Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015

Art. 160 codice penale: Interruzione del corso della prescrizione

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Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015



Il corso della prescrizione è interrotto dalla sentenza di condanna (1) [c.p.p. 533] o dal decreto di condanna [c.p.p. 459].

Interrompono pure la prescrizione l’ordinanza che applica le misure cautelari personali e quella di convalida del fermo o dell’arresto, l’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice, l’invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l’interrogatorio, il provvedimento del giudice di fissazione dell’udienza in camera di consiglio per la decisione sulla richiesta di archiviazione, la richiesta di rinvio a giudizio, il decreto di fissazione della udienza preliminare, l’ordinanza che dispone il giudizio abbreviato, il decreto di fissazione della udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena, la presentazione o la citazione per il giudizio direttissimo, il decreto che dispone il giudizio immediato, il decreto che dispone il giudizio e il decreto di citazione a giudizio (2) (3).

La prescrizione interrotta comincia nuovamente a decorrere dal giorno della interruzione. Se più sono gli atti interruttivi, la prescrizione decorre dall’ultimo di essi; ma in nessun caso i termini stabiliti nell’articolo 157 possono essere prolungati oltre i termini di cui all’articolo 161, secondo comma, fatta eccezione per i reati di cui all’articolo 51, commi 3bis e 3quater, del codice di procedura penale (4).

Commento

Prescrizione: [v. 157]; Pubblico ministero: [v. 159].

Interruzione del corso della prescrizione: effetto determinato da una serie di atti, consistente nel fatto che il termine di prescrizione, al loro verificarsi, ricomincia a decorrere da capo.

Sentenza di condanna: è l’epilogo del procedimento penale e contempla l’affermazione della colpevolezza dell’imputato.

La (—) va pronunciata in presenza di prova piena di reità giacché la mancanza o insufficienza di prova positiva di reità si risolve in proscioglimento.

Decreto di condanna: è il provvedimento finale del procedimento per decreto, uno dei procedimenti cd. speciali con il quale si giunge alla condanna dell’imputato (esclusivamente ad una pena pecuniaria) evitando una serie di fasi processuali, senza alcun tipo di contraddittorio, in funzione di semplificazione del procedimento per reati di minore importanza.

Il decreto, a differenza della sentenza, non è un provvedimento definitivo, nel senso che il condannato per decreto può fare opposizione, contestando il fondamento della condanna, e dando vita ad uno degli altri riti alternativi (art. 459 c.p.p.).

Ordinanza: è il provvedimento che il giudice emana nel corso del procedimento per regolarne lo svolgimento. Nel processo penale con tale provvedimento si risolvono questioni incidentali del procedimento; non racchiude, pertanto, una decisione nel merito della pretesa punitiva, o non esaurisce il rapporto processuale in corso. Le (—) come le sentenze, sono sempre motivate a pena di nullità (art. 125 c.p.p.).

Misure cautelari personali: sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria limitativi della libertà personale, adottati nei confronti dell’imputato per salvaguardare la genuinità delle prove, per scongiurare il pericolo di fuga, o per salvaguardare la collettività dal concreto pericolo che l’imputato commetta particolari delitti (artt. 272 ss. c.p.p.).

Ordinanza di convalida: atto con il quale il giudice per le indagini preliminari legittima l’arresto e il fermo operati dalla polizia giudiziaria e/o dal pubblico ministero (art. 391, c. 4, c.p.p.).

Fermo: privazione della libertà personale dell’indagato di particolari reati in presenza di gravi indizi di reità e del pericolo di fuga. È di competenza della polizia giudiziaria e del pubblico ministero (art. 384 c.p.p.).

Arresto: privazione della libertà personale di un soggetto colto in flagranza di particolari reati. È di competenza della polizia giudiziaria e, per alcuni reati, anche del semplice cittadino (artt. 380, 381 c.p.p.). È di competenza del pubblico ministero nel solo caso di reati commessi in sua presenza in udienza (art. 476 c.p.p.), con esclusione dei reati relativi al merito di testimonianze (ex artt. 372 e 378 c.p.).

Interrogatorio: atto mediante il quale l’indagato viene informato dall’autorità giudiziaria del fatto che gli è attribuito, degli elementi di prova, e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, delle fonti di esse, ed esprime quanto ritiene utile per le sue difese (art. 294 c.p.p.).

Udienza in camera di consiglio per la decisione sulla richiesta di archiviazione: è l’udienza, non pubblica, nella quale il giudice dell’udienza preliminare decide sulla richiesta del pubblico ministero di archiviare il procedimento, perché la notitia criminis è infondata, il reato è improcedibile o estinto, o è commesso da ignoti (art. 409 c.p.p.).

Richiesta di rinvio a giudizio: atto di competenza del pubblico ministero con il quale si sollecita il giudice dell’udienza preliminare all’emanazione del decreto che dispone il giudizio (art. 416 c.p.p.).

Udienza preliminare: è l’udienza che si svolge, in Camera di consiglio, innanzi al giudice della udienza preliminare), per la decisione in ordine alla richiesta di rinvio a giudizio. La funzione dell’(—) nell’economia del processo è quella di deliberare il fondamento dell’accusa, in modo da evitare l’«affollamento dibattimentale», attraverso un meccanismo di filtro, escludendosi così la citazione a giudizio laddove l’accusa risulti manifestatamente infondata (art. 418 c.p.p.).

Giudizio abbreviato: è uno dei riti alternativi, introdotti dal nuovo codice di procedura penale, caratterizzato dal fatto che con esso si evita il dibattimento, e la decisione viene presa dal giudice dell’udienza preliminare allo stato degli atti. In caso di condanna la pena va ridotta di un terzo. I presupposti per l’esperibilità del rito abbreviato sono: la richiesta fatta, oralmente o per iscritto, dall’imputato; l’ordinanza di ammissibilità del giudice delle indagini preliminari; l’eventuale integrazione probatoria (cd. rito abbreviato condizionato). Non è più richiesto il consenso del p.m. (art. 438 c.p.p.).

Applicazione della pena su richiesta: istituto (noto anche come «patteggiamento») in forza del quale l’imputato e il pubblico ministero possono chiedere al giudice l’applicazione, nella specie e nella misura indicata, di una sanzione sostitutiva o di una pena pecuniaria, diminuita fino a un terzo, ovvero di una pena detentiva quando questa, tenuto conto delle circostanze e diminuita fino a un terzo, non supera cinque anni soli o congiunti a pena pecuniaria.

A seguito di tale richiesta, il giudice, ove ricorrano le condizioni di legge, valutata la congruità della pena indicata, emette la sentenza, sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero.

Giudizio direttissimo: è un procedimento speciale caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare, considerata inutile per la particolare evidenza della prova, in quanto vi si ricorre in caso di arresto in flagranza o di confessione dell’imputato (art. 449 c.p.p.). Il dibattimento, dunque, si celebra immediatamente, contemporaneamente al giudizio di convalida dell’arresto o al più nei 30 giorni dell’arresto.

La scelta del giudizio direttissimo è operata dal pubblico ministero e all’imputato non viene riconosciuta alcuna riduzione di pena.

Giudizio immediato: è un procedimento speciale caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare; si differenzia dal giudizio direttissimo poiché richiede che la prova sia evidente e che il giudizio venga instaurato nei novanta giorni dall’iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro. È inoltre necessario che l’imputato sia stato interrogato.

Il (—) può anche essere richiesto dall’imputato, ma in tal caso i presupposti sono diversi (art. 453 c.p.p.). L’art. 429 c.p.p. è stato modificato dagli artt. 18, c. 2, e 24 della l. 16-12-1999, n. 479.

L’art. 24 della legge citata stabilisce che tale decreto debba essere notificato anche all’imputato contumace all’udienza preliminare.

Decreto di citazione a giudizio: è uno dei modi in cui il P.M. esercita l’azione penale al termine delle indagini preliminari (art. 405). È emesso direttamente dal P.M. per citare a giudizio l’imputato innanzi al Tribunale monocratico, per i reati previsti dall’art. 550 c.p.p. Il decreto deve avere il contenuto indicato dall’art. 552 ed in particolare le generalità dell’imputato, l’indicazione della persona offesa, la formulazione dell’imputazione.

Esso deve essere notificato all’imputato ed al difensore almeno 60 giorni prima della data fissata per l’udienza e nei casi di urgenza, di cui deve essere data motivazione, il termine è ridotto a  45.

Il (—) è depositato dal P.M. nella segreteria unitamente al fascicolo contenente la documentazione, gli atti e le cose indicate nell’art. 461, c. 2, c.p.p.

(1) È da considerarsi, ai fini dell’interruzione del corso della prescrizione, non solo la sentenza di condanna emessa per la prima volta nel corso del giudizio, ma anche le successive sentenze emesse durante gli ulteriori gradi del procedimento, siano esse affermative o modificative dell’entità della pena. Ogni sentenza di condanna, infatti, in qualunque grado del giudizio sia emessa è comunque una riaffermazione della persistenza dell’interesse punitivo dello Stato.

Interrompe, inoltre, il corso della prescrizione il decreto penale di condanna, dal momento della sua emissione, quand’anche successivamente revocato (in tal senso, Cass. 11-1-2013, n. 1460).

(2) Comma così sostituito dall’art. 239 delle disp. coord. al c.p.p.

(3) La giurisprudenza, ritiene idoneo a determinare l’interruzione della prescrizione uno di tali atti anche quando sia processualmente nullo, purché lo stesso esprima, inequivocabilmente, la volontà del rappresentante dell’Autorità statale di perseguire l’illecito. Ad esempio, l’interrogatorio dell’imputato in istruttoria, nullo per omesso avviso al difensore, esprime la chiara volontà dell’organo giudiziario di perseguire l’illecito e denota la persistenza dell’interesse punitivo dello Stato. Inoltre, le cause di sospensione o interruzione del corso della prescrizione hanno effetto, a prescindere dalla contestuale valutazione procedimentale delle relative posizioni, per tutti coloro che hanno commesso il reato e dunque anche per coloro che vengano imputati del reato in un momento successivo (in tal senso, Cass. 29-1-2010, n. 3977). Si ritiene, infine, che le dichiarazioni rese in sede di presentazione spontanea all’autorità giudiziaria siano idonee ad interrompere la prescrizione, al pari dell’interrogatorio, purché all’indagato siano stati contestati i fatti addebitati (Cass. Sez. Un. 6-2-2014, n. 5838).

(4) Comma così modificato ex art. 6, c. 4, l. 5-12-2005, n. 251. Per un cenno alla disciplina transitoria concernente le disposizioni dell’art. 6 cit., si veda quanto detto sub art. 157, nota (8). La parziale riscrittura di tale comma, ad opera della legge appena segnalata, modifica l’incidenza degli atti interruttivi sulla durata della prescrizione.

In particolare, mentre prima della riforma le eventuali interruzioni non potevano comunque dilatare di oltre la metà i termini di base sanciti dall’art. 157 c.p., attraverso la modifica in commento, coordinata con la sostituzione del secondo comma del (richiamato) art. 161 c.p., il legislatore ha operato talune distinzioni funzionali al fatto che il procedimento concerna determinati «tipi d’autore». In particolare, si è disposto che, fatto salvo il caso in cui si proceda per uno dei gravi delitti di cui all’art. 51 commi 3bis e quater c.p.p., per i quali il riformulato art. 157 c.p. ha sancito il raddoppio dei termini-base di prescrizione (si veda quanto detto in proposito sub art. 157, nota (5), ove il procedimento riguardi soggetti incensurati, in nessun caso il tempo necessario a prescrivere può essere incrementato di oltre un quarto della sanzione edittale massima (sanzione che, come sopra esposto, identifica il termine-base di prescrizione); nel caso, invece, il procedimento concerna recidivi, l’incremento non può superare la metà, in caso di recidiva «aggravata», ed i due terzi ove la recidiva sia «reiterata»; ove, infine, il procedimento concerna delinquenti abituali o professionali, i termini di cui all’art. 157 non possono essere incrementati oltre il doppio. Se sotto il profilo logicogiuridico, tale innovazione disciplinare è coerente con un impianto normativo complessivamente orientato a ricalibrare il nostro ordinamento penale (sostanziale e processuale) nella direzione di un sostanziale inasprimento della repressione dei casi di «ricaduta» nel crimine, da più parti si sono levate censure concernenti la scelta di collegare la durata della prescrizione, come sopra accennato, al «tipo d’autore», sostenendosi, correttamente, che, se la prescrizione si traduce nella «presa d’atto dell’incapacità di una condanna, che interviene in un momento troppo lontano dalla commissione di un reato, quando nella collettività si è spenta l’eco del reato, di funzionare da riaffermazione del precetto penale violato» il fatto che un reato sia commesso da un delinquente primario o da un recidivo non può influire sul «lasso di tempo da considerarsi ragionevole, entro il quale l’essere umano deve essere liberato dall’incubo della condanna penale» (in tal senso FLORA ). Se, dunque, l’effetto estintivo connesso alla prescrizione trova il suo fondamento «nell’oblio sociale dell’illecito», non dovrebbero assumere rilevanza alcuna, nel calcolo della prescrizione, «le potenzialità criminogene del reo» (così GIUNTA-MICHELE TTI). Si tenga conto, inoltre, del fatto che la recidiva aggravata e reiterata, oltre ad incidere sul limite invalicabile di durata della prescrizione in presenza di più atti interruttivi, avendo natura di aggravante ad effetto speciale comporta anche un accrescimento del massimo edittale del reato con cui, in base alle nuove regole di calcolo, si commisura il termine di base della prescrizione, la qual cosa si traduce in una doppia «penalizzazione»per i suddetti recidivi. La nuova previsione è, altresì, destinata a creare una indebita discriminazione fra recidivi ed incensurati in relazione al principio di ragionevole durata del processo, fondandosi le differenze temporali esclusivamente sul «tipo d’autore» (così PADOVANI ). Si è, in tale ottica, osservato che, ove il procedimento riguardi più imputati, il fatto di non prendere in considerazione il tipo di reato, bensì la condizione soggettiva del reo potrebbe produrre l’effetto «perverso» di far proseguire il processo solo per alcuni imputati, e non per altri, in funzione esclusivamente della loro «natura» di delinquenti «primari» o recidivi (in tal senso CREMONESI ). Censurabile, altresì, è stata ritenuta la clausola che esclude dall’applicabilità della previsione in commento i reati di cui all’articolo 51, commi 3bis e 3quater, del codice di procedura penale, la qual cosa introduce una forma di imprescrittibilità «surrettizia» per tali fattispecie, trattandosi di reati soggetti potenzialmente ad infinite possibilità di interruzione del corso della prescrizione (in tal senso PADOVANI ).

Si ha interruzione della prescrizione ogni qual volta viene in essere uno degli atti elencati dai primi due commi dell’articolo in esame.

Da tali atti, infatti, si evince chiaramente l’interesse punitivo dello Stato per cui il tempo necessario per la prescrizione, che inizia e continua a decorrere a causa dell’inerzia dimostrata dagli organi statali a perseguire l’illecito, deve necessariamente interrompersi. Affinché si verifichi l’interruzione della prescrizione, la giurisprudenza dominante ritiene sufficiente la sola emissione degli atti in esame. Tale orientamento, di recente, è stato messo in discussione dalla stessa Corte di Cassazione, secondo cui solo gli atti notificati al reo sono idonei ad interrompere la prescrizione.

La giurisprudenza ha precisato che tra gli atti interruttivi del corso della prescrizione non può ricomprendersi l’avviso all’indagato della conclusione delle indagini preliminari ex art. 415bis c.p.p., che risponde a una finalità eminentemente informativa, sicché non può ritenersi equipollente agli atti interruttivi della prescrizione individuati tassativamente nell’art. 160 c.p. e che non sono suscettibili di applicazione analogica in malam partem (Cass. 14-6-2006, n. 20262). In altro precedente asserto, la medesima Corte si era espressa in senso inverso, sostenendo che l’avviso di conclusione delle indagini preliminari previsto dall’art. 415bis c.p.p. è da annoverare fra gli atti interruttivi della prescrizione del reato non in base ad una (vietata) interpretazione estensiva in malam partem dell’art. 160 c.p., nella parte in cui esso fornisce la tassativa elencazione dei suddetti atti, ma per il fatto che il citato art. 415bis contiene, tra l’altro, l’avvertimento per l’indagato che questi ha facoltà di chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio; avvertimento che assolve alla medesima funzione dell’invito a presentarsi per rendere l’interrogatorio, indicato nell’art. 160 c.p. tra gli atti dotati di efficacia interruttiva (Cass. 10-3-2006, n. 8615).

Giurisprudenza annotata

Interruzione della prescrizione

L'avviso ex art. 415 bis c.p.p. non ha efficacia interruttiva della prescrizione, di cui è dotato invece l'invito a presentarsi al p.m. per rendere l'interrogatorio ex art. 375 c.p.p., anche qualora venga notificato contestualmente al primo. (Fattispecie in cui è stato ritenuto inidoneo ad interrompere la prescrizione l'avviso ex art. 415 bis c.p.p. contenente solo un generico riferimento alla facoltà di presentarsi al p.m. per rendere interrogatorio). (Dichiara inammissibile, G.i.p. Trib. Salerno, 18/05/2012)

Cassazione penale sez. III  10 luglio 2014 n. 42859  

 

Nei rapporti di estradizione regolati dalla Convenzione europea di estradizione, è causa ostativa all'accoglimento della richiesta l'avvenuta prescrizione del reato per cui si procede accertata secondo la legge dello Stato richiedente o dello Stato richiesto, autonomamente individuata e valutata in base al criterio dell'applicazione esclusiva della disciplina dell'uno o dell'altro ordinamento. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto sussistenti le condizioni per l'estradizione richiesta dall'autorità moldava, attribuendo valore interruttivo, secondo la normativa vigente in Italia in tema di prescrizione dei reati, alla adozione in Moldavia dell'ordine di cattura dell'imputata). (Rigetta, App. Bologna, 19/09/2013 )

Cassazione penale sez. VI  10 giugno 2014 n. 29359  

 

In tema di prescrizione, in presenza di più atti interruttivi, perché possa ritenersi non verificata l'estinzione del reato, è necessario, non solo che non sia superato il termine massimo previsto nell'ultima parte del terzo comma dell'art. 160 c.p., ma anche che, tra un atto interruttivo ed un altro, non sia superato il termine ordinario previsto dall'art. 157 c.p. (Fattispecie nella quale tra la sentenza di primo grado e quella di appello, pur eliminandosi dal comparto i periodi di sospensione del corso della prescrizione, era decorso un tempo superiore a quello ordinario). (Annulla senza rinvio, App. Torino, 14/11/2012 )

Cassazione penale sez. II  23 aprile 2014 n. 20654  

 

L'invito a presentarsi rivolto dal p.m. all'indagato per rendere l'interrogatorio ha efficacia interruttiva della prescrizione del reato, anche se all'interrogatorio abbia poi proceduto un ufficiale di polizia giudiziaria all'uopo delegato dal p.m. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Brindisi, 21/06/2013 )

Cassazione penale sez. III  18 marzo 2014 n. 18919  

 

Il delitto di scambio elettorale politico - mafioso di cui all'art. 416 ter c.p. rientra nel novero dei reati commessi avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis c.p., ed è quindi incluso nell'elenco di cui all'art. 51 comma 3 bis c.p.p.; ne consegue che si applicano anche a tale delitto le più rigorose disposizioni previste, in tema di interruzione della prescrizione, dagli art. 160 e 161 c.p. (Rigetta, App. Palermo, 09/01/2013 )

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2014 n. 8654  

 

In tema di reati tributari, l'art. 17 d.lg. n. 74 del 2000 attribuisce efficacia interruttiva della prescrizione, oltre che agli atti indicati nell'art. 160 c.p., anche al verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza e all'atto di accertamento delle relative violazioni redatto dagli uffici finanziari. (Rigetta, Trib. lib. Cagliari, 13/06/2013 )

Cassazione penale sez. III  09 gennaio 2014 n. 11977  

 

Le dichiarazioni rese in sede di presentazione spontanea all'autorità giudiziaria, equivalendo "ad ogni effetto" all'interrogatorio, sono idonee ad interrompere la prescrizione, purché l'indagato abbia ricevuto una contestazione chiara e precisa del fatto addebitato, in quanto gli atti interruttivi indicati nell'art. 160 c.p. si connotano per essere l'esplicitazione, da parte degli organi dello Stato, della volontà di esercitare il diritto punitivo in relazione ad un fatto-reato ben individuato e volto a consentirne la conoscenza all'incolpato. (In motivazione è stato chiarito che per valutare il coefficiente di specificità della contestazione deve essere considerato lo sviluppo delle indagini e l'attuale stato del procedimento). Dichiara inammissibile, Gup Trib. Salerno, 19/11/2012

Cassazione penale sez. un.  28 novembre 2013 n. 5838  

 

L'invito a presentarsi per rendere l'interrogatorio previsto dall'art. 375 c.p.p. spiega l'effetto interruttivo del corso della prescrizione ai sensi dell'art. 160 c.p., anche quando il fatto reato in esso sommariamente enunciato venga poi, per l'evoluzione delle indagini, meglio qualificato e storicamente precisato. (In motivazione la Corte ha richiamato la "ratio" della norma, che riconosce efficacia interruttiva all'atto "de quo" in quanto significativo della persistenza dell'interesse dello Stato all'esercizio della pretesa puntiva in relazione a un fatto storico globalmente considerato, attraverso una contestazione destinata a essere, per la fase in cui interviene, provvisoria). Rigetta, Trib. lib. Salerno, 09/01/2013

Cassazione penale sez. II  02 luglio 2013 n. 35202  

 

L'azione civile esercitata nel processo penale soggiace alle regole proprie della prescrizione penale, di guisa che ad essa sono applicabili anche gli istituti della sospensione e della interruzione di cui agli artt. 159 e 160 c.p., con la conseguenza che fruisce non solo del termine di prescrizione quinquennale (o superiore se per il reato è previsto un più lungo termine), ma anche del prolungamento dei termini conseguenti ad eventi interruttivi e sospensivi della prescrizione penale.

Cassazione penale sez. V  26 febbraio 2013 n. 12587  

 

L'azione civile esercitata nel processo penale soggiace alle regole proprie della prescrizione penale, di guisa che ad essa sono applicabili anche gli istituti della sospensione e della interruzione di cui agli art. 159 e 160 c.p., con la conseguenza che fruisce non solo del termine di prescrizione quinquennale (o superiore se per il reato è previsto un più lungo termine), ma anche del prolungamento dei termini conseguenti ad eventi interruttivi e sospensivi della prescrizione penale. In particolare, in tema di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, il termine ordinario civile di cinque anni, qualora il fatto sia considerato come reato, e sostituito da quello corrispondente previsto per l'illecito penale. Il richiamo operato alla disciplina penale è ampio e deve intendersi riferito anche alla interruzione, che va quindi computata: l'art. 2947 del c.c., nel far coincidere le due prescrizioni, da luogo infatti ad una disciplina unitaria dei due istituti (civile e penale).

Cassazione penale sez. V  26 febbraio 2013 n. 12587  

 

L'azione civile esercitata nel processo penale soggiace alle regole proprie della prescrizione penale, di guisa che ad essa sono applicabili anche gli istituti della sospensione e della interruzione di cui agli art. 159 e 160 c.p., con la conseguenza che fruisce non solo del termine di prescrizione quinquennale (o superiore se per il reato è previsto un più lungo termine), ma anche del prolungamento dei termini conseguenti ad eventi interruttivi e sospensivi della prescrizione penale. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la prescrizione dell'azione civile in un caso in cui la costituzione di parte civile era avvenuta ritualmente sei anni dopo la commissione del reato di minaccia). Rigetta, App. Roma, 22/12/2010

Cassazione penale sez. V  21 giugno 2012 n. 11961  



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