Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 346 codice penale: Millantato credito

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chiunque, millantando credito presso un pubblico ufficiale [357], o presso un pubblico impiegato [358 n. 1] che presti un pubblico servizio, riceve o fa dare o fa promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità (1) (2), come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 309 a euro 2.065 (3) (4).

La pena è della reclusione da due a sei anni e della multa da euro 516 a euro 3.098 (4), se il colpevole riceve o fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità, col pretesto (5) di dover comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare (6).

Commento

Pubblico ufficiale: [v. 357]; Pubblico impiegato: [v. 344]; Pubblico servizio: [v. 358]; Ricevere: [v. 316]; Dare: [v. 317]; Promettere: [v. 317]; Denaro: [v. 314]; Utilità: [v. 317].

Millantare credito: significa vantare un’efficace influenza sul pubblico ufficiale o sugli incaricati di un pubblico servizio, facendoli apparire facilmente corruttibili e determinando altri a dare o promettere

denaro o altra utilità quale prezzo della propria simulata mediazione.

(1) Discusso è in dottrina ed in giurisprudenza il problema se i due commi dell’art. 346 prevedano due distinte ipotesi delittuose oppure se l’ipotesi prevista dal c. 2 costituisca solo un’aggravante speciale [Libro I, Titolo II , Capo II ] di quella prevista dal c. 1.

Secondo parte della dottrina, si tratterebbe di una circostanza aggravante e non di una distinta ipotesi delittuosa, «perché il fatto non altera nei suoi elementi essenziali la nozione fondamentale del delitto, che consiste nel millantare credito per carpire danaro o altra utilità».

Secondo l’orientamento prevalente, invece, si tratterebbe di due distinte ipotesi delittuose, differenziate dalla diversa prestazione offerta dall’agente.

Tale teoria appare preferibile in quanto effettivamente i due reati hanno configurazione diversa; consegue da ciò che, trattandosi di una autonoma figura criminosa, al capoverso dell’art. 346 sarà inapplicabile il disposto dell’art. 69 in relazione all’ipotesi prevista nel c. 1. Anche la giurisprudenza, che seguiva la prima teoria, oggi accoglie quella dell’autonomia delle due figure.

In particolare, si è affermato che l’ipotesi di cui al secondo comma non configura una circostanza aggravante ma una figura autonoma di reato, in quanto il pubblico ufficiale è prospettato dall’agente come persona corrotta o corruttibile (Cass. 23-6-2006, n. 22248).

La differenza tra le due ipotesi di reato sta nella diversa rappresentazione della destinazione delle cose che l’agente fa al soggetto passivo: nella prima ipotesi il millantatore si fa dare o promettere danaro o altra utilità quale prezzo della sua mediazione verso il pubblico ufficiale, mentre nella seconda egli promette la corruzione del pubblico ufficiale (Cass. 30-5-1990, n. 579).

(2) È irrilevante l’entità della somma o il valore dell’utilità richiesta.

(3) Ai fini della configurabilità del reato, non è necessario che le persone presso cui si millanta il credito siano nominativamente indicate oppure individuate mediante le indicazioni fornite, essendo sufficiente che le circostanze riferite dal millantatore siano tali da far sorgere nel soggetto passivo la ragionevole convinzione che egli possa utilizzare un’influenza diretta o indiretta sul pubblico ufficiale (Cass. 7-9-2005, n. 99041). È indifferente che il funzionario verso cui si vanta credito sia incompetente, o addirittura non esista; neppure è necessario indicare le cause da cui tale credito promana (Cass. 30- 5-1990, n. 7529).

La millanteria deve essere idonea a raggiungere lo scopo propostosi dall’agente, e tale idoneità va accertata in concreto, con riferimento al singolo soggetto preso di mira dall’agente.

Il reato di millantato credito è configurabile anche quando l’iniziativa parte dal soggetto passivo, non occorrendo che l’agente vada alla ricerca della persona alla quale offrire la sua illecita ingerenza, giacché oggetto specifico della tutela penale è il prestigio della P.A., che è comunque leso per il mercanteggiamento della pretesa influenza (così Cass. Sez. U n. 2-4-2010, n. 12822).

(4) Importo incrementato ex art. 113, c. 1, l. 689/1981.

(5) Il termine «col pretesto» implica una falsa promessa. Se invece il danaro o l’altra utilità fosse effettivamente utilizzato per corrompere il funzionario sussisterebbero gli estremi del reato di corruzione [v. 318 ss.].

(6) Discusso è il problema se al millantato credito possano applicarsi alcune circostanze comuni, ed in particolare le aggravanti e le attenuanti previste per i delitti contro il patrimonio dagli artt. 61 e 62. Quanto, in particolare, all’attenuante della speciale tenuità del danno previsto dall’art. 62, n. 4 [v. →], la giurisprudenza più recente la esclude, sulla considerazione che il delitto in esame non fa parte né dei delitti contro il patrimonio, né dei delitti che comunque offendono il patrimonio (così Cass. 10-7-1982, n. 6840). Deve, invece, ritenersi applicabile l’aggravante ex art. 61 n. 7 che, come si ricorderà, è applicabile non solo ai delitti contro il patrimonio o che comunque offendono il patrimonio, ma anche ai delitti determinati da motivi di lucro, qual è, appunto, anche il millantato di credito.

 

Giurisprudenza annotata

Millantato credito

Il reato di millantato credito si consuma già nel momento in cui l'agente si fa promettere l'utilità con il pretesto di dover comprare il favore del pubblico ufficiale, mentre non è previsto come elemento costitutivo del reato che l'agente condizioni effettivamente l'attività del pubblico ufficiale; pertanto, è irrilevante che il pubblico ufficiale abbia o meno emesso il provvedimento per cui l'agente ha promesso il suo interessamento.

Cassazione penale sez. VI  29 gennaio 2015 n. 8989  

 

Il delitto di millantato credito, al pari di quello di corruzione, si perfeziona alternativamente con l'accettazione della promessa ovvero con la dazione e ricezione dell'utilità, e tuttavia, ove alla promessa faccia seguito la consegna del bene, è solo in tale ultimo momento che, approfondendosi l'offesa tipica, il reato viene a consumazione, con la conseguenza che, in tale ultima ipotesi, il giudice territorialmente competente va individuato in relazione al luogo in cui è avvenuta la dazione. (Dichiara competenza, Trib. lib. Venezia, 02/07/2014 )

Cassazione penale sez. VI  28 novembre 2014 n. 50078  

 

Nel reato di millantato credito di cui all'art. 346 c.p. nell'ipotesi in cui vi sia una semplice promessa non seguita dalla dazione il reato deve ritenersi già consumato in virtù della promessa, mentre nella ipotesi rappresentata dalla progressione tra promessa e dazione, la promessa finisce per essere assorbita dal comportamento successivo che, lungi dal rimanere estraneo al reato alla stregua di un postfatto indifferente, costituisce piuttosto un approfondimento della lesione del bene tutelato che non può rimanere estraneo alla vicenda oggetto di sanzione e finisce dunque per assumere valenza definitiva quanto alla consumazione del reato (nel caso di specie, la Corte ha ritenuto competente il Tribunale del luogo dove era stata effettuata la dazione delle utilità originariamente promesse).

Cassazione penale sez. VI  28 novembre 2014 n. 50078  

 

Le condotte di colui che, vantando un'influenza effettiva verso il pubblico ufficiale, si fa dare o promettere denaro o altra utilità come prezzo della propria mediazione o col pretesto di dover comprare il favore del pubblico ufficiale, condotte finora qualificate come reato di millantato credito ai sensi dell'art. 346, commi primo e secondo, c.p., devono, dopo l'entrata in vigore della legge n. 190/2012, in forza del rapporto di continuità tra norma generale e norma speciale, rifluire sotto la previsione dell'art. 346 bis c.p., che punisce il fatto con pena più mite.

Cassazione penale sez. VI  28 novembre 2014 n. 51688  

 

Rispondono del delitto di tentato millantato credito in concorso, ai sensi degli art. 56, 110 e 346 c.p., gli imputati che, l'uno in qualità di proprietario di un appartamento e l'altro in qualità di amministratore di condominio, pongano in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a farsi consegnare dagli altri condomini dello stabile alcune somme di denaro, con il pretesto di dover comprare il favore del funzionario comunale competente ad apporre l'ultima firma, onde evadere una pratica relativa all'erogazione dei contributi previsti dalla l. 219/81 (legge sul terremoto) per la ristrutturazione del condominio stesso.

Tribunale Napoli sez. I  30 ottobre 2014 n. 14476  

 

La condotta di chi, vantando un'amicizia con i giudici minorili, si faccia dare denaro al fine di influenzare e velocizzare le pratiche volte all'adozione di un bambino, configura il delitto di millantato credito.

Cassazione penale sez. VI  13 maggio 2014 n. 4288  

 

Il dolo richiesto ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 346 c.p. (millantato credito), non consiste nell'aver volontariamente agito contro gli interessi di parte, ma nell'essersi l'agente reso volontariamente infedele rispetto ai suoi doveri professionali finalizzati alla tutela del cliente ed al corretto e tempestivo esito della procedura in corso.

Cassazione penale sez. VI  28 gennaio 2014 n. 9889  

 

È configurabile il reato di millantato credito nella condotta di millanteria di un avvocato rivolta non al potenziale cliente ma ai suoi familiari, atteso che l'oggetto della tutela penale del reato è il prestigio della p.a. e la condotta perseguita è costituita dall'essersi l'agente vantato di potersi inserire nella pubblica attività per inquinarne il regolamento svolgimento. Annulla in parte con rinvio, Trib. lib. Napoli, 19/02/2013

Cassazione penale sez. I  14 giugno 2013 n. 36676  

 

In tema di millantato credito, la millanteria penalmente rilevante consiste nella falsa prospettazione della possibilità di influire sulle determinazioni di un pubblico funzionario facendolo apparire come persona propensa a favorire interessi privati in pregiudizio di quelli pubblici attinenti al buon andamento ed all'imparzialità della pubblica amministrazione. Ne consegue che non possono rientrare nelle previsioni della norma incriminatrice condotte che consistano solo nel prospettare l'esistenza di mere relazioni di parentela, amicizia, o affinità politica ovvero nel semplice impegno di mettere in contatto il privato con un pubblico funzionario. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha escluso che potesse costituire reato di millantato credito la condotta di un magistrato il quale, vantando le proprie asserite conoscenze, si era detto in grado di procurare ad un suo amico imprenditore, interessato ad ottenere il finanziamento pubblico di un proprio progetto, un incontro con il ministro competente, chiedendo in cambio allo stesso amico di attivarsi per fargli ottenere un incarico presso il Ministero della giustizia).

Cassazione penale sez. VI  21 maggio 2010 n. 35060  

 

In tema di millantato credito, ai fini dell'integrazione dell'ipotesi di cui all'art. 346, comma 2, c.p. (che costituisce autonomo titolo di reato e non circostanza aggravante del reato previsto dal comma primo dello stesso articolo), è irrilevante che l'iniziativa parta dalla persona cui è richiesto di corrispondere il denaro o l'utilità, né occorre che l'agente indichi nominativamente i funzionari o impiegati i cui favori devono essere comprati o remunerati. Rigetta, App. Torino, 23/11/2007

Cassazione penale sez. un.  21 gennaio 2010 n. 12822  

 

Integra il delitto di concussione, e non quello di millantato credito ex art. 346, c.2, c.p., la condotta posta in essere da un assessore alle finanze e da un consigliere comunale capogruppo di maggioranza, i quali abusando delle proprie qualità, prospettano ad una ditta che la sua gestione di un porticciolo poteva essere interrotta se non avesse loro consegnato € 50.000,00 lasciando intendere, fra l'altro, che agivano in accordo con il sindaco e con due assessori comunali, da sempre contrari alla destinazione a porto turistico della darsena, determinando in tale modo, sia in astratto, che in concreto, un indubbio stato di soggezione, lo inducevano a versare loro €. 5.000,00 (materialmente nella disponibilità immediata della vittima).

Tribunale Lecce  19 gennaio 2012

 

 



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