Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 337 codice penale: Resistenza a un pubblico ufficiale

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chiunque usa violenza o minaccia (1) (2) per opporsi a un pubblico ufficiale [357] o ad un incaricato di un pubblico servizio [358], mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni [339] (3) (4).

Commento

Violenza: [v. 336]; Minaccia: [v. 336]; Pubblico ufficiale: [v. 357]; Incaricato di pubblico servizio: [v. 358].

(1) Non è necessario che la violenza o minaccia sia esercitata direttamente sulla persona del pubblico ufficiale o sull’incaricato del pubblico servizio, ma è sufficiente che essa si estrinsechi su cose o anche su privati, purché sia idonea ad impedire, a turbare e ad ostacolare l’esercizio della pubblica funzione.

Si pensi alla fattispecie in cui l’autore del reato aveva minacciato di ferirsi con i vetri di una bottiglia per ottenere che gli agenti di custodia del carcere ove egli era detenuto non compissero l’atto di consegna della sua persona ai carabinieri incaricati della traduzione presso altro istituto penitenziario.

Si ritiene, inoltre, che il delitto possa essere integrato anche da una condotta ingiuriosa nei confronti del soggetto passivo quando essa, lungi dal rappresentare l’espressione di uno sfogo di sentimenti ostili e di disprezzo, riveli la volontà di opporsi allo svolgimento dell’atto di ufficio e risulti chiaro il nesso di causalità psicologica tra l’offesa arrecata e le funzioni esercitate (Cass. 14-1-2013, n. 1737).

Nel caso in cui la resistenza venga posta in essere, nel medesimo contesto, per opporsi a più pubblici ufficiali non si configura un unico reato di resistenza ai sensi dell’art. 337 c.p., ma tanti reati di resistenza — che possono essere uniti dal vincolo della continuazione — quanti sono i pubblici ufficiali in azione, giacché l’azione delittuosa si risolve in altrettante e distinte offese al libero espletamento dell’attività da parte di ogni pubblico ufficiale coinvolto (in tal senso, Cass. 23-10-2006, n. 35376).

Inoltre, l’integrazione del reato di resistenza a pubblico ufficiale non richiede che sia impedita, in concreto, la libertà di azione dello stesso, essendo sufficiente che si usi violenza o minaccia per opporsi al compimento di un atto di ufficio o di servizio, indipendentemente dall’esito positivo o negativo di tale azione e dall’effettivo verificarsi di un impedimento che ostacoli il compimento degli atti predetti (Cass. 29-1-2010, n. 3970).

(2) Non integra né violenza né minaccia la cd. resistenza meramente passiva (ad esempio, buttarsi a terra, rifiutarsi di obbedire etc.) e quindi essa non integra il delitto in esame neppure nel caso in cui il funzionario sia costretto ad usare la forza per vincerla. Dunque è necessario che la resistenza abbia il carattere di comportamento attivo, ed in particolare, aggressivo e non difensivo.

Discusso è il problema se e quando la fuga possa configurare resistenza al pubblico ufficiale.

Pacifico è che la semplice fuga a piedi non può mai configurare il reato in esame, in quanto in essa non è ravvisabile né violenza né minaccia; a meno che la fuga, come afferma la giurisprudenza, non sia stata agevolata da spintoni che il soggetto dà all’agente di polizia al fine di liberarsene dalla presa. La giurisprudenza ha precisato, comunque, che costituisce resistenza a pubblico ufficiale: la fuga in auto per forzare un posto di blocco; la fuga in auto attuata con fulminei testa-coda per costringere gli inseguitori a manovre ritardatrici onde evitare l’urto; la fuga in auto attuata con modalità tali da porre in pericolo l’incolumità degli inseguitori, come, ad esempio, il fatto di sterzare improvvisamente, una volta raggiunto dall’auto inseguitrice, per spingere quest’ultima fuori strada; la fuga in auto mentre il complice spara sugli agenti attraverso il finestrino; la fuga per vincere una resistenza del pubblico ufficiale, come ad esempio, nel caso di chi metta improvvisamente in moto l’autovettura al fine di costringere l’agente che si era aggrappato allo sportello a desistere dalla sua azione di inseguimento.

Quanto all’atto di divincolarsi posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria, integra il requisito della violenza e non una condotta di mera resistenza passiva, quando non costituisce una reazione spontanea ed istintiva al compimento dell’atto del pubblico ufficiale, ma un vero e proprio impiego di forza diretto a neutralizzarne l’azione ed a sottrarsi alla presa, guadagnando la fuga (Cass. 5-3-2010, n. 8997). Inoltre, il delitto può essere integrato anche da una condotta autolesionistica dell’agente, quando la stessa sia finalizzata ad impedire o contrastare il compimento di un atto dell’ufficio ad opera del pubblico ufficiale (Cass. 19-3-2010, n. 10878).

(3) È ritenuta sussistente la fattispecie nel caso di aggressioni perpetrate al termine di una partita di calcio dai tifosi della squadra di casa ai pullmans che trasportavano quelli della squadra ospite e alle pattuglie di scorta della polizia.

È altresì configurabile il reato di resistenza a un pubblico ufficiale nel caso in cui il soggetto agente, prendendo per un braccio l’ufficiale giudiziario procedente e portandolo fuori della porta, si opponga allo stesso nel compimento di un atto del suo ufficio — nella specie un pignoramento — poiché in tale condotta sono ravvisabili gli estremi della violenza (fattispecie relativa a rigetto di ricorso nel quale l’imputato aveva sostenuto che la corte di merito, nel qualificare «violento» un mero atto di scorrettezza, aveva erroneamente «dislargato» l’ambito di operatività dell’art. 337 (Cass. 17- 2-1989, n. 2659).

(4) Cfr. art. 393bis c.p.

(5) Per la speciale configurazione della fattispecie in esame, introdotta dal d.l. 17-8-2005, n. 162, convertito in l. 17-10-2005, n. 210, recante un complesso di misure volte a contrastare i fenomeni di violenza in occasione di competizioni sportive, si veda la nota (7) sub art. 336.

Giurisprudenza annotata

Resistenza a pubblico ufficiale

Seppure debba ritenersi che anche la violenza sulle cose, ove finalizzata ad opporsi al compimento da parte del pubblico ufficiale di un atto doveroso, possa integrare il reato di resistenza, tuttavia, in mancanza di una volontaria aggressione dei beni per operare un diretto condizionamento dell'azione degli agenti, che così realizzi una diretta condotta oppositiva, deve escludersi la natura violenta dell'azione. (Fattispecie di condotta di persona consistita nel puntare i piedi e le mani sull'auto di servizio per evitare di essere immessa al suo interno onde essere trasferita negli uffici di p.s., individuata come di mera mancata collaborazione, non sufficiente ad integrare il reato).

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 2015 n. 6069  

 

Non sussiste il reato di resistenza a pubblico ufficiale se le espressioni di minaccia rivolte al pubblico ufficiale non rivelano una volontà di opporsi allo svolgimento dell'atto d'ufficio, ma rappresentano piuttosto una forma di contestazione della pregressa attività svolta dal pubblico ufficiale esclusa, nella specie, la sussistenza del reato, atteso che la violenta reazione dell'arrestato era avvenuta all'atto dell'invito postogli di sporgere querela, dopo l'esito negativo degli accertamenti effettuati in ordine alla denunciata aggressione ai suoi danni; tale manifestazione non aveva realizzato alcuna finalità oppositiva all'attività d'ufficio delle forze dell'ordine, trattandosi di una reazione forse eccessiva, quindi punibile, ma non legittimante l'arresto, in quanto successiva all'intervento ormai concluso dei pubblici ufficiali).

Cassazione penale sez. VI  11 dicembre 2014 n. 932  

 

Gli ufficiali ed agenti della Polizia di Stato sono considerati in servizio permanente nel senso che non cessano dalla loro qualifica di pubblici ufficiali pur se liberi dal servizio, essendo anche in tali circostanze tenuti ad esercitare le proprie funzioni, ove si verifichino i presupposti di legge. (Fattispecie relativa al delitto di cui all'art. 337 cod. pen., posto in essere con calci e strattoni in danno di un poliziotto, nonostante questi, in tenuta da spiaggia, si fosse tempestivamente qualificato)

Cassazione penale sez. VI  09 dicembre 2014 n. 52005  

 

Sussiste il reato di resistenza a pubblico ufficiale ai sensi dell'art. 337 c.p. laddove l'imputato abbia posto in essere una condotta estrinsecatasi in comportamenti positivi e fattivi finalizzati a interdire e contrastare l'attività del pubblico ufficiale, in particolare quando l'imputato ristretto in stato di detenzione si sia dimenato e abbia spintonato in modo aggressivo e violento gli agenti della polizia penitenziaria intenti a condurlo dal comandante dell'istituto.

Tribunale Napoli sez. I  29 ottobre 2014 n. 14044  

 

Integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale ai sensi dell'art. 337 c.p. la condotta del reo che, alla guida di un'autovettura, al fine di eludere l'alt intimatogli dai carabinieri a un posto di blocco, si dia alla fuga spericolata in luogo abitato mettendo a repentaglio l'incolumità dei passanti e degli stessi agenti, costretti a impegnarsi in un pericoloso inseguimento.

Tribunale Napoli sez. I  29 ottobre 2014 n. 13485  

 

L'elemento distintivo tra il delitto di cui all'art. 336 c.p. e quello di cui all'art. 337 c.p. è rappresentato dal criterio temporale dell'atto doveroso compiuto dal pubblico ufficiale: nel primo caso, la violenza o minaccia si riferiscono a un attività futura del pubblico ufficiale, prima ancora che sia stata compiuta, mentre nel delitto di resistenza, la violenza o minaccia sono attuate durante il compimento dell'atto doveroso del pubblico ufficiale al fine di opporsi a esso.

Tribunale Napoli sez. I  28 ottobre 2014 n. 14042  

 

Va mandato assolto l'imputato del reato di resistenza a pubblico ufficiale ex art. 337 c.p. la cui individuazione sia risultata problematica per esservi pervenuta, la polizia giudiziaria procedente, in via indiziaria, laddove gli agenti non abbiano potuto controllare i documenti del reo che all'atto del controllo non li aveva con sé, e non abbiano potuto completare le operazioni di identificazione per essersi il reo dato alla fuga durante il controllo.

Tribunale Napoli sez. I  27 ottobre 2014 n. 12866  

 

Ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 337 cod. pen., l'atto di divincolarsi, posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria, integra il requisito della violenza e non, invece, una condotta di mera resistenza passiva, ove non costituisca una reazione spontanea ed istintiva al compimento dell'atto del pubblico ufficiale, ma un vero e proprio impiego di forza diretto a neutralizzarne l'azione ed a sottrarsi alla presa, guadagnando così la fuga.

Tribunale Napoli sez. I  20 giugno 2014 n. 8867  

 

Ai fini della configurabilità del delitto di cui all'art. 337 cod. pen., l'atto di divincolarsi, posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria, integra il requisito della violenza e non, invece, una condotta di mera resistenza passiva, ove non costituisca una reazione spontanea ed istintiva al compimento dell'atto del pubblico ufficiale, ma un vero e proprio impiego di forza diretto a neutralizzarne l'azione ed a sottrarsi alla presa, guadagnando così la fuga.

Tribunale Napoli sez. I  20 giugno 2014 n. 8867  

 

Quando la violenza esercitata nei confronti di un pubblico ufficiale, al fine di opporglisi mentre compie un atto dell'ufficio, eccede il fatto di percosse e volontariamente provoca lesioni personali in danno dell'interessato, determina un concorso tra il delitto di resistenza e quello di lesioni, sussistendo per quest'ultimo l'aggravante della connessione teleologica, a nulla rilevando che il reato mezzo ed il reato fine siano integrati dalla stessa condotta materiale. Deve quindi ritenersi escluso l'assorbimento della condotta tipica nel quadro normativo enunciato dall'art. 337 c.p.

Tribunale Roma sez. X  20 giugno 2014 n. 10471  

 

In tema di resistenza al pubblico ufficiale, l'elemento materiale del reato è integrato anche dalla violenza cosiddetta "impropria", la quale, pur non aggredendo direttamente il suddetto soggetto, si riverbera negativamente nell'esplicazione della relativa funzione pubblica, impedendola o semplicemente ostacolandola; solo la resistenza passiva potrà, dunque, in quanto negazione di qualunque forma di violenza o di minaccia, rimanere al di fuori della previsione legislativa di cui all'art. 337 c.p.

Tribunale Napoli sez. I  30 maggio 2014 n. 7994  

 

Ai sensi dell'art. 337 c.p., l'ipotesi di violenza o minaccia diretta contro più pubblici ufficiali, in un contesto di unicità dell'azione, costituisce un unico reato e non una pluralità (annullata con rinvio la sentenza di condanna dell'imputato per il reato continuato di resistenza a un pubblico ufficiale poiché con un'unica azione, consistente nel minacciare due dipendenti della Polizia di Stato, si opponeva al compimento di un atto del loro ufficio, ossia nell'accompagnamento presso i loro uffici per una contestazione di illecito amministrativo).

Cassazione penale sez. VI  09 maggio 2014 n. 37727  



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