Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 388 codice penale: Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chiunque, per sottrarsi all’adempimento degli obblighi nascenti da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, o dei quali è in corso l’accertamento dinanzi all’autorità giudiziaria stessa, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti, è punito, qualora non ottemperi alla ingiunzione (1) (2) di eseguire il provvedimento, con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032.

La stessa pena si applica a chi elude l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, ovvero amministrativo o contabile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito (3).

Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a euro 309.

Si applicano la reclusione da due mesi a due anni e la multa da euro 30 a euro 309 se il fatto è commesso dal proprietario su una cosa affidata alla sua custodia, e la reclusione da quattro mesi a tre anni e la multa da euro 51 a euro 516 se il fatto è commesso dal custode al solo scopo di favorire il proprietario della cosa (4).

Il custode di una cosa sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell’ufficio è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 516 (5).

La pena di cui al quinto comma si applica al debitore o all’amministratore, direttore generale o liquidatore della società debitrice che, invitato dall’ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione (6).

Il colpevole è punito a querela della persona offesa.

Commento

Autorità giudiziaria: [v.12].

Atti simulati: sono quelli caratterizzati da una divergenza preordinata tra l’interno volere e la volontà dichiarata [v. c.c. 1414 e ss.].

Atti fraudolenti: sono gli atti posti in essere per frodare le ragioni dei creditori [v. 2901 c.c.].

Eludere: equivale a non ottemperare. Pertanto, l’elusione comprende sia il compimento di atti contrari agli obblighi imposti con il provvedimento, sia l’omissione di quegli atti concreti che erano stati imposti con il provvedimento stesso.

Sottrarre: oltre all’amotio vera e propria, tale termine si riferisce a qualsiasi condotta diretta a frustrare il vincolo imposto dal sequestro o dal pignoramento.

Sopprimere: significa operare in modo che la cosa perda la sua individualità, in modo da essere del tutto inutilizzabile.

Distruggere: significa determinare l’annientamento della cosa nella sua essenza specifica.

Disperdere: significa sparpagliare una cosa in modo che sia difficile o impossibile recuperarla.

Deteriorare: significa alterare in peggio la cosa in modo da farne scemare il valore.

(1) Art. così sostituito ex l. 15-7-2009, n. 94 (art. 3). Il testo previgente così disponeva:«388. Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. — Chiunque, per sottrarsi all’adempimento degli obblighi civili nascenti da una sentenza di condanna, o dei quali è in corso l’accertamento dinanzi l’Autorità giudiziaria, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti, è punito, qualora non ottemperi alla ingiunzione di eseguire la sentenza, con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032.

La stessa pena si applica a chi elude l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito.

Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a euro 309.

Si applicano la reclusione da due mesi a due anni e la multa da euro 30 a euro 309 se il fatto è commesso dal proprietario su una cosa affidata alla sua custodia e la reclusione da quattro mesi a tre anni e la multa da euro51 a euro 516 se il fatto è commesso dal custode al solo scopo di favorire il proprietario della cosa.

Il custode di una cosa sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell’ufficio è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 516.

La pena di cui al quinto comma si applica al debitore o all’amministratore, direttore generale o liquidatore della società debitrice che, invitato dall’ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione.

Il colpevole è punito a querela della persona offesa».

Nonostante la totale riscrittura della norma, gli unici elementi di novità introdotti nella struttura precettiva della fattispecie sono riscontrabili nel fatto che il riferimento agli «obblighi civili nascenti da una sentenza di condanna» è stato sostituito da un più generico riferimento agli «obblighi nascenti da un provvedimento dell’autorità giudiziaria» (già in sede interpretativa, peraltro, la dottrina aveva esteso la portata della previsione fino a ricomprendervi qualsiasi provvedimento avente natura di decisione giudiziaria che importasse l’imposizione di obblighi civili, emesso in sede giurisdizionale; in analogo senso si era espressa la giurisprudenza della Cassazione, la quale aveva affermato che con l’espressione «sentenza di condanna» la legge aveva inteso comprendere tutti i provvedimenti che, a prescindere dalla loro denominazione o forma, rivestissero la natura di decisioni giudiziarie con imposizione di obblighi di carattere civilistico, anche se in talune occasioni aveva puntualizzato che, anche volendo interpretare l’espressione nella generale accezione di qualunque provvedimento emesso in sede giurisdizionale, la medesima doveva intendersi quale decisione di merito pronunciata in base ad una plena cognitio), e nel fatto che rileva penalmente, al titolo in commento, accanto all’elusione del provvedimento del giudice civile, anche quello amministrativo o contabile, concernente l’affidamento di minori o incapaci.

(2) Secondo alcuni autori l’inottemperanza all’ingiunzione costituisce una condizione obiettiva di punibilità, sottoposta come tale alla disciplina di cui all’art. 44 (imputazione obiettiva a carico del reo); secondo l’opinione prevalente si tratta, invece, di un elemento costitutivo del reato che deve, perciò, formare oggetto di rappresentazione e volizione ex art. 43. In giurisprudenza si afferma che il compimento di atti simulati e fraudolenti finalizzati a sottrarsi all’adempimento degli obblighi civili derivanti da un decreto ingiuntivo non opposto integra gli estremi del reato di cui al comma primo, che tutela l’autorità delle decisioni del giudice civile costitutive di obblighi civili ed assistite da forza esecutiva, anche se provvisoria (Cass. 16-2-2016, n. 6358).

(3) In giurisprudenza si è precisato che il rifiuto di dare esecuzione ad un provvedimento del giudice, che concerna l’affidamento di figli minori e le modalità di relazione del genitore non affidatario, può considerarsi scriminato quando l’adempimento implicherebbe un pregiudizio degli interessi del minore per effetto di situazioni sopravvenute al provvedimento stesso, e tali, per il momento in cui si manifestano e per la loro transitorietà, da non consentire il ricorso al giudice affinché le prescrizioni già impartite possano essere modificate (Cass. 8-2-2005, n. 4439).

Su tale disposizione, la Corte ha, altresì, precisato che essa sussiste anche nel caso in cui il comportamento elusivo sia stato posto in essere in relazione ad un provvedimento cautelare successivamente divenuto inefficace (Cass. 4-1-2005, n. 65). In un significativo pronunciamento, la Corte ha, altresì, ulterioriormente precisato che il mero rifiuto di ottemperare ai provvedimenti giudiziali previsti dall’art. 388, c. 2, c.p. non costituisce comportamento elusivo penalmente rilevante, a

meno che l’obbligo imposto non sia coattivamente ineseguibile, richiedendo la sua attuazione la necessaria collaborazione dell’obbligato, poiché l’interesse tutelato dall’art. 388 c.p. non è l’autorità in sé delle decisioni giurisdizionali, bensì l’esigenza costituzionale di effettività della giurisdizione (Cass. Sez. Un. 5-10-2007, n. 36692).

Da ultimo, si è escluso che integri il reato previsto dall’art. 388, c. 2, c.p., l’inadempimento dei provvedimenti di carattere patrimoniale consequenziali alla pronuncia del giudice civile in tema di affidamento della prole (Cass. 9-1-2013, n. 1038).

(4) Le fattispecie di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 388 costituiscono ipotesi speciali rispetto a quelle previste nell’art. 334 (sottrazione o danneggiamento di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa). L’elemento specializzante è costituito dal particolare vincolo cui è sottoposta la cosa sulla quale ricade l’azione tipica (sequestro giudiziario o conservativo ovvero pignoramento).

In giurisprudenza si è precisato che, ai fini della configurazione dell’elemento psicologico del delitto di cui all’art. 388, c. 4, c.p., è richiesto il dolo generico, il quale deve ritenersi integrato dalla conoscenza del vincolo giudiziario e dalla volontà dell’amotio, indipendentemente dallo scopo dell’agente (Cass. 26-2-2008, n. 8428).

Inoltre, eventuali cause di nullità od inefficacia del pignoramento non rilevano ai fini della sussistenza del reato, qualora non intervenga una pronuncia del giudice che ne accerti la sussistenza (Cass. 2-7-2008, n. 26565).

Quanto al concetto di «proprietario» rilevante ai sensi del comma terzo, è più ampia di quella assunta in sede civilistica, includendo ogni persona contro la quale è eseguito il pignoramento o presso la quale sono rinvenute le cose mobili e che abbia, pertanto, salva prova contraria, l’oggettiva disponibilità delle cose sottoposte al vincolo pignoratizio (Cass. 25-1-2008, n. 4058).

(5) Si tratta di un’ipotesi speciale rispetto a quella di cui all’art. 328 (omissione o rifiuto di atti d’ufficio) in quanto soggetto attivo può essere soltanto colui il quale rivesta la qualità di custode.

(6) La riscrittura della fattispecie nel suo complesso ha confermato in toto la portata precettivo- sanzionatoria di tale comma, introdotto, nella previgente formulazione della fattispecie, dall’art. 2 della l. 24-2-2006, n. 52 (Riforma delle esecuzioni mobiliari). La citata estensione dell’ambito di applicabilità del delitto in commento fu «incastonata» in un complesso di modifiche disciplinari concernenti le norme del codice di procedura civile relative all’esecuzione mobiliare. Secondo quanto affermato, in sede di dibattito parlamentare, dai promotori di tale iniziativa legislativa, la legge di modifica trova il suo fondamento nel fatto che, avendo la riforma del diritto fallimentare ridotto l’ambito applicativo delle procedure concorsuali, riservandole esclusivamente ad imprese di una particolare rilevanza economica, è altamente probabile un ricorso sempre più frequente a tali forme di esecuzioni anche da parte delle imprese, la qual cosa rende quanto mai opportuna una riforma che permetta di raggiungere con maggior rapidità ed efficacia il soddisfacimento del credito.

Le principali innovazioni operate dal legislatore per il perseguimento del citato obiettivo si sono tradotte, secondo quanto sostenuto dai fautori della riforma, in una «maggior collaborazione all’esecuzione richiesta al debitore», ed in «una più accentuata responsabilizzazione nella procedura dell’ufficiale giudiziario volta a rendere più effettiva la tutela del credito fin dal primo atto della procedura esecutiva» (in tal senso BONITO). Ciò detto, la ragione fondante della previsione neointrodotta è da individuarsi proprio nell’esigenza di disincentivare condotte che, creando ostacoli al normale operato dell’ufficiale giudiziario, non collaborando con lui o tentando di sviarne l’azione mediante false dichiarazioni, di fatto finiscono col frustrare l’esigenza di soddisfare prontamente i creditori (come detto, obiettivo primario perseguito dalla riforma nel suo complesso). La previsione, in particolare, sanziona penalmente, equiparandole sotto il profilo sanzionatorio, due distinte condotte. La prima, a carattere omissivo, si traduce nel non fornire le informazioni di cui alla norma all’ufficiale giudiziario, entro il termine di quindici giorni dalla richiesta. Trattasi di fattispecie strutturalmente affine a quella prevista dall’art. 328, c. 2, c.p.: analogamente ad essa sussiste una richiesta, cui si ricollega un obbligo di facere entro un dato termine, la cui scadenza segna il momento consumativo del reato.

Mentre, tuttavia, nel delitto di cui all’art. 328 si consente al soggetto obbligato (in quel caso il pubblico ufficiale) di sottrarsi alla responsabilità penale ove, nel termine indicato dalla fattispecie, esponga le ragioni del ritardo (secondo parte della dottrina anche se tali ragioni non siano plausibili, veritiere ed oggettivamente accertabili), la neointrodotta previsione non contiene alcuna analoga «via di fuga» per il debitore, il quale si trova nell’alternativa «bloccata» di soddisfare le richieste dell’ufficiale giudiziario, nel termine di legge, ovvero, alla scadenza, soggiacere a responsabilità penale. Quanto alla seconda configurazione, si realizza quando l’ostacolo all’operato dell’ufficiale si traduca nel fornire false informazioni al medesimo. Appare poco opportuno, peraltro, equiparare, sotto il profilo sanzionatorio (non potendo considerarsi equivalenti sotto il profilo del disvalore penale) una condotta diretta a fuorviare, come quella appena descritta, e quella che si traduce nella mera inerzia del debitore, soprattutto in considerazione del fatto che, come detto, a differenza dell’affine delitto di cui all’art. 328 c.p., non è consentito al medesimo di «scusarsi», esponendo le eventuali ragioni del ritardo.

Giurisprudenza annotata

Mancata esecuzione dolosa di provvedimento del giudice

Il motivo plausibile e giustificato, ostativo al mancato svolgimento del diritto di visita da parte del genitore non affidatario, che può costituire valida causa di esclusione della colpevolezza, è individuabile in quello che, pur senza configurare l'esimente dello stato di necessità di cui all'art. 54 c.p., deve essere stato determinato dalla volontà di esercitare il diritto-dovere di tutela dell'interesse del minore, in situazioni, transitorie e sopravvenute, non ancora devolute al giudice per l'eventuale modifica del provvedimento di affidamento, ma integranti i presupposti di fatto per ottenerla (disattesa, nella specie, l'eccezione sollevata dall'imputata che aveva eccepito che i figli, trovandosi in periodo di vacanza, avevano manifestato la volontà di non veder il padre).

Cassazione penale sez. VI  11 dicembre 2014 n. 7611  

 

Nell'ipotesi in cui, per la natura stessa del provvedimento giudiziale, la sua esecuzione non dipenda necessariamente dal comportamento dell'obbligato, la mera inerzia o il rifiuto da quest'ultimo opposto non sono di per sé idonei a realizzare alcuna forma di elusione, occorrendo, al riguardo, una condotta ulteriore appositamente posta in essere, volta ad impedire la realizzazione del risultato concreto cui tende il comando giudiziale (nella specie, gli imputati avevano eluso il provvedimento dell'autorità che autorizzava la proprietaria dell'immobile loro locato, anche attraverso la forzatura della porta ed il cambio di serratura, ad entrare nell'abitazione al fine di effettuare delle riparazioni in seguito ad una infiltrazione di acqua proveniente dal tetto, ordinando agli stessi di consentire l'accesso).

Cassazione penale sez. VI  25 novembre 2014 n. 51668  

 

Il mero rifiuto di ottemperare ai provvedimenti giudiziali previsti dall'art. 388, comma 2, c.p. non costituisce comportamento elusivo penalmente rilevante, a meno che l'obbligo imposto non sia coattivamente ineseguibile, richiedendo la sua attuazione la necessaria collaborazione dell'obbligato, poiché l'interesse tutelato dall'art. 388 c.p. non è l'autorità in sé delle decisioni giurisdizionali, bensì l'esigenza costituzionale di effettività della giurisdizione. (In applicazione del principio, la Corte ha escluso la configurabilità del reato in riferimento alla condotta degli inquilini di un immobile che non avevano consentito l'immediato accesso nell'unità abitativa al proprietario il quale era stato autorizzato ad entrare nell'appartamento dal guidice civile, ex art. 700 c.p.c., anche forzando la porta e sostituendo la serratura). (Annulla senza rinvio, App. Bologna, 11/03/2014 )

Cassazione penale sez. VI  25 novembre 2014 n. 51668  

 

Non è sanzionabile penalmente ai sensi dell'art. 388 comma 1 c.p. (Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice) – diversamente da quanto accade per il comma 2 dello stesso articolo, in virtù di un'esegesi ampia del concetto di "elusione" - il mero comportamento omissivo (nel caso di specie, il mancato accordo con gli altri compossessori per la gestione di beni in concessione).

Tribunale S.Maria Capua V. sez. I  17 settembre 2014 n. 3723  

 

In tema di violazione degli obblighi nascenti da un provvedimento del giudice, il dolo generico previsto per l’integrazione della fattispecie si realizza con la coscienza e volontà di eludere il provvedimento del giudice. (Nel caso di specie si trattava di provvedere a ripristinare l’uso di una fontanina e del pozzo di comune proprietà, non si astenevano dall’offrire all’interno degli spazi comuni ricovero, cibo ed acqua per i gatti randagi, non ripristinavano in prossimità del portoncino di ingresso la cassetta della posta e non si astenevano dal lavare le autovetture di soggetti amici nelle aree comuni).

Tribunale S.Maria Capua V. sez. I  21 agosto 2014 n. 2488  

 

Ai fini della configurabilità del reato di mancata esecuzione dolosa di provvedimento del giudice (art. 388 c.p.), è necessario e sufficiente che vi sia stata una richiesta di adempimento (o una messa in mora), anche informale, purché si tratti di intimazione che sia precisa e non equivoca, rigorosamente provata anche quanto alla sua ricezione da parte del debitore. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto corretta la decisione impugnata che aveva affermato l'idoneità di una sollecitazione ad adempiere inoltrata personalmente al soggetto obbligato dal professionista delegato dai creditori alla gestione della controversia). (Rigetta, Trib. lib. Ferrara, 12/03/2014 )

Cassazione penale sez. VI  01 luglio 2014 n. 51218  

 

Il dolo, richiesto per la configurabilità del delitto di mancata esecuzione di un provvedimento del giudice civile concernente l'affidamento di un figlio minore (articolo 388, comma 2, c.p.), non è integrato nel caso in cui ricorra un plausibile e giustificato motivo che abbia determinato l'azione del genitore affidatario a tutela esclusiva dell'interesse del minore. Ai fini della sussistenza del dolo occorre, dunque, valutare la condotta del genitore agente alla luce della superiore necessità di tutelare l'interesse morale e materiale del minore, soggetto di diritti e non già mero oggetto di finalità esecutive perseguire da altri. (Nella specie, il reato era stato ipotizzato a carico di un genitore per avere questi contravvenuto il divieto impostogli dal giudice di incontrare il figlio, ma, a fronte delle circostanze fattuali che deponevano per un incontro casuale in strada e del conseguente avvicinamento del padre al figlio solo per salutarlo, la Cassazione ha annullato la condanna rinviando al giudice di merito il compito di verificare se il comportamento del padre fosse stato tenuto "a tutela esclusiva dell'interesse del minore", che avrebbe potuto subire ripercussioni emotive negative dal comportamento del padre che avesse finto di non vederlo).

Cassazione penale sez. VI  03 giugno 2014 n. 36406  

 

L'art. 388 c.p. prevede nella prima parte (concernente la mancata esecuzione degli obblighi civili nascenti da una sentenza di condanna) il compimento di atti fraudolenti, diretti ad eludere gli obblighi di cui trattasi: occorre, cioè, un comportamento attivo e commissivo, contrassegnato dal dolo specifico; mentre nella seconda parte della stessa norma (che contempla la elusione del provvedimento del giudice civile concernente l'affidamento dei minori o di altri incapaci, ovvero misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito) la condotta del reo è libera, essendo sufficiente a integrare il reato il semplice dolo generico e, cioè, la coscienza e volontà di disobbedire al provvedimento del giudice.

Cassazione penale sez. VI  03 giugno 2014 n. 32440  

 

In tema di sottrazione di beni pignorati, il reato di cui all'art. 388 cod. pen. è configurabile non solo quando la rimozione sia obiettivamente idonea ad impedire la vendita della cosa pignorata, ma anche quando crei per gli organi della procedura esecutiva ostacoli o ritardi nel reperimento del compendio esecutato, e ciò anche senza una materiale "amotio". (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto irrilevante il fatto che la vendita della cosa pignorata fosse inopponibile al creditore pignorante, in quanto quest'ultimo sarebbe stato costretto ad adire l'autorità giudiziaria per far accertare il suo diritto in caso di contestazione da parte del terzo acquirente in buona fede). (Rigetta, App. L'Aquila, 15/04/2013 )

Cassazione penale sez. VI  17 aprile 2014 n. 32704

 

Tra i provvedimenti del giudice civile che prescrivono misure cautelari, la cui inosservanza è penalmente sanzionata dall'art. 388 comma 2 c.p., rientrano anche i provvedimenti di urgenza emessi a norma dell'art. 700 c.p.c., purché attinenti alla difesa della proprietà, del possesso o del credito. (Nella specie, la Corte ha ritenuto attinente alla proprietà l'ordine di consegna della documentazione contabile inerente all'amministrazione di un condominio, incidendo, lo stesso, sulla proprietà condominiale ed in particolare sulla corretta amministrazione di essa). (Rigetta, App. Palermo, 17/10/2013 )

Cassazione penale sez. II  16 aprile 2014 n. 31192  

 

 



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1 Commento

  1. Salve. Vorrei avere delle delucidazioni in merito ad una richiesta di arrettrati di mantenimento al minore. Premesso che ho pagato una parte in cash , ed il resto con bonifico.Adesso mi è stato recapitato l’atto di pignoramento per una somma di 19,000. Secondo il legale della controparte l’ammontare totale sarebbe 29,000E ,di cui io avrei versato con bonifico solo 9,000 E,cosa assoluttamente non vera perchè ho versato in totale, documenti alla mano 20000 E . Esiste una denuncia in merito a falsa richiesta di denaro o truffa ?
    Se la risposta e Si ,sapreste indicarmi quale articolo del codice penale o civile ?
    Grazie in anticipo
    Benny.

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