Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015

Art. 318 codice penale: Corruzione per un atto d’ufficio

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Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015



Il pubblico ufficiale che, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri (1) (2), indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità (3) o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a sei anni [32quater] (4).

Commento

Pubblico ufficiale: [v. 357].

(1) Art. dapprima sostituito ex l. 26-4-1990, n. 86 (art. 6) e successivamente così sostituito ex l. 6-11-2012, n. 190 (art. 1, c. 75, lett. f)). Il testo previgente così disponeva: «318. Corruzione per un atto d’ufficio. — Il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno».

Come, dunque, evidenziato in nota, la norma è stata oggetto di riformulazione ad opera della cd. legge anticorruzione. Nella sua formulazione originaria, la norma in esame prevedeva la cd. corruzione impropria (definita tale in quanto avente ad oggetto il compimento di un atto d’ufficio, contrapposta alla corruzione propria, concernente atti contrari ai doveri d’ufficio), a sua volta distinta in antecedente e susseguente (secondo che il fatto corruttivo concernesse un atto ancora da compiersi o già compiuto).

A seguito dei correttivi operati dalla l. 190/2012, l’art. 318 viene riformulato in modo da rendere più evidenti i confini tra le diverse forme di corruzione: da una parte, la corruzione propria di cui all’art. 319, che rimane ancorata alla prospettiva del compimento di un atto contrario ai doveri d’ufficio (come anche all’omissione o ritardo di un atto d’ufficio), nonché al distinguo fra corruzione antecedente e susseguente, dall’altra, l’accettazione di una utilità indebita (o della sua promessa), da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, che prescinde dall’adozione o dall’omissione di atti inerenti al proprio ufficio, ma si finalizza esclusivamente a remunerare l’esercizio delle funzioni o dei poteri spettanti al pubblico ufficiale (la qual cosa ha fatto venir meno, nella nuova corruzione impropria, il previgente distinguo fra corruzione antecedente e susseguente, peraltro, anche diversamente sanzionata, mancando, come detto, il riferimento ad uno specifico atto d’ufficio compiuto o da compiersi, oggetto della corruzione).

(2) Si è sopra anticipato che il principale elemento di novità dovuto alla cd. legge anticorruzione consiste nell’aver soppresso il preesistente, necessario, collegamento fra utilità ricevuta o promessa da parte del pubblico ufficiale ed atto d’ufficio, da adottare o già adottato, rendendo configurabile la nuova corruzione impropria anche nei casi in cui il concreto esercizio della funzione pubblica non debba tradursi nel compimento di un atto.

Nei primi commenti alla riforma si è osservato, peraltro, come l’innovazione si sia sostanzialmente limitata a recepire preesistenti approdi dell’elaborazione giurisprudenziale di legittimità i quali, sia pure con riferimento alla corruzione propria, non solo avevano attribuito alla nozione di atto di ufficio una accezione estensiva, comprendendovi una considerevole gamma di comportamenti, astrattamente riconducibili alle funzioni del pubblico ufficiale (es. il compimento di atti di amministrazione attiva, la formulazione di richieste o di proposte, l’emissione di pareri, la tenuta di condotte meramente materiali, etc.) ma si erano spinti a ritenere che si potesse perfino prescindere dalla concreta individuazione di un atto al cui compimento connettere l’accordo corruttivo, assumendo rilievo esclusivamente il fatto che la condotta oggetto dell’illecito rapporto tra corruttore e corrotto fosse individuabile anche genericamente, in ragione della competenza o della concreta sfera di intervento di quest’ultimo, così da essere suscettibile di specificarsi in una pluralità di atti singoli non preventivamente fissati o programmati, ma pur sempre appartenenti al genus previsto; per tal via si era finito con l’ammettere che l’accordo potesse avere ad oggetto l’asservimento — più o meno sistematico — della funzione pubblica agli interessi del privato corruttore, il quale, dietro promessa o consegna al soggetto pubblico di denaro od altre utilità, se ne assicurava, senza ulteriori specificazioni, i futuri favori.

In tale ottica, si è osservato che la nuova norma, pur continuando ad essere formalmente rubricata come «corruzione», avrebbe in realtà introdotto una inedita figura criminosa, consistente in un vero e proprio «asservimento» del soggetto pubblico ai desiderata del soggetto privato, stante la non necessità di dimostrare appunto un legame tra il compenso ed uno specifico atto di ufficio.

Si è, altresì, avuto modo di osservare che la riforma ha riguardato esclusivamente la corruzione impropria, preservando, per converso, la lettera dell’art. 319 (sanzionante la cd. corruzione propria) ad eccezione, come si vedrà, della risposta sanzionatoria, la qual cosa ha prodotto un’asimmetria tra l’elemento oggettivo della corruzione impropria e quello della corruzione propria, in precedenza convergenti nel collegare la promessa o la dazione illecite al compimento di un atto, rispettivamente, proprio dell’ufficio ovvero contrario ai doveri di ufficio del pubblico ufficiale. In tale opzione politico-criminale, taluni leggono l’intenzione di fornire una «interpretazione autentica implicita» dell’art. 319 c.p., difforme dai comuni orientamenti interpretativi «estensivi» assunti dalla giurisprudenza di legittimità in tempi recenti.

L’aver, inoltre, sganciato la commissione del reato dal compimento di un atto ha reso, come anticipato, inutile la distinzione, in precedenza sussistente, tra reato di corruzione impropria antecedente e corruzione impropria susseguente, la qual cosa ha prodotto l’abrogazione del comma secondo dell’art. 318 c.p. Deve, dunque, ritenersi che il riferimento operato dall’art. 321 (norma che estende la punibilità per i delitti di corruzione anche al corrotto) al «primo comma dell’articolo 318» permanga in virtù di un mero difetto di coordinamento con la innovazione oggetto del nostro esame.

Si è, altresì, osservato che, per effetto della «riduzione ad unità» di corruzione antecedente e susseguente, il corruttore possa oggi essere punito, in forza del richiamo da parte dell’art. 321, anche per la corruzione impropria susseguente, pur se, essendo configurabile una ipotesi di nuova incriminazione, essa sia insuscettibile di applicazione retroattiva.

(3) Da un raffronto letterale fra previgente ed attuale formulazione dell’art. 318 emerge, altresì, un ulteriore elemento di novità, costituito dalla soppressione del riferimento alla retribuzione non dovuta. Sotto la vigenza della norma precedente, nell’impiego del termine «retribuzione» veniva letto l’intento del legislatore di escludere dall’ambito di operatività della fattispecie le situazioni non caratterizzate da un vero e proprio rapporto «sinallagmatico» tra la prestazione del corruttore e quella del corrotto, nonché di includervi solo quelle dazioni o promesse proporzionate al tipo e all’importanza della prestazione richiesta al pubblico ufficiale, la qual cosa faceva escludere la configurabilità del reato sia in presenza di una utilità di entità irrilevante, sia in caso di sostanziale sproporzione rispetto al vantaggio ottenuto. In tale ottica, si era osservato, altresì, come il concetto di proporzione — da intendersi nel senso di mancanza di sproporzione manifesta tra la prestazione del privato e quella del pubblico ufficiale — riguardasse soltanto la corruzione impropria di cui all’articolo 318 c.p., il quale, come detto, richiamava la «retribuzione non dovuta» per il compimento di un atto dell’ufficio, e non pure la corruzione propria prevista dall’articolo 319 c.p., relativa al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio, in cui non si fa riferimento al concetto di retribuzione, essendo sufficiente che la datio sia correlata all’atto contrario ai doveri di ufficio che il pubblico ufficiale, per l’accordo intervenuto, deve compiere o ha compiuto.

In sede di prime esegesi della riformulata previsione, si è, dunque, posto il problema di valutare se, venuto meno il carattere «retributivo» della dazione, il requisito della proporzionalità sia ancora necessario ai fini della configurabilità del reato ovvero se il medesimo non possa dirsi più rilevante.

(4) Le parole «da uno a sei anni» sostituiscono le originarie «da uno a cinque anni» ex art. 1, c. 1, lett. e), l. 27-5-2015, n. 69. V. anche nota (4) sub art. 316bis.

Giurisprudenza annotata

Corruzione per l'esercizio della funzione

In tema di corruzione, la nozione di "altra utilità", quale oggetto della dazione o promessa, ricomprende qualsiasi vantaggio materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, che abbia valore per il pubblico agente, a nulla rilevando, inoltre, che lo stesso venga corrisposto a distanza di tempo dall'accordo corruttivo. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la decisione impugnata che aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza del delitto di corruzione di cui all'art. 319 c.p. con riferimento alla condotta di corresponsione nel 2011, da parte dell'amministratore di una società operante nel settore del lavori stradali, della somma di Euro 30.000 al gruppo sportivo dei vigili urbani, gestito dal Comandante del corpo, in cambio dell'affidamento - disposto nel 2009 da quest'ultimo - del servizio di ripristino della viabilità post-incidente all'interno del territorio comunale). (Annulla con rinvio, Trib. lib. Roma, 12/05/2014 )

Cassazione penale sez. VI  14 ottobre 2014 n. 45847  

 

Dopo la l. n. 190 del 2012 che ha modificato i reati in materia di corruzione, deve ritenersi comunque sussistente un'area di applicabilità dell'art. 319 c.p. quando la vendita della funzione pubblica è caratterizzata "da uno o più atti contrari ai doveri d'ufficio, accompagnati da indebite dazioni di denaro o prestazioni di utilità, sia antecedenti che susseguenti rispetto all'atto tipico". Dopo la legge Severino, infatti, anche se l'art. 318 c.p. va a contrastare la corruzione per l'esercizio della funzione, mentre l'art. 319 c.p. va invece a sanzionare i casi di maggiore gravità, in cui il pubblico ufficiale omette o ritarda un atto di sua competenza o ne compie addirittura di contrari ai doveri d'ufficio, ben può verificarsi, come nel caso di specie, che "all'accettazione di indebite promesse o (evenienza più verosimile) alla percezione di indebite utilità collegate semplicemente all'esercizio della pubblica funzione si accompagnino situazioni in cui è, invece, riconoscibile il sinallagma tra quelle e il compimento di un atto contrario ai doveri d'ufficio ovvero l'omissione o il ritardo di un atto dovuto".

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 47271  

 

In tema di corruzione, lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi, attraverso il sistematico ricorso ad atti contrari ai doveri di ufficio non predefiniti, né specificamente individuabili "ex post", ovvero mediante l'omissione o il ritardo di atti dovuti, integra il reato di cui all'art. 319 c.p. e non il più lieve reato di corruzione per l'esercizio della funzione di cui all'art. 318 c.p., il quale ricorre, invece, quando l'oggetto del mercimonio sia costituito dal compimento di atti dell'ufficio. (In motivazione la Corte ha individuato un rapporto di progressione criminosa tra le due fattispecie incriminatrici).(Rigetta, Trib. lib. Venezia, 28/06/2014 )

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 47271  

 

In tema di corruzione, la fattispecie di cui all'art. 319 c.p. (nel testo introdotto dalla l. 6 novembre 2012 n. 190), è in rapporto di specialità unilaterale per specificazione rispetto a quella prevista dall'art. 318 c.p., in quanto mentre questa punisce la generica condotta di vendita della funzione pubblica, la prima richiede, invece, un preciso atto contrario ai doveri di ufficio, oggetto di illecito mercimonio.

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 49226  

 

In tema di corruzione, lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi realizzato attraverso l'impegno permanente a compiere od omettere una serie indeterminata di atti ricollegabili alla funzione esercitata, integra il reato di cui all'art. 318 c.p. (nel testo introdotto dalla l. 6 novembre 2012 n. 190), e non il più grave reato di corruzione propria di cui all'art. 319 c.p., salvo che la messa a disposizione della funzione abbia prodotto il compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio, poiché, in tal caso, si determina una progressione criminosa nel cui ambito le singole dazioni eventualmente effettuate si atteggiano a momenti esecutivi di un unico reato di corruzione propria a consumazione permanente. (Rigetta, Trib. lib. Venezia, 28/06/2014 )

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 49226  

 

In tema di corruzione, l'elemento sinallagmatico della fattispecie prevista dall'art. 319 c.p. è integrato anche dalla mera disponibilità mostrata dal pubblico ufficiale a compiere in futuro atti contrari ai doveri del proprio ufficio, ancorché non specificamente individuati. (Fattispecie in cui è stato escluso che la cessione di modiche quantità di droga ad un funzionario di polizia potesse integrare la prova della sua disponibilità ad un generalizzato impegno a rivelare informazioni sulle indagini relative al contrasto del traffico degli stupefacenti). (Annulla in parte con rinvio, App. Trieste, 18/07/2012 )

Cassazione penale sez. VI  19 giugno 2014 n. 33881  

 

Il reato di concussione e quello di induzione indebita a dare o promettere utilità si differenziano dalle fattispecie corruttive, in quanto i primi due illeciti richiedono, entrambi, una condotta di prevaricazione abusiva del funzionario pubblico, idonea, a seconda dei contenuti che assume, a costringere o a indurre l'"extraneus", comunque in posizione di soggezione, alla dazione o alla promessa indebita, mentre l'accordo corruttivo presuppone la "par condicio contractualis" ed evidenzia l'incontro libero e consapevole della volontà delle parti.

Cassazione penale sez. un.  24 ottobre 2013 n. 12228

 

Lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi, attraverso il sistematico ricorso ad atti contrari ai doveri di ufficio non predefiniti, né specificamente individuabili "ex post", configura il reato di cui all'art. 319 c.p., e non il più lieve reato di corruzione per l'esercizio della funzione di cui all'art. 318 c.p. (nel testo introdotto dalla l. 6 novembre 2012 n. 190).

Cassazione penale sez. VI  15 ottobre 2013 n. 9883

 

In tema di corruzione propria sono atti contrari ai doveri di ufficio non solo quelli illeciti, siccome vietati da atti imperativi o illegittimi, perché dettati da norme giuridiche, riguardanti la loro validità ed efficacia, ma anche quelli che, pur formalmente regolari, prescindono per consapevole volontà del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio dall'osservanza dei doveri istituzionali, espressi in norme di qualsiasi livello, compresi quelli di correttezza e di imparzialità. Conseguentemente, ai fini della distinzione fra corruzione propria ed impropria, nella prima il pubblico ufficiale, violando anche il solo dovere di correttezza, connota l'atto di contenuto privatistico, così perseguendo esclusivamente o prevalentemente l'interesse del privato corruttore; nella seconda, invece, il pubblico ufficiale, che accetta una retribuzione per l'unico atto reso possibile dalle sue attribuzioni, viola soltanto il dovere di correttezza.

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2013 n. 41898



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