Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 377 codice penale: Subornazione

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria o alla Corte penale internazionale ovvero alla persona richiesta di rilasciare dichiarazioni dal difensore nel corso dell’attività investigativa, o alla persona chiamata a svolgere attività di perito, consulente tecnico o interprete, per indurla a commettere i reati previsti dagli articoli 371bis, 371ter, 372 e 373, soggiace, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata, alle pene stabilite negli articoli medesimi ridotte dalla metà ai due terzi (1) (2).

La stessa disposizione si applica qualora l’offerta o la promessa sia accettata, ma la falsità non sia commessa.

Chiunque usa violenza o minaccia ai fini indicati al primo comma, soggiace, qualora il fine non sia conseguito, alle pene stabilite in ordine ai reati di cui al medesimo primo comma, diminuite in misura non eccedente un terzo (3).

Le pene previste ai commi primo e terzo sono aumentate se concorrono le condizioni di cui all’articolo 339 (3) (4).

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

Commento

Autorità giudiziaria: [v. 12]; Perito: [v. 366]; Interprete: [v. 366]; Interdizione dai pubblici uffici: [v. 28].

Consulente tecnico: è il soggetto chiamato a fornire al giudice una valutazione comportante particolari competenze scientifiche.

(1) Nella rubrica, le parole «Intralcio alla giustizia» così sostituiscono l’originaria «Subornazione» ex art. 14, c. 1, l. 16-3-2006, n. 146, recante la «Ratifica ed esecuzione della Convenzione e dei Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, adottati dall’Assemblea generale il 15 novembre 2000 ed il 31 maggio 2001».

(2) Comma prima sostituito ex d.l. 306/1992 conv. in l. 356/1992 e poi così modificato ex art. 22, l. 7-12-2000, n. 397. Successivamente, le parole «o alla Corte penale internazionale» sono state inserite ex art. 10, c. 8, l. 20-12-2012, n. 237.

Rispetto all’originaria disciplina (configurante quali destinatari della norma solo testimoni, periti e interpreti, in relazione alle sole fattispecie di cui agli artt. 372 e 373 c.p.), ragioni analoghe a quelle che hanno portato, dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, alla creazione del reato di false informazioni al P.M. hanno indotto il legislatore ad adeguare la disciplina del reato in esame, attribuendo rilievo a qualunque offerta o promessa di denaro o altra utilità a persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria.

Successivamente, con la l. 397/2000, si è estesa la portata precettiva del reato in esame alle condotte di offerta o promessa di denaro o di altra utilità poste in essere nei confronti di soggetto cui venga richiesto di rilasciare dichiarazioni dal difensore nel corso dell’attività investigativa.

Da ultimo, con l. 237/2012, nell’effettuare opportuni correttivi di adeguamento del nostro sistema penale codicistico ai precetti dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale, si è provveduto ad estendere ai fatti commessi innanzi al suddetto giudice sovranazionale l’applicabilità di una norma finalizzata a predisporre una tutela rafforzata della fedeltà delle informazioni al pubblico ministero, delle testimonianze, delle perizie e interpretazioni, sanzionando condotte che ne mettono in pericolo la sincerità e completezza, sempre che tali condotte si presentino qualificate dai mezzi indicati nella norma, cioè dalla offerta o promessa di denaro o di altra utilità, nonché, dopo i correttivi di cui alla legge del 2006, di cui si dirà di seguito, da violenza o minaccia. Per un cenno al fondamento del correttivo che in questa sede si annota, nonché ai profili disciplinari generali di tale organo giudiziario internazionale, si rinvia a quanto detto in commento all’art. 343bis.

Sul piano interpretativo, in giurisprudenza si è ritenuto integrato il delitto in esame (in relazione alle ipotesi di cui agli artt. 371bis o 372 cod. pen., secondo la fase procedimentale o processuale in cui viene posta in essere) nella condotta di chi offre o promette denaro o altra utilità al consulente tecnico del pubblico ministero al fine di influire sul contenuto della consulenza, anche quando l’incarico a questi affidato implica la formulazione di giudizi di natura tecnico-scientifica (Cass. Sez. Un. 12-12-2014, n. 51824).

(3) I commi terzo e quarto sono stati inseriti ex art. 14, c. 2, l. 16-3-2006, n.146. Come si evince dall’epigrafe della l. 146/2006 (riportata sub nota (1)), i segnalati correttivi rientrano nel novero di un complesso di modifiche coordinate, funzionali alla ratifica della Convenzione sul crimine organizzato transnazionale, la cui cerimonia di firma si è tenuta a Palermo dal 12 al 15 dicembre 2000. La citata Convenzione è definita unanimemente il primo strumento giuridico mondiale per la lotta alla criminalità organizzata che valica i confini dei singoli Paesi, promuovendo il coordinamento delle legislazioni e reciproche forme di collaborazione fra gli Stati interessati.

Tali obiettivi sono perseguiti dall’importante atto sovranazionale, fra l’altro, fornendo definizioni che possano essere largamente condivise degli elementi-base per gli interventi legislativi, come la nozione di «gruppo criminale organizzato», nonché indicando alcuni fatti come «universalmente incriminabili», fra i quali proprio il dare intralcio alla giustizia. L’art. 23 della citata Convenzione, infatti, rubricato «Penalizzazione dell’intralcio alla giustizia» impegna ciascuno Stato-Parte ad adottare «misure legislative o di altra natura che possono essere necessarie a conferire il carattere di reato, quando commesso intenzionalmente» fra l’altro «all’uso della forza fisica, minacce o intimidazioni o alla promessa, offerta o concessione di vantaggi considerevoli per indurre falsa testimonianza o per interferire in deposizioni testimoniali o nella produzione di prove nel corso di processi relativi alla commissione di reati» previsti dalla Convenzione. Con l’introduzione dell’ipotesi criminosa di cui sopra, dunque, si adegua la lettera dell’art. 377 c.p. in modo da uniformarne la portata precettiva al disposto del citato articolo 23 della Convenzione, per tal via perseguendo l’obiettivo (come si legge nella Relazione di accompagnamento al disegno di legge tradottosi nella l. 146/2006) di «dare rilievo penale a tutte quelle forme di intimidazione diretta o indiretta idonee a produrre effetti sulla attendibilità delle indagini giudiziarie e, poi, del processo».

Ciò detto in relazione alla ratio dell’intervento riformatore, quanto invece alla struttura oggettiva della neointrodotta fattispecie, la condotta rilevante si traduce nel perseguire le finalità di cui al primo comma (l’induzione a commettere i reati previsti dagli articoli 371bis, 371ter, 372 e 373) non già mediante offerta o promessa di denaro o altra utilità, bensì mediante l’impiego di violenza o minaccia, sempre che (anche in tale ipotesi) il fine non sia conseguito (configurandosi, in caso contrario, un concorso nel reato-fine). Prima della riforma 2006, la migliore dottrina (fra gli altri, FIANDACA) sosteneva che il perseguimento violento o minaccioso delle finalità di cui alla norma in commento integrasse gli estremi, in luogo della subornazione, del diverso delitto di cui all’art. 611 c.p., sanzionante la violenza o minaccia per costringere a commettere un reato.

Ad analoghe conclusioni giunse la giurisprudenza, sostenendo, a titolo esemplificativo, che integrasse gli estremi del delitto di cui all’art. 611 la minaccia finalizzata a costringere taluno a commettere falsa testimonianza (così Cass. 1-1-1984, n. 162676). A sostegno di tali conclusioni si può argomentare che, anche nel delitto di cui all’art. 611, costituente reato di pericolo, non è richiesto che il reato-fine venga commesso, rilevando, ai fini della consumazione, esclusivamente l’impiego della violenza o della minaccia finalizzate a costringere o determinare taluno a delinquere; inoltre, anche nel citato delitto, ove il reato fine venga commesso, si configura un concorso di persone nel reato avuto di mira dal determinatore, salvo ad escludere la responsabilità del soggetto passivo della coazione in presenza di una causa di esclusione della punibilità come il costringi mento fisico o lo stato di necessità; la Cassazione giunse a configurare un concorso formale di reati fra la minaccia rilevante ex art. 611 ed il concorso nella falsa testimonianza posta in essere per effetto della condotta minacciosa (in tal senso, Cass. 12-6-2003, n. 25711).

Nel dare attuazione alla Convenzione di cui si tratta, il legislatore ha, dunque, ampliato i margini della tutela penale di cui alla disposizione in commento, attraverso l’estensione del novero delle condotte rilevanti a quelle che si traducono nell’impiego di violenza o minaccia finalizzate nel senso anzidetto e già rilevanti ex art. 611 c.p.

(4) Come in precedenza segnalato, il legislatore del 2006 ha affiancato la creazione della speciale configurazione criminosa, di cui si è detto, all’introduzione di un’aggravante ad efficacia comune, per il caso in cui l’intralcio alla giustizia (sia comune che violento o minaccioso) sia perpetrato in presenza delle «condizioni di cui all’art. 339» del codice penale.

Il neointrodotto comma costituisce previsione che, nel riprodurre la lettera precettiva e sanzionatoria proprio del secondo comma dell’art. 611 c.p., costituisce uno degli elementi da cui arguire la sussistenza, fra le due fattispecie, di un rapporto di genus a species. Nel dettaglio, l’espresso richiamo alle ipotesi di cui all’art. 339 attribuisce rilievo aggravante alle ipotesi in cui le condotte penalmente rilevanti siano commesse, a titolo esemplificativo, con armi, da persona travisata, da più persone riunite, con scritto anonimo, in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte.

Giurisprudenza annotata

Intralcio alla giustizia

Integra il delitto di intralcio alla giustizia previsto dall'art. 377 c.p. in relazione alle ipotesi di cui agli art. 371 bis o 372 c.p., secondo la fase procedimentale o processuale in cui viene posta in essere, la condotta di chi offre o nel promette denaro o altra utilità al consulente tecnico del p.m. al fine di influire sul contenuto della consulenza, anche quando l'incarico a questi affidato implica la formulazione di giudizi di natura tecnico-scientifica. (Annulla in parte con rinvio, App. Roma, 02/05/2012 )

Cassazione penale sez. un.  25 settembre 2014 n. 51824  

 

È inammissibile la q.l.c. dell'art. 322, comma 2, c.p., censurato, in riferimento all'art. 3 cost., nella parte in cui per l'offerta o la promessa di denaro o altra utilità al consulente tecnico del p.m. per il compimento di una falsa consulenza prevede una pena superiore a quella prevista per la subornazione del perito di cui all'art. 377, comma 1, c.p., in relazione all'art. 373 c.p. La pronuncia richiesta dal rimettente indirizzata ad ottenere l'equiparazione, “quoad poenam”, della subornazione del consulente del p.m. a quella del perito, non garantisce il ripristino del principio di eguaglianza, che si deduce violato, ma dà anzi luogo ad un assetto non in linea con le coordinate generali del sistema, in quanto le false informazioni al p.m. (art. 371 bis c.p.) sono punite con pena sensibilmente inferiore a quella della falsa testimonianza (art. 372 c.p.) e lo scarto si ripercuote puntualmente sul regime sanzionatorio della subornazione; il che risponde pienamente alla logica del processo accusatorio ove l'organo dell'accusa è una parte e gli elementi dallo stesso raccolti fuori del contraddittorio non assumono, di norma, la dignità di prove, diversamente da quanto avviene per le dichiarazioni rese davanti al giudice, le quali hanno, dunque, un maggior "valore intrinseco". La stessa logica imporrebbe, dunque, che la subornazione del consulente tecnico del p.m. fosse punita con pena non già eguale, ma anch'essa inferiore a quella comminata per la subornazione del perito, ausiliario del giudice.

Corte Costituzionale  10 giugno 2014 n. 163  

 

Non è manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 322, comma 2, c.p. (istigazione alla corruzione propria) in riferimento all'art. 3 cost. sotto il duplice profilo della disparità di trattamento di situazioni analoghe e della irragionevolezza, nella parte in cui prevede che l'offerta o la promessa di denaro o di altra utilità al consulente tecnico del p.m., per il compimento di una falsa consulenza, è punita con una pena superiore a quella del reato di intralcio alla giustizia di cui all'art. 377, comma 1, c.p., in relazione all'art. 373 c.p., per il caso di analoga condotta nei confronti del perito.

Cassazione penale sez. un.  27 giugno 2013 n. 43384  

 

La condotta di chi cerchi di indurre un soggetto a rendere falsa testimonianza (nella specie, in un procedimento davanti al giudice del lavoro) integra il reato di cui all'art. 377 c.p. solo quando vi sia stato un formale provvedimento del giudice di ammissione della prova testimoniale, giacché è dopo tale momento che il destinatario della condotta assume la qualità potenziale di testimone. (Nella specie, la Corte ha rigettato il ricorso della parte civile avverso la sentenza assolutoria, evidenziando come non fosse sufficiente, per l'assunzione della qualità di testimone, che il destinatario della condotta risultasse essere stato indicato in tale veste nel ricorso proposto davanti al giudice del lavoro, non essendo ancora intervenuto il provvedimento del giudice ammissivo delle prove).

Cassazione penale sez. VI  26 giugno 2009 n. 35150  

 

Ai fini della configurabilità del reato di subornazione non è sufficiente un mero atto di parte (indicazione nella lista testimoniale), occorrendo, invece, un provvedimento giudiziale che formalizzi la qualità (potenziale) di testimone (respinto, nella specie, il ricorso di un testimone contro la sentenza di merito che aveva assolto un uomo dal reato di cui all'art. 377 c.p. perché il fatto non sussisteva. Secondo la corte di appello l'addebito di subornazione non era configurabile, in quanto l'uomo aveva cercato di costringere il teste a testimoniare il falso davanti al giudice del lavoro quando il testimone non era stato ancora chiamato a deporre e quindi non aveva ancora assunto la qualità soggettiva richiesta dalla norma).

Cassazione penale sez. VI  26 giugno 2009 n. 35150  



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