Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 385 codice penale: Evasione

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade, è punito con la reclusione da uno a tre anni (1).

La pena è della reclusione da due a cinque anni se il colpevole commette il fatto usando violenza o minaccia verso le persone, ovvero mediante effrazione; ed è da tre a sei anni se la violenza o minaccia è commessa con armi [5852] o da più persone riunite (2).

Le disposizioni precedenti si applicano anche all’imputato che essendo in stato di arresto nella propria abitazione o in altro luogo designato nel provvedimento se ne allontani, nonché al condannato ammesso a lavorare fuori dello stabilimento penale (3) (4).

Quando l’evaso si costituisce in carcere prima della condanna, la pena è diminuita [65] (5) (6) (7) (8).

Commento

Reclusione: [v. 23]; Minaccia: [v. 610]; Imputato: [v. 380]; Violenza: [v. 610].

Arrestato: è il soggetto privato della libertà personale nei casi disciplinati dagli artt. 380 e 381 c.p.p. Si considera (—) anche il soggetto fermato perché indiziato di reato.

Detenuto: si definisce (—) colui che da imputato è sottoposto a custodia cautelare in carcere e colui che è condannato, con sentenza irrevocabile, a pena detentiva.

Evadere: significa sottrarsi alla custodia conseguente all’arresto o alla detenzione.

Effrazione: è la forzatura di sistemi di chiusura o dispositivi di sicurezza.

Condannato: è il soggetto riconosciuto colpevole di un reato e sottoposto a sanzione penale.

 

(1) Le parole «da uno a tre anni» così sostituiscono le originarie «da sei mesi ad un anno» ex art. 2, c. 1, lett. a), l. 26-11-2010, n. 199. Il correttivo si deve ad un provvedimento (la citata l. 199/2010) finalizzato prioritariamente a rendere possibile l’esecuzione delle pene detentive più brevi (precisamente, quelle di durata non superiore a diciotto anni) in luoghi esterni al carcere (abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza), da considerarsi quale una delle risposte statuali alla situazione di emergenza nella quale si trovano le strutture penitenziarie italiane (derivante principalmente dal loro sovraffollamento), situazione che ha condotto la Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenza emessa il 16 luglio 2009, a riscontrare la violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti sancito dall’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

L’art. 1 della l. 199/2010 nel dettare i presupposti ed i limiti sostanziali e processuali di tale misura alternativa alla detenzione (consistente, come anticipato, nell’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi), rinvia, per quanto non espressamente regolato, a talune previsioni generali dettate dal cd. ordinamento penitenziario (l. 354/1975), come l’art. 47ter (norma recante la disciplina generale della detenzione domiciliare), il quale, al c. 8, punisce «ai sensi dell’art. 385 del codice penale» il condannato che, essendo in stato di detenzione nella propria abitazione o in un altro dei luoghi ad essa normativamente assimilati, se ne allontana (ferma restando l’attenuazione della sanzione irrogabile nel caso in cui l’evaso si costituisca in carcere prima della condanna). Il legislatore ha, dunque, colto l’occasione di tale estensione delle figure tipizzate del delitto di evasione per inasprire in modo sostanziale la risposta sanzionatoria relativa al delitto che si annota (il massimo edittale viene, infatti, triplicato per l’ipotesi base e quasi raddoppiato per quella aggravata).

A fare, pertanto, da «contrappeso psicologico» all’introduzione dell’esecuzione domiciliare, si è inteso aumentare l’efficacia deterrente di tale norma, allo scopo di soddisfare le esigenze preventive connesse al prevedibile incremento del numero dei condannati ammessi all’esecuzione della pena all’esterno del carcere (ed alla conseguente ridotta efficacia dei controlli di polizia diretti a garantire il rispetto dell’obbligo di permanenza continuativa presso il domicilio o altro luogo assimilato). Nei primi commenti alla riforma, peraltro, si censura l’eccessivo rigore mostrato dal legislatore in tale occasione, inasprendo la pena in modo da sfiorare i limiti della sproporzione e dell’irragionevolezza della risposta sanzionatoria.

Si è, in proposito, osservato in dottrina che, a differenza della precedente riforma introduttiva di una ulteriore figura di detenzione domiciliare (trattasi della cd. detenzione domiciliare «speciale», ex art. 47quinquies dell’ordinamento penitenziario, norma introdotta dalla l. 40/2001), in occasione della quale, per sanzionare la sottrazione, a certe condizioni, dalla misura, si effettuò un semplice rinvio all’art. 385 c.p. (è ciò che viene disposto dall’art. 47sexies dell’ordinamento penitenziario, rubricato «Allontanamento dal domicilio senza giustificato motivo»), in tale occasione si è inteso incidere direttamente su una norma di applicazione generale, in modo poco opportuno, soprattutto se si ha riguardo del fatto che il correttivo si connette alla creazione di una misura dotata di efficacia temporale limitata (la neointrodotta misura è, infatti, applicabile «fino alla completa attuazione del piano straordinario penitenziario nonché in attesa della riforma della disciplina delle misure alternative alla detenzione e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2013»), mentre l’aumento delle pene per il delitto di evasione opererà nell’ordinamento senza alcun limite temporale.

A tale censura, peraltro, il legislatore ha posto (indirettamente) rimedio, attraverso la «stabilizzazione» del segnalato correttivo, effettuata sopprimendo il termine del 31 dicembre 2013 (e gli altri «buoni propositi» di riforma citati) dalla lettera della norma in commento, per effetto del del d.l. 23-12-2013, n. 146, convertito in l. 21-2-2014, n. 10, noto come decreto «svuota carceri» (dunque, pochi giorni prima del suo «vano» spirare).

(2) Le parole «da due a cinque» così sostituiscono le originarie «da uno a tre» e la parola «sei» così sostituisce l’originaria «cinque» ex art. 2, c. 1, lett. b), l. 199/2010 cit. Per un cenno al fondamento retrostante il correttivo che si annota, si rinvia a quanto detto sub nota (1).

(3) Per talune fattispecie applicative della disposizione in esame, cfr. artt. 275bis c.p.p.; artt. 30, 30ter, 47ter e 51, l. 26-7-1975, n. 354.

(4) Sussiste il reato di evasione anche quando il soggetto sottoposto agli arresti domiciliari sia sorpreso fuori dall’abitazione, sebbene nelle immediate vicinanze di essa. Il concetto di abitazione comprende, infatti, sia il luogo in cui il soggetto conduce la propria vita domestica che le sue pertinenze esclusive (cortili, androni etc.), in quanto non si differenzia da quello previsto ai fini della misura cautelare degli arresti domiciliari (Cass. 16-4-2004, n. 17962). Non integra, invece, gli estremi del delitto di evasione la condotta di colui il quale, trovandosi agli arresti domiciliari con autorizzazione a lasciare la propria abitazione, onde raggiungere un altro luogo per una determinata necessità, violi la prescrizione di seguire, a tal fine, il percorso più breve: la semplice scelta di una via più lunga non costituisce sottrazione alla possibilità di controllo da parte della polizia giudiziaria (Cass. I, 26-2-97).

Rileva, invece, penalmente, ai fini della fattispecie di cui si tratta, la condotta del detenuto agli arresti domiciliari che si allontani dal luogo in cui è autorizzato a svolgere l’attività lavorativa, considerato che detta autorizzazione non sospende il «regime» del detenuto ma muta semplicemente il luogo in cui l’interessato è assoggettato agli arresti domiciliari (così Cass. 15-3-2005, n. 10082).

Nel medesimo senso, la Corte ha affermato che integra il delitto di evasione e non l’ipotesi di trasgressione alle prescrizioni imposte, sanzionabile ex art. 276 c.p.p., l’allontanamento della persona sottoposta alla misura degli arresti domiciliari dal luogo in cui è autorizzata a svolgere l’attività lavorativa (Cass. 28-1-2010, n. 3882; si veda anche Cass. 23-1-2013, n. 3744).

Si è escluso, infine, in giurisprudenza che rilevi a titolo di evasione la condotta di un internato per esecuzione di una misura di sicurezza e ammesso al regime di semilibertà, il quale non rispetti l’orario di rientro nella casa circondariale, non essendo assimilabile la figura dell’internato a quella del condannato (Cass. 11-4-2006, n. 21795).

(5) Al condannato che abbia posto in essere una condotta punibile ai sensi dell’art. 385 non possono essere concessi i benefici previsti dalla l. 354/1975: assegnazione al lavoro all’esterno, permessi premio, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà. (Cfr. art. 58quater, l. 26-7-1975, n. 354 introdotto dal d.l. 13-5-1991, n. 152, conv. in l. 12-7-1991, n. 203).

(6) Si tratta di una circostanza attenuante di carattere speciale rispetto a quella contemplata nell’art. 62, n. 6.

(7) Cfr. anche art. 18, d.l. 24-11-2000, n. 341, conv. in l. 19-1-2001, n. 4 per una ipotesi di sottrazione a controlli elettronici a distanza commessa da persone sottoposte agli arresti domiciliari o condannati alla detenzione domiciliare.

(8) Cfr. art. 47sexies, l. 26-7-1975, n. 354 introdotto ex art. 4, l. 8-3-2001, n. 40 secondo il quale la condannata ammessa al regime di detenzione domiciliare è punita ai sensi dell’art. 385, c. 1, c.p. soltanto qualora rimanga assente dal proprio domicilio senza giustificato motivo per un tempo maggiore di 12 ore.

Giurisprudenza annotata

Evasione

La semplice circostanza dell'allontanamento dal luogo degli arresti, senza autorizzazione alcuna, sia pure per un breve lasso di tempo, integra il reato di cui all'art. 385 c.p..

Tribunale Napoli Nord  02 febbraio 2015 n. 812  

 

Integra gli estremi del reato di evasione qualsiasi violazione delle prescrizioni relative alla restrizione domiciliare, quando incompatibile di per sè con gli obblighi connessi alla stessa e tale da impedire sia il soddisfacimento delle esigenze cautelare, sia le esigenze relative al controllo dell'agente. Nel caso di autorizzazione a recarsi fuori delle mura domestiche per incombenti specificati e predeterminati, non si ha una sospensione del regime degli arresti domiciliari, piuttosto si sostituisce il luogo di custodia domiciliare con quello di realizzazione delle condotte sottese alla autorizzazione stessa, così che risultano eccentriche rispetto alla autorizzazione tutte quelle condotte che non si risolvono nel compimento dell'atto autorizzato e non siano immediatamente strumentali alla realizzazione dello stesso (confermata, nella specie, la responsabilità dell'imputato che, trovandosi agli arresti domiciliari, autorizzato a recarsi presso una casa di cura per accertamenti sanitari , completati gli stessi, non faceva rientro presso il luogo di detenzione domiciliare ma si recava presso la scuola del figlio, violando il provvedimento del Tribunale di Minorenni che ne limitava le possibilità di incontro con il minore).

Cassazione penale sez. VI  28 gennaio 2015 n. 6693  

 

Sussiste il reato di evasione quando il detenuto si allontana dal luogo degli arresti domiciliari per recarsi al di fuori del comune di residenza senza previamente informare gli agenti di polizia.

Tribunale Napoli sez. VI  04 dicembre 2014 n. 15901  

 

Il reato di evasione è integrato ogni qual volta il detenuto si allontani dal luogo degli arresti domiciliari senza autorizzazione.

Tribunale Napoli sez. VI  02 dicembre 2014 n. 16959  

 

Le dichiarazioni dell'imputato, rese nel corso del processo per il reato di evasione dagli arresti domiciliari, non sono idonee a minare l'attendibilità del teste di polizia giudiziaria che ha effettuato il controllo quando non vi sono motivi di acredine tra quest'ultimo e la versione dei fatti dallo stesso fornita è logica e coerente.

Corte appello Napoli sez. VI  01 dicembre 2014 n. 16881  

 

Commette il reato di evasione il soggetto sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con permesso di recarsi presso il luogo di lavoro che si sia allontanato dal luogo previsto; l'autorizzazione a svolgere attività lavorativa con conseguente possibilità di assentarsi dalla propria dimora, infatti, determina solo un mutamento del luogo di esecuzione della misura cautelare domestica sicché, se l'autorizzato non si trova nel posto determinato, è responsabile del reato di evasione e non della mera trasgressione delle prescrizioni imposte e proprie della misura eventualmente sanzionabili ex art. 276 c.p.p..

Tribunale Napoli sez. VI  14 novembre 2014 n. 15066  

 

Il reato di evasione non é configurabile nella ipotesi di un internato per esecuzione di una misura di sicurezza detentiva, che, dopo aver goduto di una licenza, non abbia fatto rientro nella casa circondariale, non essendo assimilabile la figura dell'internato a quella del condannato. (Annulla senza rinvio, Trib. Palermo, 25/10/2012 )

Cassazione penale sez. VI  05 novembre 2014 n. 48648  

 

Risponde del reato di evasione di cui all'art. 385 c.p. l'imputato che, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, sia colto esternamente al luogo di esecuzione della misura, ancorché a soli dieci metri di distanza, senza che alcuna giustificazione a ciò egli abbia fornito.

Tribunale Napoli sez. I  27 ottobre 2014 n. 14466  

 

In tema di reato di evasione, non può ritenersi sussistente la causa di giustificazione dello stato di necessità invocata dall'imputato, che aveva portato al Pronto Soccorso dell'ospedale la convivente, preda ad un malore, dopo avere chiamato l'ambulanza che tuttavia tardava ad arrivare, allorchè sia stato appurato che la situazione di pericolo di un danno grave alla persona era stata provocata dallo stesso imputato, il quale aveva percosso la convivente, e che il pericolo avrebbe potuto essere evitato attendendo per qualche minuto l'arrivo dell'ambulanza.

Cassazione penale sez. VI  21 ottobre 2014 n. 48430  

 

L'attenuante prevista dal comma quarto dell'art. 385 c.p. è integrata anche nel caso in cui colui che si è allontanato senza autorizzazione dagli arresti domiciliari si consegni ad autorità che abbia l'obbligo di tradurlo in carcere. (Fattispecie in cui la Corte ha precisato che la condotta di spontanea presentazione alle Forze dell'ordine non può essere valorizzata per la concessione sia delle circostanze attenuanti generiche, sia dell'attenuante prevista dall'art. 385 comma 4 c.p.). (Annulla in parte con rinvio, App. Napoli, 22/05/2013 )

Cassazione penale sez. VI  24 settembre 2014 n. 42751  

 

Ai sensi dell'art. 385, comma 4, c.p., può essere diminuita la pena per l'imputato, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, che, dopo essere evaso, si consegna spontaneamente alle forze dell'ordine (la Corte ha sottolineato che l'attenuante speciale del ravvedimento attuoso è concedibile sia in caso di evasione propria, sia in quello di allontanamento dell'imputato dal locus custodiae, anche qualora si consegni spontaneamente ad un'Autorità che abbia l'obbligo di condurlo in carcere).

Cassazione penale sez. VI  24 settembre 2014 n. 42751  

 

In tema di evasione, non possono essere di per sé esclusi dal concetto di abitazione un'area condominiale, un giardino o un cortile, non potendosi intendere l'abitazione esclusivamente come un appartamento in senso stretto, ossia come una serie di locali chiusi, ma dovendo la stessa, al contrario, essere considerata come il luogo dove ordinariamente si realizza la vita domestica e privata (cassata nella specie la sentenza di condanna nei confronti dell'imputato trovato nel cortile retrostante dell'abitazione, mentre stava velocemente rientrando in casa dove era agli arresti domiciliari attraverso la portafinestra).

Cassazione penale sez. VI  10 luglio 2014 n. 36639  

 

L'evasione consistente nell'allontanamento del detenuto agli arresti domiciliari dal luogo in cui è autorizzato a svolgere attività lavorativa richiede il dolo generico, caratterizzato dalla consapevolezza di allontanarsi in assenza della necessaria autorizzazione, a nulla rilevando i motivi che hanno determinato la condotta dell'agente (confermata la responsabilità per l'imputato che si era allontanato da casa in cui era agli arresti domiciliari per acquistare un medicinale in quanto "stava male", atteso che non aveva dato neppure dimostrazione di non essersi potuto rivolgere ad un vicino di casa per poter risolvere quel suo problema).

Cassazione penale sez. VI  18 giugno 2014 n. 27193  

 

L'equiparazione normativa degli arresti domiciliari alla custodia cautelare in carcere con i connessi, naturali limiti di natura spaziale, motoria e relazionale imposti allo status libertatis dell'imputato fa sì che il reato di evasione sia integrato da qualsiasi modalità esecutiva e quali che siano le motivazioni che hanno spinto il soggetto all'allontanamento, a prescindere dal tempo di sottrazione alla custodia domestica e alla maggior o minor distanza dall'abitazione, salva l'esigenza di effettivi e rigorosamente dimostrati stati di necessità o di altri eccezionali eventi impedienti.

Tribunale Roma sez. VIII  12 giugno 2014 n. 9651  



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