Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015

Art. 241 codice penale: Attentati contro la integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato

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Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015



Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni(1) (2).

La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche.

Commento

Territorio dello Stato: [v. 4].

Sottoposizione del territorio dello Stato: si fa riferimento ad un effettivo dominio territoriale (totale o parziale) realizzato da una potenza straniera;

Menomazione della indipendenza: compressione non territoriale e materiale dei poteri sovrani dello Stato, conseguente ad una illecita ingerenza da parte di uno Stato straniero.

(1) Art. così sostituito ex l. 24-2-2006, n. 85 (Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione) (art. 1). Fin dalla rubrica della riformulata fattispecie si evince che essa conserva la sua natura di reato di attentato, pur se con correttivi coerenti con l’attuale concezione di tale categoria di delitti. La previgente formulazione sanzionava, infatti, il compimento di un fatto diretto a…, la qual cosa era conforme ad un risalente orientamento interpretativo secondo il quale, nell’esigenza di rispecchiare le reali intenzioni del legislatore del ’30 era necessario distinguere fra attentato e tentativo, richiedendo il primo esclusivamente la direzione non equivoca degli atti, non anche la loro idoneità. Tale distinzione veniva fondata, in dottrina e giurisprudenza, sul particolare rilievo dei beni giuridici tutelati, ritenuti degni di speciale tutela, colpendo qualunque comportamento diretto alla realizzazione del fine vietato, a prescindere dal fatto che esso fosse dotato dei requisiti per la sussunzione nella figura del tentativo. Più di recente, la necessaria attenzione verso le indicazioni della Costituzione, e la conseguente osservanza del principio di offensività e sufficiente determinatezza della fattispecie hanno portato, a partire dai primi anni settanta, ad una inversione di tendenza interpretativa, fondata sul riconoscimento dell’idoneità della condotta quale principio informatore di tutte le fattispecie incriminatrici, sul presupposto che, in mancanza di tale requisito, si finirebbe col sanzionare una mera intenzione pericolosa, la quale, lungi dal configurare il profilo soggettivo della fattispecie, si tradurrebbe nell’unica ragion d’essere della medesima (così BETTIOL). Alla luce di tale orientamento si è giunti ad interpretare, in tali reati, l’espressione «fatto diretto a» come «fatto idoneo diretto a». La citata riformulazione della fattispecie costituisce, dunque, concreta attuazione di un dato pacificamente acquisito in dottrina e giurisprudenza, attraverso la sostituzione del riferimento al fatto diretto a …… con quello agli «atti …… diretti e idonei». La norma ha, altresì, ulteriormente specificato i caratteri della condotta, limitandone la rilevanza al compimento di atti «violenti». La Cassazione, già prima di tale riforma, come detto, ebbe a richiedere l’idoneità della condotta, ritenuta sussistente quando sia insorta, dall’azione del reo, quella situazione dalla quale può dirsi che, anche col concorso di altri fattori imprevisti ed eventuali, ma possibili, si svolga un processo di attività conducente all’evento dannoso.

Il requisito della idoneità deve ritenersi realizzato all’esito positivo del giudizio di «non inidoneità» del quod actum, prescindendo dal quesito se il quod actum era per se stesso capace della conseguenza della disintegrazione dello Stato.

In sostanza, si tratta di reato di pericolo, richiedendo la previsione in commento il prodursi di un effettivo pericolo per gli interessi tutelati.

Ulteriori elementi di novità disciplinare, rispetto alla previgente disposizione, sono costituiti dalla previsione di una clausola di sussidiarietà, in virtù della quale la fattispecie è configurabile solo ove il fatto non costituisca più grave reato, possibilità concretamente verificabile a seguito della sostituzione della previgente sanzione dell’ergastolo (in origine era prevista la pena di morte: si veda nota (2) sub art. 17) con quella della reclusione non inferiore a dodici anni, e dalla creazione di una ipotesi aggravata per il caso in cui il fatto sia commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche.

Quanto all’originario secondo comma, se la condotta, in esso prevista, di discioglimento dell’unità dello Stato è stata recepita nel nuovo primo comma, scompaiono (per manifesta obsolescenza) le condotte dirette a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità.

(2) Cfr. art. 5, c. 2, l. 29-5-1982, n. 304, ai sensi del quale «Se il colpevole di uno dei delitti previsti dagli articoli 241, 276, 280, 283, 284, 285, 286, 289 e 295 del codice penale coopera efficacemente ad impedire l’evento cui gli atti da lui commessi sono diretti soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora questi costituiscano per sé un reato diverso».

Giurisprudenza annotata

Attentati contro l'integrità dello Stato

È inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione del Senato della Repubblica 31 gennaio 2001 relativa alla insindacabilità, ai sensi dell'art. 68 comma 1 cost., delle opinioni e dei comportamenti di due parlamentari, per i quali è in corso un procedimento penale. Il ricorrente, infatti, non ha assolto all'onere di una enunciazione esaustiva delle condotte poste in essere dagli imputati che prescinda dalla tecnica adottata nella formulazione del capo di imputazione e dalla sussistenza dei requisiti minimi di indicazione del "fatto" prescritti dal c.p.p., in particolare omettendo di precisare quale sia il comportamento addebitato a ciascuno dei due senatori imputati, atteso che nè la loro posizione risulta adeguatamente differenziata rispetto a quella degli altri coimputati nei medesimi reati, nè risulta specificata la natura (morale o materiale) del contributo recato dai predetti parlamentari a titolo di concorso nella realizzazione delle fattispecie criminose oggetto di contestazione: precisazione tanto più necessaria in quanto ai due parlamentari sono stati addebitati reati a condotta libera, in relazione ai quali il legislatore è ricorso alla tecnica di incriminare qualsiasi "fatto" diretto, rispettivamente, a "disciogliere l'unità dello Stato" (art. 241 c.p.) ovvero a "mutare la costituzione dello Stato o la forma del Governo" (art. 283 c.p.); sicché, mancando in radice la possibilità di stabilire se quella ascrivibile a ciascuno dei due parlamentari sia la realizzazione di un comportamento di carattere materiale o la manifestazione di una opinione, rimane preclusa la possibilità di valutare se ricorrano le condizioni per l'operatività della prerogativa di cui all'art. 68 comma 1 cost.

Corte Costituzionale  07 luglio 2005 n. 267  

 

Se è vero che lo Stato è il soggetto passivo generale di tutti i reati, esso, nei delitti preveduti dal capo secondo del titolo primo del libro secondo del codice, ne è il soggetto passivo particolare, essendo il titolare dei beni giuridici specifici direttamente protetti dalle relative norme e che sono costituiti dagli interessi fondamentali della personalità dello Stato, attinendo essi alla inviolabilità del presente ordinamento politico, alla esistenza, alla incolumità ed al decoro dei supremi organi dello Stato e al decoro della nazione italiana.

Cassazione penale sez. I  26 giugno 1981



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