Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015

Art. 314 codice penale: Peculato

codice-penale

Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015



Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio(1)  (2) il possesso o comunque la disponibilità (3) di denaro o di altra cosa mobile altrui (4), se ne appropria (5), è punito con la reclusione da quattro anni a dieci anni e sei mesi (6).

Si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita (7) (8).

Commento

Pubblico ufficiale: [v. 357]; Incaricato di un pubblico servizio: [v. 358].

Possesso o disponibilità: il concetto di possesso non è ricalcato sulla nozione civilistica ex art. 1140 c.c., ma va adeguato alle specifiche esigenze di tutela del diritto penale, per cui il termine va inteso in senso ampio, comprendendo sia il possesso in senso stretto, sia la semplice detenzione sia la semplice possibilità di disporre della cosa anche custodita da altri, mediante un atto del proprio ufficio [v. nota (3)]. Dalla nozione di disponibilità esula, invece, il potere del p.u. equiparabile a quello del creditore di un rapporto obbligatorio, con cui può pretendere la prestazione dalla controparte.

Denaro: è la moneta in genere, di carta o di metallo, avente corso legale in Italia, e all’estero.

Cosa mobile: è qualsiasi entità, materiale o immateriale, suscettibile di essere trasportata da un luogo all’altro senza subire alterazioni strumentali. La (—) deve avere rilevanza sotto il profilo economico, anche se non necessariamente patrimoniale [v. nota (4)].

Altrui: l’aggettivo indica la necessità che il denaro o la cosa mobile non si trovino nella proprietà o nel possesso (non determinato da motivo di ufficio o servizio) del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio.

Appropriarsi: comportarsi nei confronti della cosa uti dominus esercitando su di essa atti di dominio incompatibili con il titolo che ne giustifica il possesso, come ad esempio alienarla, distruggerla, ritenerla per sé senza restituirla, usarla in modo che si consumi etc.

(1) Art. così sostituito ex l. 26-4-1990, n. 86 (art. 1), recante modifiche in tema di delitti dei pubblici ufficiali contro la P.A.

(2) Questa espressione è stata diversamente interpretata in ambito dottrinale e in giurisprudenza.

La dottrina prevalente (FIANDACA , PAGLIARO ) ritiene che vada intesa come dipendenza funzionale del possesso dall’esercizio della funzione, escludendo che la «ragione d’ufficio» sussista nell’ipotesi in cui il possesso sia occasionale e non ricollegato ad uno specifico potere giuridico. La giurisprudenza, invece, ritiene sufficiente anche una situazione di possesso occasionale, ed addirittura un mero affidamento volontario e facoltativo, sempreché vi siano legittimi poteri dispositivi connessi all’appartenenza all’ufficio del soggetto attivo.

In proposito ha, peraltro, precisato la Cassazione che, ai fini della configurabilità del reato, il possesso della cosa oggetto di appropriazione non può ritenersi determinato da ragioni di ufficio o servizio qualora sia stato conseguito per un evento fortuito ovvero per il fatto del terzo che abbia consegnato il bene al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio, ma non in ragione delle mansioni svolte dai medesimi (Cass. 9-11-2010, n. 39363).

(3) La vecchia formulazione della norma faceva riferimento al solo possesso, suscitando contrastanti interpretazioni sulla portata del termine: secondo taluni, esso deve identificarsi nella possibilità per il soggetto attivo di esercitare il possesso della P.A.; secondo altri, invece il possesso dovrebbe fare direttamente capo al soggetto attivo del reato, con la conseguenza che dovrebbe escludersi la ricorrenza della fattispecie tutte le volte in cui l’agente abbia sulla cosa una mera disponibilità giuridica (intesa come possibilità di controllo e di vigilanza) ma non anche il possesso della stessa. Tali opposte tesi possono ritenersi conciliate dall’orientamento, accolto dalla prevalente giurisprudenza, per il quale il possesso è possibilità di disporre della cosa, fuori da altri poteri di vigilanza, sia che tale possibilità derivi da una situazione di fatto sia che derivi dai poteri riconosciuti all’agente in ragione del suo ufficio.

(4) Si discute in dottrina se la menzione del danaro accanto alla cosa mobile sia pleonastica o abbia un proprio significato. Parte della dottrina ritiene che sia pleonastica; altra parte ritiene invece che l’espressione non è pleonastica, in quanto il danaro non è solo la moneta, ma tutte le cose comprese nell’equiparazione dell’art. 458. Sembra preferibile la prima teoria, in quanto il legislatore, adoperando la doppia dizione, ha voluto punire l’appropriazione o la distrazione da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio di qualsiasi cosa di valore. Si ritiene in giurisprudenza che l’appropriazione degli interessi maturati sulle somme di cui il pubblico ufficiale si sia appropriato non integra un autonomo fatto di peculato, posto che il reato si perfeziona con l’appropriazione del bene e non rilevando dunque, se non ai fini della valutazione del disvalore del fatto e della quantificazione del danno, i frutti prodotti «medio tempore» dallo stesso (Cass. 13-1-2011, n. 670).

(5) La nuova formulazione dell’art. 314 non esige più che il danaro o la cosa mobile appartengano alla P.A., ma esige solo che essi si trovino nella disponibilità o nel possesso del soggetto attivo. Conseguenza di tale impostazione è l’abrogazione del delitto di malversazione ex art. 315 [v. Libro II , Titolo II ].

(6) Le parole «da quattro anni a dieci anni e sei mesi» sostituiscono le originarie «da quattro a dieci anni» ex art. 1, c. 1, lett. d), l. 27-5- 2015, n. 69 (cd. Legge anticorruzione 2015).

In precedenza, la legge anticorruzione del 2012 aveva sostituito la parola «quattro» con la precedente parola «tre» (art. 1, c. 75, l. 190/2012).

(7) È questo il cd. peculato d’uso. Risolvendo una questione dottrinaria piuttosto controversa, il legislatore ne ha espressamente introdotto la figura al comma 2: oggetto ne possono essere solo le cose mobili di specie, e non anche il denaro o cose generiche, perché altrimenti si ricadrebbe nella previsione del comma 1 (in tal senso, Cass. 23-1-2003, n. 3411).

Nel tentativo di specificare la generica nozione di «uso momentaneo», la Cassazione ha precisato che tale tipo di uso non si identifica con quello istantaneo, ma temporaneo, ossia protratto per un tempo limitato così da comportare una sottrazione della cosa alla sua destinazione istituzionale tale da non compromettere seriamente la funzionalità della P.A (Cass. 9-3- 2005, n. 9216).

In merito ad un caso «di scuola» di peculato d’uso, sostiene la Cassazione che la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che utilizzi il telefono d’ufficio per fini personali al di fuori dei casi d’urgenza o di specifiche e legittime autorizzazioni, integra il reato di peculato d’uso se produce un danno apprezzabile al patrimonio della P.A. o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell’ufficio, mentre deve ritenersi penalmente irrilevante se non presenta conseguenze economicamente e funzionalmente significative (Cass. Sez. U n. 2-5-2013, n. 19054).

In un più recente asserto, la medesima Corte ha affermato che la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che utilizza reiteratamente l’autovettura di servizio per finalità attinenti alla vita privata configura il reato di cui all’art. 314 comma 1 cod. pen. (dunque il peculato comune) in quanto realizza una condotta appropriativa di un bene della pubblica amministrazione per la cui integrazione è sufficiente l’esercizio da parte dell’agente di un potere uti dominus tale da sottrarre il bene alla disponibilità dell’ente (Cass. 31-3-2016, n. 13038).

(8) Sono state considerate fattispecie di peculato quella: dell’esattore che si appropria del denaro versato dai contribuenti; del cancelliere che si appropria delle somme ricevute per la registrazione di una sentenza; dell’ufficiale postale che si appropria dei valori contenuti nelle lettere; del dipendente della società autostrade che, in qualità di esattore alla stazione di uscita, si appropria di parte del denaro incassato sostituendo le schede consegnate dagli utenti con altre schede indicanti percorsi inferiori. Quanto all’elemento distintivo tra il delitto di peculato e quello di truffa aggravata, ai sensi dell’art. 61 n. 9, c.p., va individuato con riferimento alle modalità del possesso del denaro o d’altra cosa mobile altrui oggetto di appropriazione, ricorrendo la prima figura quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio se ne appropri avendone già il possesso o comunque la disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio, e ravvisandosi invece la seconda ipotesi quando il soggetto attivo, non avendo tale possesso, se lo procuri fraudolentemente, facendo ricorso ad artifici o raggiri per appropriarsi del bene (Cass. 18-9-2008, n. 35852).

Giurisprudenza annotata

 

Peculato

In tema di peculato, il possesso qualificato dalla ragione d'ufficio o del servizio non è solo quello che rientra nella competenza funzionale specifica del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio, ma anche quello che si basa su un rapporto che consenta al soggetto di inserirsi di fatto nel maneggio o nella disponibilità della cosa o del denaro altrui, rinvenendo nella pubblica funzione o nel servizio anche la sola occasione materiale per porre in essere il comportamento appropriativo (confermata la sentenza di condanna nei confronti di un Carabiniere, responsabile del reato di peculato, per essersi appropriato di una somma di denaro contenuta in un portafogli che gli era stato consegnato da parte di una donna che lo aveva ritrovato sulla pubblica via).

Cassazione penale sez. VI  12 febbraio 2015 n. 9660

 

Qualora il processo penale a carico di un pubblico dipendente imputato di peculato ex art. 314, c.p. sia stato definito con sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444 e 445 c.p.p., l'Amministrazione, sulla base di un ragionevole apprezzamento anche di tutte le altre risultanze del procedimento, può fare legittimo riferimento alla condanna patteggiata per ritenere accertati, in sede disciplinare, i fatti emersi nel corso del procedimento penale, che appaiano fondatamente ascrivibili al dipendente; ciò in quanto alla sentenza di patteggiamento può ascriversi una qualche rilevanza anche sul piano dell'accertamento della responsabilità penale dell'imputato, se non altro in considerazione del fatto che il giudice, nonostante la richiesta concorde delle parti, non può emettere la pronuncia di patteggiamento se ritiene che ricorrano le condizioni per il proscioglimento.

T.A.R. Torino (Piemonte) sez. I  19 dicembre 2014 n. 2070  

 

Integra il delitto di peculato la condotta del pubblico ufficiale che omette o ritarda di versare ciò che ha ricevuto per conto della P.A., in quanto tale comportamento costituisce un inadempimento non ad un proprio debito pecuniario, ma all'obbligo di consegnare il denaro al suo legittimo proprietario, con la conseguenza che, sottraendo la "res" alla disponibilità dell'ente pubblico per un lasso temporale ragionevolmente apprezzabile, egli realizza una inversione del titolo del possesso "uti dominus". (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto corretta la decisione impugnata che aveva ravvisato il delitto di peculato nella condotta di un ufficiale di anagrafe il quale si era appropriato del denaro consegnatogli dai privati a titolo di diritti di segreteria sulle carte di identità da lui rilasciate). (Dichiara inammissibile, App. Lecce, 09/01/2014 )

Cassazione penale sez. VI  25 novembre 2014 n. 53125  

 

Integra il delitto di peculato la condotta dell'amministratore di sostegno che, essendo abilitato ad operare sui conti correnti intestati alle persone sottoposte all'amministrazione, si appropria, attraverso apposite operazioni bancarie, delle somme di denaro giacenti sugli stessi. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la disciplina applicabile all'amministratore di sostegno, in particolare avendo riguardo alle disposizioni del cod. civ. che ne regolano l'attività, l'obbligo annuale di rendiconto, le limitazioni alla capacità di ricevere per testamento e per donazione, ecc., consente di attribuire a quest'ultimo, negli stessi termini del tutore, la qualifica di pubblico ufficiale). (Dichiara inammissibile, App. Milano, 25/03/2013 )

Cassazione penale sez. VI  12 novembre 2014 n. 50754  

 

La verifica della reale attività esercitata e degli scopi perseguiti dall'amministratore di sostegno consente di attribuirgli, negli stessi termini del tutore, la veste e qualità di pubblico ufficiale (confermata, nella specie, l'integrazione del delitto di peculato in capo ad un amministratore di sostegno che si era appropriato di somme di denaro appartenenti alla persona incapace di provvedere ai propri interessi e ricevute in funzione dell'ufficio rivestito).

Cassazione penale sez. VI  12 novembre 2014 n. 50754  

 

In tema di peculato, la condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio che utilizzi il telefono d'ufficio per fini personali al di fuori dei casi d'urgenza o di specifiche e legittime autorizzazioni, integra il reato di peculato d'uso se produce un danno apprezzabile al patrimonio della p.a. o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell'ufficio, mentre deve ritenersi penalmente irrilevante se non presenta conseguenze economicamente e funzionalmente significative. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato di peculato d'uso della condotta di un amministratore comunale, che, ricevuto in uso un telefono cellulare per ragioni di servizio, aveva attivato la connessione "internet" e servizi aggiuntivi estranei alle funzioni del suo ufficio, per un costo pari a circa 11.000 euro nell'arco di un biennio). (Annulla in parte con rinvio, App. Torino, 20/11/2012 )

Cassazione penale sez. VI  04 novembre 2014 n. 50944  

 

La condotta appropriativa del responsabile della cassa di una Federazione sportiva integra il delitto di peculato quando ha ad oggetto fondi pubblici erogati per la promozione dell'attività sportiva e, invece, quello di appropriazione indebita aggravata, a norma degli artt. 646 e 61 n. 11 cod. pen., quando si riferisce a somme raccolte dall'ente per il proprio finanziamento quale soggetto giuridico privato, poiché nel primo caso, e non nel secondo, l'agente esercita un servizio pubblico. (Fattispecie in cui la S.C. ha ravvisato il concorso formale tra i reati di cui agli artt. 314 e 646 cod. pen., tale ultimo aggravato ai sensi dell'art. 61 n. 11 cod. pen., nella condotta del responsabile dell'ufficio amministrativo della Federazione Italiana Sport del Ghiaccio che, nella sua qualità, si era appropriato sia di somme di provenienza privata - tesseramenti, affiliazioni e multe irrogate a società e tesserati - che di fondi erogati dal C.O.N.I. per il finanziamento delle attività sportive). (Rigetta, App. Roma, 10/05/2013 )

Cassazione penale sez. VI  21 ottobre 2014 n. 53578  

 

In tema di peculato, la condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio che utilizzi il telefono d'ufficio per fini personali al di fuori dei casi d'urgenza o di specifiche e legittime autorizzazioni, integra il reato di peculato d'uso se produce un danno apprezzabile al patrimonio della p.a. o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell'ufficio, mentre deve ritenersi penalmente irrilevante se non presenta conseguenze economicamente e funzionalmente significative. (In motivazione, la Corte ha evidenziato che plurime telefonate integrano un'unitaria condotta di peculato d'uso, con conseguenti ricadute ai fini della valutazione del danno congiunto alla P.A., anche se le stesse sono compiute in arco temporale di diversi giorni, quando l'utilizzo indebito dell'apparecchio si presenti come avvenuto senza soluzione di continuità). (Annulla con rinvio, App. Palermo, 17/12/2013 )

Cassazione penale sez. VI  24 settembre 2014 n. 46282  

 

Si configura peculato d'uso quando si ravvisi un'unitaria condotta del soggetto agente, ovvero quando le plurime telefonate, compiute attraverso il telefono fisso del proprio alloggio di servizio, siano state compiute nello stesso giorno o in un arco temporale ristretto o ancora se, pur in un intervallo più ampio, l'utilizzo del telefono sia così intenso e senza soluzioni di continuità da poter considerare le diverse chiamate, in quanto così ravvicinate nel tempo, espressione di una condotta unitaria.

Cassazione penale sez. VI  24 settembre 2014 n. 46282  

 

Non è configurabile l'appropriazione, quale elemento materiale integrante il reato di peculato, nell'uso da parte del pubblico ufficiale della vettura di servizio per il compimento del tragitto casa-ufficio, quando l'accompagnamento non è effettuato in violazione di alcuna disposizione regolamentare, poiché in tal caso, a differenza di quanto avviene nell'ipotesi di utilizzo dell'auto per motivi personali e privati, il bene di cui il pubblico ufficiale ha la disponibilità per ragioni del suo ufficio rimane, comunque, nell'ambito della sua normale destinazione giuridica, e cioè nella sfera della pubblica amministrazione. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto corretta la decisione impugnata che aveva escluso la configurabilità del reato di cui all'art. 314 c.p. in riferimento alla condotta del dirigente dell'ASL che utilizzava l'auto di servizio esclusivamente per il percorso casa-ufficio, essendo tra l'altro legittimato ad avvalersi dell'autista per i suoi spostamenti). (Dichiara inammissibile, G.u.p. Trib. Nocera Inferiore, 09/07/2013 )

Cassazione penale sez. VI  17 settembre 2014 n. 46061  

 

L'elemento distintivo tra il delitto di peculato e quello di truffa aggravata va individuato con riferimento alle modalità (lecite o meno) di acquisizione del possesso del denaro o di altra cosa mobile altrui oggetto di appropriazione, ricorrendo la prima figura quando il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio se ne appropri avendone già il possesso o comunque la disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio, e ravvisandosi invece la seconda ipotesi quando il soggetto attivo, non avendo tale possesso, se lo procuri fraudolentemente, facendo ricorso ad artifici o raggiri per appropriarsi del bene.

Cassazione penale sez. II  17 luglio 2014 n. 38612  



Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

1 Commento

  1. La trattazione dell’argomento viene prospettata come aggiornata al 2015. In precedenza il limite edittale minimo era pari a tre anni di reclusione, ora aumentato a quattro per intervento dell’art. 1, l. 6 novembre 2012, n. 190.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI