescrizione estingue il reato:

1) in venti anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni; 2) in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a dieci anni;

3) in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a cinque anni;

4) in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa;

5) in tre anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’arresto;

6) in due anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’ammenda.

Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo di pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti.

Nel caso di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti si applicano anche a tale effetto le disposizioni dell’articolo 69.

Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.

(2) La sostituzione della norma in commento si inquadra nel novero di un complesso di modifiche legislative, operate dalla l. 251/2005, finalizzate al perseguimento di due obiettivi primari:

1) la realizzazione di un rigoroso «giro di vite» nel trattamento penale sostanziale e procedurale dei recidivi, soprattutto di coloro cui venga contestata la recidiva reiterata, di cui all’art. 99, comma 4 c.p.; 2) la riscrittura delle regole di calcolo della prescrizione, diretta alla creazione di parametri sicuri ed oggettivi di determinazione del tempo necessario ad estinguere, per tal via, il reato, eliminando le incertezze del vecchio sistema, troppo legato a valutazioni meramente discrezionali dell’organo giudicante.

In particolare, se in virtù di quanto disposto dal «vecchio» art. 157 c.p., a ciascun termine era associato uno scaglione nel quale la sanzione di riferimento era determinata in modo generico (es. un tot termine per i delitti punibili con la reclusione non inferiore a dieci anni, un altro per quelli punibili con la reclusione inferiore a cinque anni etc.), la qual cosa comportava che venissero accomunate dal medesimo termine-base di prescrizione fattispecie radicalmente diverse sotto il profilo del disvalore penale, data l’ampiezza dei margini di ciascuna fascia di appartenenza (es. nello scaglione dei delitti prescrivibili in dieci anni rientravano tutti quelli aventi una sanzione massima compresa fra cinque ed oltre nove anni), con il nuovo sistema, ciascuna fattispecie di reato ha un proprio termine-base di prescrizione, coincidente con la pena edittale massima stabilita dalla legge, pur se, onde evitare che le fattispecie di reato a carattere «bagatellare» fossero associate a termini di prescrizione eccessivamente bassi, si è determinato un minimo temporale, pari a sei anni in caso di delitto e quattro anni in caso di contravvenzione, anche se trattasi di reati punibili con la sola pena pecuniaria. Proprio la previsione di tale limite minimo, peraltro, produce, quale effetto indiretto, un incremento del termine di prescrizione per delitti e contravvenzioni punibili con la sola multa o la sola ammenda. Se, infatti, la disciplina ante-riforma sanciva, per tali reati, un termine, rispettivamente, di cinque e due anni, per le medesime fattispecie trova, ora, applicazione il termine-base anzidetto, dunque più elevato del previgente, la qual cosa, lungi dall’avere un fondamento logico-giuridico, è l’evidente frutto di una «distrazione» del legislatore. Rinviando sul punto a quanto si dirà sub nota (7), si anticipa, inoltre, in questa sede che, con la riscrittura dell’art. 157 si è esclusa espressamente l’estinguibilità del reato per prescrizione in relazione ai reati punibili con l’ergastolo, anche se tale sanzione consegua all’applicazione di circostanze aggravanti (si pensi all’omicidio aggravato dalla sussistenza della premeditazione). L’effetto più eclatante (nonché oggetto di maggior dibattito in dottrina e negli ambienti giudiziari) dell’applicazione di tali nuovi criteri è la sostanziale riduzione del tempo necessario a prescrivere per un’ampia serie di reati, i cui deleteri effetti sui procedimenti in corso hanno indotto il legislatore ad introdurre una opportuna disciplina transitoria, per il cui sintetico esame si rinvia a quanto si dirà sub nota (8).

(3) La disciplina di calcolo della prescrizione è mutata anche per il caso in cui il reato, di cui si debba valutare l’eventuale estinzione per decorso del tempo, sia circostanziato. Mentre, infatti, col previgente sistema, si doveva aver riguardo, in presenza di aggravanti, all’aumento massimo di pena, ed in presenza di attenuanti, alla diminuzione minima di pena, con il nuovo metodo di calcolo non si tiene conto delle circostanze, pur se si pone una deroga a tale regola generale, per il caso in cui sussistano aggravanti autonome oppure ad effetto speciale (a titolo esemplificativo, la recidiva reiterata, attesa la natura di circostanza aggravante ad effetto speciale, rileva ai fini del computo del termine di prescrizione, come sostenuto da Cass. 6-10- 2010, n. 35852 Peraltro, quando il giudice abbia escluso, anche implicitamente, la circostanza aggravante della recidiva, non ritenendola in concreto espressione di una maggiore colpevolezza o pericolosità sociale dell’imputato, la predetta circostanza deve ritenersi ininfluente anche ai fini del computo del tempo necessario a prescrivere il reato, a nulla rilevando che la concessione delle circostanze attenuanti generiche sia stata negata valorizzando i precedenti penali dell’imputato, come sostenuto da Cass. 7-12- 2015, n. 48293). Si definiscono circostanze autonome (rientranti nel genus delle circostanze ad efficacia speciale) quelle la cui sussistenza comporta l’applicazione di una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato. Sono, invece, circostanze ad effetto speciale quelle che comportano una variazione di pena superiore ad un terzo (si pensi all’aggravante dell’impiego di armi nella rapina, comportante l’applicabilità della reclusione da quattro anni e sei mesi a venti anni e della multa da milletrentadue euro a tremilanovantotto euro, in luogo della sanzione prevista per la fattispecie-base, consistente nella reclusione da tre a dieci anni e nella multa da cinquecentosedici euro a duemilasessantacinque euro). In presenza di tali tipologie circostanziali, si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante. Ulteriore elemento di novità disciplinare è rappresentato dal caso in cui si configuri, nel fatto, un concorso eterogeneo di circostanze. Mentre, infatti, la previgente disciplina consentiva di applicare le regole sul concorso di circostanze di cui all’art. 69 (la qual cosa, sostanzialmente, rimetteva alla discrezionalità del giudice, esercitata nelle valutazioni relative al bilanciamento circostanziale, la determinazione del termine prescrizionale applicabile al caso concreto, con conseguente possibilità, per il medesimo giudice, di incidere non solo sulla gravità, ma anche sull’esistenza stessa del reato), il riscritto art. 157 esclude espressamente l’applicabilità delle regole dell’art. 69, rinviando ai meccanismi appena sopra delineati la determinazione del tempo necessario a prescrivere in presenza di situazioni circostanziali.

(4) Ulteriore elemento di novità disciplinare, evincibile dal riformulato art. 157, è la previsione di un termine-base di prescrizione di appena tre anni (dunque, inferiore al termine minimo di «garanzia» previsto per le fattispecie di reato bagatellari), per il caso in cui trattasi di reato punibile con sanzioni diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria. È il caso dei reati attribuiti alla competenza penale del giudice di pace sanzionabili con le pene «alternative» della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità. Nella particolare snellezza e celerità del procedimento innanzi a tale giudice onorario, funzionale all’irrogazione delle sanzioni «alternative», è individuabile il fondamento della speciale esiguità di tale termine di prescrizione. In uno dei primi commenti alla riforma, peraltro, si è correttamente osservato che talune fattispecie di minor gravità, attribuite alla competenza del giudice di pace, restano punibili con la sola pena pecuniaria, con conseguente applicabilità di un termine prescrizionale più lungo (il termine minimo di cui si è detto in precedenza) per reati meno gravi, e più breve (appena tre anni) per reati più gravi (punibili, appunto, con le sanzioni alternative anzidette), con il conseguente emergere di profili di illegittimità costituzionale di tale aspetto del neointrodotto sistema (in tal senso CREMONESI ).

(5) La previsione dispone che, per talune figure criminose di particolare gravità, fra le quali la tratta di persone, l’associazione per delinquere di stampo mafioso, il sequestro di persona a scopo estorsivo, i delitti con finalità di terrorismo,

ed altri ricavabili sempre dalla lettera dell’art. 51, commi 3bis e 3quater del codice di procedura penale, il tempo necessario ad estinguere il reato per prescrizione sia doppio rispetto a quello ricavabile dai criteri di calcolo anzidetti.

Se il fondamento della prescrizione è da individuarsi sia nell’incapacità di condanne troppo lontane dalla commissione del fatto a fungere da riaffermazione e convalida del precetto penale violato, quando nella collettività si è ormai perso il ricordo del fatto, sia nell’esigenza di non assoggettare oltre un ragionevole limite di tempo la vita di una persona alla «spada di Damocle» della condanna penale (così FLORA ), si può senz’altro affermare che l’eccezionale gravità delle fattispecie indicate dalla norma (accompagnata, altresì, di regola, da particolari difficoltà in sede investigativa e dal prodursi di grave allarme collettivo conseguente ai devastanti effetti sul tessuto economico e sociale prodotto dalle fattispecie medesime) giustifica il sostanziale incremento del periodo temporale che lo Stato si riserva per reprimerle. Di dubbia opportunità appare, invece, l’inserimento, fra le fattispecie meritevoli di incremento temporale, dell’omicidio colposo derivante da inosservanza delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, di cui all’art. 589, secondo comma c.p. (che senso ha per tali fattispecie un termine doppio rispetto a quello connesso, ad esempio, all’omicidio per colpa medica?), come anche della previsione dell’art. 449 c.p. (sanzionante i cd. delitti colposi di danno, fra i quali l’incendio colposo, il quale, per tal via, finisce con l’avere un termine di prescrizione più lungo della corrispondente fattispecie dolosa).

Tornato ad incidere sull’istituto, attraverso il d.l. 92/2008, il legislatore non ha, tuttavia, mutato divisamento, confermando le scelte relative al novero delle fattispecie ritenute meritevoli di prescrizione raddoppiata. In particolare, il correttivo operato dal d.l. 92/2008, conv. in l. 125/2008 (noto come decreto sicurezza) si era reso necessario a causa dell’inserimento, nel corpus dell’art. 589, di un inedito terzo comma, con cui si disponeva un trattamento sanzionatorio ancor più severo (rispetto a quello dell’ipotesi aggravata di cui al secondo comma) per il caso in cui l’omicidio venisse per colpa perpetrato con violazione delle norme stradali da soggetto in stato di ebbrezza alcolica o da stupefacenti.

Ove la lettera della previsione fosse rimasta invariata, sarebbe stato indebitamente escluso dal novero delle ipotesi meritevoli di doppia prescrizione l’omicidio colposo plurimo o connesso a lesione. Il correttivo di coordinamento, dunque, estende le ipotesi rilevanti ex sesto comma dell’art. 157 c.p. alla fattispecie aggravata neointrodotta, senza peraltro escludere quelle comprese nell’originario novero.

(6) Periodo aggiunto ex art. 4, c. 1, lett. a), l. 1-10-2012, n. 172. In occasione, dunque, della ratifica della Convenzione di Lanzarote contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale sui minori, il novero delle fattispecie a prescrizione raddoppiata è stato (ulteriormente) esteso nel senso anzidetto, per comprendervi molte delle figure di reato a loro volta oggetto di correttivi proprio ad opera del citato provvedimento di modifica, con l’effetto di estendere i margini temporali a disposizione delle autorità inquirenti e giudiziarie funzionali ad una più efficace repressione di tali gravi figure criminose.

(7) Sulla lettera della disposizione in commento hanno inciso due provvedimenti, a distanza di circa un anno di tempo, il primo dei quali è la l. 22-5-2015, n. 68, recante disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente. Il correttivo si è tradotto nell’estensione del novero delle fattispecie a prescrizione raddoppiata a tutte le figure criminose neointrodotte dal citato provvedimento di modifica, e contenute nell’inedito Titolo VI bis del libro secondo del codice penale.

Una ulteriore estensione delle figure di reato per le quali si prevede il raddoppio dei termini-base di prescrizione la si deve, inoltre, alla l.23-3-2016, n. 41, diretta alla riscrittura della disciplina dell’omicidio colposo stradale e delle relative lesioni. In particolare, il correttivo, oltre a confermare la previsione della prescrizione raddoppiata per le configurazioni aggravate dell’omicidio colposo comune (oltre che per l’omicidio plurimo), la dispone anche per la neointrodotta figura dell’omicidio colposo stradale, di cui all’art. 589bis del codice penale.

Sulla portata precettiva di tale comma ha inciso, altresì, la Corte costituzionale, con sentenza 28-5-2014, n. 143. In particolare, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale «nella parte in cui prevede che i termini di cui ai precedenti commi del medesimo articolo sono raddoppiati per il reato di incendio colposo (art. 449, in riferimento all’art. 423 del codice penale)».

Per comprendere il senso della censura, si deve richiamare l’attenzione al fatto che, fra le figure criminose per le quali il legislatore del 2005 ha previsto il raddoppio dei termini-base di prescrizione vi sono i cd. delitti colposi di danno, ex art. 449 c.p. Orbene, proprio in relazione a tale categoria di delitti che la disciplina che si annota è stata oggetto di censura da parte della Corte di legittimità. Si è, infatti, osservato che la previsione del raddoppio generalizzato dei termini di prescrizione per tale categoria di reati ha determinato una palese anomalia, consistente nel fatto che, per taluni di essi, il termine di prescrizione dell’ipotesi colposa è divenuto più lungo di quello della corrispondente ipotesi dolosa, identica sul piano oggettivo, a causa della tecnica di descrizione della fattispecie utilizzata nel citato art. 449 c.p. Il fenomeno si manifesta con particolare evidenza in rapporto al delitto di incendio, ex art. 423 del codice penale.

Se, infatti, il delitto è commesso con dolo, si prescrive in sette anni (tempo corrispondente al massimo della pena edittale, ex art. 157, primo comma), mentre se realizzato per colpa, in un termine ampiamente superiore, ossia in dodici anni (ottenuti raddoppiando il termine minimo di prescrizione dei delitti, pari a sei anni, operante nella specie, trattandosi di reato punito con pena detentiva massima inferiore a tale soglia, cioè cinque anni). Per tal via, si finisce con il ribaltare la scala di gravità delle due figure criminose. L’ipotesi meno grave — secondo la valutazione legislativa espressa nelle comminatorie di pena, in coerenza con il rapporto sistematico che intercorre tra il dolo e la colpa — resta, infatti, soggetta ad un trattamento assai più rigoroso, sul versante considerato, rispetto alla corrispondente ipotesi più grave, con inevitabile violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.). Si è, dunque, ritenuto illegittimo (e, dunque, espunto dalla previsione) il raddoppio dei termini di prescrizione in relazione al delitto di incendio colposo.

(8) Con la previsione di tale comma, si «consacra» normativamente un principio già affermato dalla Corte costituzionale, sotto la vigenza del «vecchio» art. 157, dichiarando l’illegittimità costituzionale del citato articolo, proprio nella parte in cui non prevedeva che l’imputato potesse rinunziare alla prescrizione del reato (sent. 31-5-1990, n. 275). In tale pronuncia, la Corte di legittimità sostenne, fra l’altro, che il legislatore, nel disciplinare l’istituto sostanziale della prescrizione, avrebbe dovuto tener conto del carattere inviolabile del diritto alla difesa, inteso, ad un tempo, come diritto al giudizio e diritto alla prova, ad esso connesso, ritenendo assolutamente irragionevole che l’interesse a non più perseguire (sorto a causa di circostanze eterogenee e comunque non dominabili dalle parti) dovesse prevalere su quello dell’imputato, con la conseguenza di privarlo di un diritto fondamentale, quale quello anzidetto. Sulla rinuncia alla prescrizione, la Cassazione ha puntualizzato che il relativo diritto può essere esercitato solamente dopo che la prescrizione sia maturata, in quanto solo da quel momento l’interessato può valutarne gli effetti (Cass. 10-1-2006, n. 527).

Sempre ad avviso della Corte, inoltre, la rinuncia alla prescrizione richiede una dichiarazione di volontà espressa e specifica che non ammette equipollenti e che, pertanto, non si può desumere implicitamente dalla mera proposizione del ricorso per cassazione (Cass. Sez. Un. 3-12- 2010, n. 43055).

Inoltre, è ammissibile la rinuncia alla prescrizione del reato anche quando questa sia stata già dichiarata con sentenza, se l’imputato non sia stato in grado, e non per sua colpa, di avere notizia del processo a suo carico, cosicché il primo momento utile per la manifestazione di volontà coincida con quello dell’impugnazione (in tal senso, Cass. 8-2-2012, n. 4946).

(9) La lettera di tale comma traduce l’intento del legislatore del 2005 di tipizzare un principio già enucleato sotto la vigenza della precedente disciplina, in via interpretativa. In particolare, la mancata previsione dei delitti punibili con la pena dell’ergastolo nel novero di quelli elencati nell’art. 157 c.p. denunciava la volontà del legislatore codicistico del ‘30 di rendere imprescrittibili tali reati (come anche quelli puniti, all’epoca, con la pena di morte). Il fondamento di tale scelta (come detto, da ultimo confermata) si individua nel fatto che la particolare gravità di tali fattispecie protrae in modo considerevole il ricordo sociale del «misfatto», non facendo attenuare l’interesse statuale alla loro punizione (così MAN TOVANI ). Nel tipizzare tale principio, peraltro, la l. 251/2005 ha puntualizzato che l’imprescrittibilità sussiste non solo nel caso in cui l’ergastolo sia previsto per la fattispecie-base (es. per la devastazione di cui all’art. 285 c.p.), ma anche nel caso in cui la punibilità con l’ergastolo sia l’effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti (si pensi all’omicidio aggravato dalla premeditazione). Vigente il «vecchio» art. 157, invece, la necessaria comparazione con eventuali attenuanti poteva «neutralizzare» l’imprescrittibilità.

(10) La «riscrittura» delle regole di calcolo della prescrizione ha prodotto, quale effetto più evidente (e dibattuto), per talune fattispecie, un sostanziale decremento del periodo di tempo «di base» necessario a produrre l’estinzione del reato per prescrizione, mentre in relazione ad altre fattispecie un suo incremento. I constatati devastanti effetti di un’applicazione indiscriminata dei termini più favorevoli ai procedimenti in corso (in applicazione dei principi generali in materia di successione di leggi nel tempo, di cui all’art. 2 c.p.), e le polemiche che, fin dal suo nascere, hanno accompagnato la riforma in commento (da più parti considerata come il tentativo di nascondere il «salvataggio» di determinati soggetti politicamente e personalmente «contigui» al potere dalle «maglie» della giustizia dietro il «paravento» di una, per taluni aspetti, opportuna riforma legislativa) rendono quantomai opportuna la previsione di una disciplina transitoria, concepita in uno degli ultimi «passaggi» parlamentari della legge 251/2005. In particolare, ai sensi dell’art. 10 della citata legge, se per effetto delle riformulate regole di calcolo, i nuovi termini di prescrizione risultano più lunghi di quelli previgenti, le disposizioni dell’articolo 6 (recante proprio le nuove regole sulla prescrizione) non si applicano ai procedimenti e ai processi in corso, mentre, in relazione alle altre norme della legge, trovano applicazione i principi generali in materia di successione di leggi, di cui all’art. 2 c.p. Se, per converso, in virtù delle nuove disposizioni, i termini di prescrizione risultano più brevi, le stesse si applicano ai procedimenti e ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della legge di riforma, ad esclusione dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché dei processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione. La quasi immediata questione di legittimità costituzionale concernente tale disciplina transitoria, per violazione degli artt. 3, 25 e 101 Cost., proprio per il fatto di aver escluso l’applicazione dei più favorevoli termini di prescrizione previsti dalla legge stessa, tra l’altro, nei processi pendenti in Cassazione alla data di entrata in vigore della riforma, è stata ritenuta infondata dalla Cassazione (così Cass., Sez. VI , 10-1-2006, n. 460).

Da ultimo, tuttavia, la Corte costituzionale, con sentenza 23-11-2006, n. 393, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 10, c. 3, della l. 251/2005, limitatamente alle parole «dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché».

Nell’argomentare le sue conclusioni, la Corte afferma, fra l’altro, che la locuzione «disposizioni più favorevoli al reo», contenuta nel quarto comma dell’art. 2 c.p. si riferisce a tutte quelle norme che apportino modifiche in melius alla disciplina di una fattispecie criminosa, ivi comprese quelle che incidono sulla prescrizione del reato. Una conclusione, questa, coerente con la natura sostanziale della prescrizione e con l’effetto da essa prodotto. Pertanto, le norme sulla prescrizione dei reati, ove più favorevoli al reo, rispetto a quelle vigenti al momento della commissione del fatto, devono conformarsi, in linea generale, al principio previsto dalla citata disposizione del codice penale. Tutto ciò premesso, la Corte osserva che il regime giuridico riservato alla lex mitior, e segnatamente la sua retroattività, non riceve nell’ordinamento la tutela privilegiata di cui all’art. 25, secondo comma, della Costituzione, in quanto la garanzia costituzionale, prevista dalla citata disposizione, concerne soltanto il divieto di applicazione retroattiva della norma incriminatrice, nonché di quella altrimenti più sfavorevole per il reo. Da ciò discende che eventuali deroghe al principio di retroattività della lex mitior, ai sensi dell’art. 3 Cost., possono essere disposte dalla legge ordinaria, purché ricorra una sufficiente ragione giustificativa.

Ed è proprio la ragionevolezza a difettare, ad avviso della Corte, nell’opzione del legislatore oggetto di censura. Infatti, si sostiene, l’apertura del dibattimento non è in alcun modo idonea a correlarsi significativamente ad un istituto di carattere generale come la prescrizione, e al complesso delle ragioni che ne costituiscono il fondamento (es. il rilievo che il decorso del tempo da un lato fa diminuire l’allarme sociale, e dall’altro rende più difficile l’esercizio del diritto di difesa). Infatti, l’incombente di cui all’art. 492 del codice di procedura penale non connota indefettibilmente tutti i processi penali di primo grado (in particolare i riti alternativi — e, tra essi, il giudizio abbreviato — che hanno la funzione di «deflazionare» il dibattimento); né esso è incluso tra quelli ai quali il legislatore attribuisce rilevanza ai fini dell’interruzione del decorso della prescrizione ex art. 160 c.p., il quale richiama una serie di atti, tra cui la sentenza di condanna e il decreto di condanna, oltre ad altri atti processuali anteriori. Da ciò consegue che l’opzione compiuta dal legislatore — in relazione ai processi di primo grado già in corso — di subordinare l’efficacia, ratione temporis, della nuova disciplina sui termini di prescrizione dei reati (quando più favorevole per il reo) all’espletamento dell’incombente ex art. 492 c.p.p. non si conforma al canone della necessaria ragionevolezza. Pertanto la norma in esame — in quanto limita in modo non ragionevole il principio della retroattività della legge penale più mite — viola l’art. 3 della Costituzione, e va dunque, dichiarata incostituzionale, nella parte anzidetta.

L’istituto della prescrizione del reato trova il suo fondamento nell’attenuarsi dell’interesse dello Stato a punire quei reati il cui ricordo sociale si è affievolito per il decorso del tempo. Ma risponde, altresì, all’esigenza di garantire all’imputato una durata ragionevole del processo, secondo quanto stabilito dall’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Gli unici limiti all’operatività dell’effetto estintivo della prescrizione sono rappresentati dalla commissione di un delitto punito con la pena dell’ergastolo (in considerazione della sua gravità), e dall’esistenza di una sentenza di condanna irrevocabile intervenuta prima della decorrenza del termine di prescrizione.

Giurisprudenza annotata

Prescrizione

Il giudice di legittimità può rilevare d'ufficio la prescrizione del reato maturata prima della pronunzia della sentenza impugnata e non rilevata dal giudice d'appello, pur se non dedotta con il ricorso e nonostante i motivi dello stesso vengano ritenuti inammissibili (riconosciute, nella specie, le colpe dell'installatore, che aveva provocato, a causa delle proprie negligenze, una fuoriuscita consistente di monossido di carbonio nell'appartamento del piano soprastante; tuttavia la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato).

Cassazione penale sez. IV  26 novembre 2014 n. 51766  

 

Il rinvio o la sospensione del dibattimento disposti dal giudice in accoglimento della richiesta della parte civile, cui ha aderito l'imputato, di autorizzazione alla citazione del responsabile civile non determina la sospensione del termine di prescrizione, atteso che il differimento dell'udienza è determinato dalla necessità di consentire il concreto esercizio di una facoltà riconducibile al diritto di difesa. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto computabile nel termine di prescrizione il periodo in cui il dibattimento era stato sospeso su richiesta della parte civile, cui aveva aderito anche l'imputato, al fine di consentire la citazione del responsabile civile). (Annulla senza rinvio, Trib. Rieti, s.d. Poggio Mirteto, 28/06/2012 )

Cassazione penale sez. IV  09 ottobre 2014 n. 47287  

 

In tema di successione di leggi penali, ai fini dell'individuazione della normativa sul regime della prescrizione più favorevole al reo, non si può procedere a una combinazione delle norme previgenti con quelle successive introdotte dalla legge n. 251 del 2005, dovendo in ogni caso farsi riferimento anche alle disposizioni in tema di continuazione tra reati e di modalità di computo del termine da cui far decorrere la prescrizione. (Fattispecie in cui è stata ritenuta più favorevole la precedente formulazione dell'art. 158 cod. pen., che prevedeva la decorrenza del termine prescrizionale dalla data di cessazione della continuazione). (Rigetta, App. Torino, 07/10/2013 )

Cassazione penale sez. V  29 ottobre 2014 n. 48743  

 

La prescrizione, ancorché maturata antecedentemente alla sentenza di patteggiamento, non può essere fatta valere in sede di impugnazione, in quanto l'adesione all'accordo tra le parti rappresenta una forma di rinuncia espressa e non più revocabile alla causa estintiva. (Dichiara inammissibile, Gip Trib. Torino, 11/11/2013 )

Cassazione penale sez. IV  30 settembre 2014 n. 51792  

 

La Corte ha, inoltre, dichiarato la sussistenza di una violazione dell'aspetto procedurale dell'art. 3 della Cedu, rilevando, in primo luogo, che l'eccessiva lunghezza del procedimento penale ha portato a una decisione di non doversi procedere per prescrizione nei confronti di sette imputati, il che non si concilia con l'obbligo delle autorità di condurre l'inchiesta con celerità; in secondo luogo, che gli altri imputati sono stati condannati, in sede di giudizio abbreviato, a pene inadeguate rispetto alla gravità dei fatti loro ascritti nella qualità di funzionari dello Stato, e che gli stessi non sono stati rimossi dalle loro funzioni a seguito della condanna; pertanto le varie misure adottate dalle autorità nazionali non hanno soddisfatto pienamente all'esigenza di un'inchiesta approfondita ed effettiva. I suesposti principi sono stati affermati dalla Corte con riferimento al ricorso presentato da Valentino Saba, il quale aveva sporto una denuncia nei confronti di alcuni agenti penitenziari per atti di violenza avvenuti il 3 aprile 2000 all'interno del carcere di Sassari, dove egli era detenuto. All'esito delle indagini preliminari la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio di numerosi imputati per i reati di violenza privata (art. 610 c.p.), lesioni personali (art. 582 e 583 c.p.) e abuso d'ufficio (art. 323 c.p.). Il giudice per l'udienza preliminare aveva emesso una sentenza di non luogo a procedere per insussistenza del fatto nei confronti di 20 imputati, aveva disposto il rinvio a giudizio di nove agenti penitenziari dinanzi al Tribunale di Sassari, ed aveva pronunciato una sentenza sul merito delle accuse nei confronti dei restanti 61 imputati, i quali avevano scelto di essere giudicati con il rito abbreviato. Nel giudizio dibattimentale, gli agenti penitenziari erano accusati, in particolare, dei reati di cui agli art. 610 e 323 c.p., per avere obbligato il ricorrente a spogliarsi, a rimanere davanti alla sua cella con la testa contro il muro, a passare a testa bassa tra due file di agenti, e a subire perquisizioni ingiustificate, accompagnate da insulti e minacce. Con sentenza emessa il 29 settembre 2009, passata in giudicato, il Tribunale di Sassari assolse due imputati e dichiarò non doversi procedere per prescrizione nei confronti di altri sette in ordine al delitto di cui all'art. 608 c.p. (abuso di autorità contro arrestati o detenuti), nel quale furono sussunti i fatti loro ascritti, essendo maturato il relativo termine in data 3 ottobre 2007. Nella motivazione della suddetta pronuncia, il tribunale osservò che si erano verificati episodi di «violenza inumana» nel carcere di Sassari; nel corso di una perquisizione generale e di un'operazione di trasferimento di alcuni detenuti, accompagnate dalla presentazione del nuovo comandante, i detenuti erano stati spostati dai luoghi in cui si trovavano e sottoposti ad atti di violenza gratuita. Alcuni detenuti erano stati costretti a spogliarsi, erano stati ammanettati, insultati, percossi e sottoposti ad umiliazioni. Secondo il tribunale, si trattava di un «tunnel degli orrori», e il carcere di Sassari aveva conosciuto uno scatenarsi di rancori e rappresaglie incompatibile con le regole di uno Stato di diritto. Nel giudizio abbreviato celebrato nei confronti di altri 61 imputati, il giudice per l'udienza preliminare condannò 12 persone a pene comprese tra un anno e sei mesi e quattro mesi di reclusione, con sospensione condizionale, per i delitti di violenza privata aggravata, lesioni personali e abuso d'ufficio; un imputato fu condannato alla pena di 100 euro di multa per omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale (art. 361 c.p.). Nel susseguente giudizio di secondo grado, la corte d'appello confermò sei condanne, assolse cinque persone e ne condannò altre quattro che erano state assolte in primo grado, precisando che i fatti contestati ricadevano nella previsione dell'art. 608 c.p. (abuso di autorità contro arrestati o detenuti). Infine, la Corte di cassazione respinse il ricorso di nove imputati, confermò la qualificazione giuridica dei fatti sotto la norma incriminatrice di cui all'art. 608 c.p., e annullò la sentenza di appello esclusivamente con riguardo alla posizione di un medico accusato di omissione di atti d'ufficio e di falso. Vennero applicate sanzioni disciplinari a sette tra le persone condannate; precisamente: il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria (condannato a un anno, quattro mesi e venti giorni di reclusione) venne sospeso dalle sue funzioni con totale privazione dello stipendio per un mese; la direttrice del carcere di Sassari (condannata a dieci mesi e venti giorni di reclusione) fu sospesa dalle sue funzioni con decurtazione di metà dello stipendio per un mese; il comandante del reparto della polizia penitenziaria di Sassari (condannato a un anno e otto mesi di reclusione) fu sospeso dalle sue funzioni con decurtazione di metà dello stipendio per sei mesi; tre agenti penitenziari (condannati a quattro mesi e venti giorni di reclusione) subirono la decurtazione di un trentesimo dello stipendio; l'agente condannato a 100 euro di multa per omessa denuncia di reato fu destinatario di una nota di biasimo, comportante l'impossibilità di beneficiare di aumenti di stipendio per un anno.

Corte europea diritti dell'uomo sez. II  01 luglio 2014

 



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