Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Codice penale Art. 39 codice penale: Reato: distinzione fra delitti e contravvenzioni

Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni, secondo la diversa specie delle pene per essi rispettivamente stabilite da questo codice (1).

Commento

Delitti e contravvenzioni: il sistema distintivo tra i reati, indicato nell’articolo, è un criterio di carattere formale che distingue tra (—) in base alla pena prevista per le singole fattispecie di reato. Richiamate, quindi, le disposizioni dell’art. 17, se l’illecito è punito con l’ergastolo, con la reclusione e/o con la multa si tratterà di un delitto; se invece è punito con l’arresto e/o con l’ammenda si tratterà di una contravvenzione. In tema di elemento soggettivo per i delitti si risponde in via generale solo per dolo salvo i casi di delitti preterintenzionali o colposi espressamente previsti dalla legge; inoltre solo i delitti sono assoggettabili alla disciplina del tentativo.

 

(1) In caso di contrasto tra il contenuto del reato e la pena comminata, per la giurisprudenza assume rilevanza il criterio formale riguardante il tipo di sanzione prevista dal legislatore (es.: se il fatto presenta caratteri simili al reato contravvenzionale ma è sanzionato con la pena della multa, si tratta di delitto e non di contravvenzione). La distinzione è di notevole importanza in quanto la disciplina generale dei due tipi di reato è sensibilmente differente: a) quanto all’elemento psicologico, le contravvenzioni sono indifferentemente punite sia a titolo di colpa che di dolo, mentre i delitti sono puniti solo a titolo di dolo, e la punibilità per colpa deve essere espressamente prevista dal codice (ad es. nel nostro codice esiste il delitto di omicidio colposo, non esiste il danneggiamento colposo); b) il tentativo è ammissibile solo per i delitti; c) alcune circostanze del reato sono applicabili solo ai delitti; d) i reati commessi all’estero e punibili nel territorio dello Stato sono solo delitti.

 

Dall’illecito penale (delitto o contravvenzione) va tenuto distinto l’illecito amministrativo. Anche la distinzione tra le contravvenzioni penali e l’illecito amministrativo è di natura formale: infatti, l’illecito amministrativo è perseguito con mere sanzioni amministrative irrogate normalmente dal prefetto o da altre autorità amministrative. La normativa base della disciplina degli illeciti amministrativi è contenuta nella legge 24-11-1981, n. 689 (cd. legge di depenalizzazione) e nel d.lgs. 30-12-1999, n. 507, attuativo della delega di cui alla l. 205/99. La tendenza del legislatore a depenalizzare numerose fattispecie di illeciti risponde all’esigenza di non inflazionare i Tribunali di procedure inerenti a fatti di minore allarme sociale.

Giurisprudenza annotata

Reato in genere

In tema di reati di pericolo presunto, la concreta lesività della condotta deve essere valutata con riferimento alla efficienza causale della prescrizione che viene violata, atteso che il destinatario di una prescrizione destinata a soddisfare le esigenze di tutela del bene protetto dalla norma non può sottrarsi al corrispondente adempimento mediante l'adozione di accorgimenti diversi da quelli indicati dalla p.a., anche se questi consentono di soddisfare per equivalente le finalità della prescrizione violata.

Cassazione penale sez. III  09 marzo 2005 n. 12373  

 

Nell'ordinamento giuridico italiano, la capacità a realizzare il fatto illecito, ed in particolare l'illecito penale, è propria soltanto dei singoli individui, essendo esclusa per l'ente collettivo la capacità al reato ed alla pena. Conseguentemente, quand'anche in una norma si comminassero " multe " o " ammende " a carico di persone giuridiche come effetti dell'inadempimento di determinati precetti, non si tratterebbe di pene in senso proprio, bensì di sanzioni aventi una sostanziale connotazione civilistica o amministrativistica.

Cassazione penale sez. I  10 ottobre 1985

 

Il reato omissivo è permanente tutte le volte che un adempimento sia assoggettato ad un termine meramente ordinatorio (e non perentorio); infatti la scadenza di tale termine vale solo a stabilire il momento iniziale in cui il comportamento omissivo diventa antigiuridico. In tal caso la permanenza del reato perdura fino a quando l'omittente non la faccia cessare compiendo, anche se tardivamente, ciò che in precedenza aveva omesso. (Fattispecie relativa alla contravvenzione agli artt. 20, 195 d.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 per omessa registrazione nei libri aziendali di dipendenti assunti e in cui è stata ritenuta non applicabile l'amnistia concessa con d.P.R. 18 dicembre 1981 n. 744, poiché la situazione antigiuridica, costituita dal comportamento omissivo, si era protratta oltre la data del 31 agosto 1981, termine di efficacia del decreto di clemenza).

Cassazione penale sez. III  01 giugno 1983

 

Nel reato permanente la consumazione si protrae e per un tratto di tempo per volontà cosciente dell'agente, con la conseguenza che, nel caso di successione di leggi più severe, qualora la permanenza continui sotto l'impero della nuova legge, è questa soltanto che deve trovare applicazione, in quanto sotto il suo vigore il reato è commesso con la realizzazione di tutti gli elementi costitutivi.

Cassazione penale sez. I  11 aprile 1983

 

La permanenza o gli effetti permanenti del reato, in caso di protrazione nelle more processuali, devono ritenersi cessati nel momento in cui sia giudizialmente affermata la responsabilità penale dell'imputato e cioè con la prima sentenza di condanna penale, con la quale si esaurisce processualmente la condotta antigiuridica dell'imputato e si forma, al tempo stesso, titolo legale per l'azione civile di restituzione e risarcimento del danno.

Cassazione penale sez. II  28 marzo 1983

 

A differenza del reato continuato il reato permanente ed il reato ad effetti permanenti hanno per presupposto l'esistenza di un solo reato, realizzato con una sola attività criminosa dell'agente, protratta nel tempo fino all'esaurimento finale dei suoi effetti antigiuridici, che non può essere frazionata in diversi episodi delittuosi e perciò non consente una scissione agli effetti dell'applicazione dell'amnistia.

Cassazione penale sez. II  28 marzo 1983

 

I reati istantanei sono quelli nei quali l'azione antigiuridica si compie e si realizza definitivamente col verificarsi dell'evento, cosicché in tale momento il reato stesso viene ad esaurirsi. Sono permanenti i reati in cui, nonostante il realizzarsi dell'evento, gli effetti antigiuridici non cessano, ma permangono nel tempo per l'impulso di una intenzionale condotta commissiva dell'agente. Sono ad effetti permanenti i reati in cui gli effetti antigiuridici permangono nonostante il conseguimento dell'evento, in forza di una volontaria condotta permissiva del colpevole che, pur essendo in grado di eliminarli, si astiene dal farli cessare. Il criterio distintivo fra le tre dette categorie di reati va quindi individuato in riferimento alla circostanza che il verificarsi dell'evento coincida con la cessazione dei suoi effetti (reati istantanei), ovvero che tali effetti permangano anche dopo la realizzazione dell'evento in conseguenza di una intenzionale attività commissiva (reati permanenti) od omissiva (reati ad effetti permanenti) dell'agente. (Fattispecie in tema di invasione di terreni).

Cassazione penale sez. II  28 marzo 1983

 

Il nostro ordinamento penale opera una distinzione tra reato comune - che è quello che può essere commesso da chiunque - e reato proprio, che è quello che può essere commesso solo da soggetto che rivesta una particolare qualifica meramente naturalistica o giuridica. È tuttavia evidente che, comportando i reati propri una posizione di svantaggio per i soggetti predetti, la loro esistenza in tanto non può ritenersi in contrasto con il principio costituzionale di eguaglianza, in quanto gli interessi con essi tutelati siano di tale rilevanza da poter giustificare siffatta posizione più sfavorevole.

Cassazione penale sez. I  05 novembre 1982



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