Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Codice penale Art. 40 codice penale: Rapporto di causalità

codice-penale

Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento (1) dannoso (2) o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione (3).

Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo (4).

Commento

Evento: la dottrina maggioritaria ritiene che nel contesto di tale norma, l’(—) debba essere inteso, in senso naturalistico, come modificazione della realtà esterna, suscettibile di percezione sensoria e materialmente causata da una condotta umana. Così inteso, l’(—) va tenuto distinto dall’offesa all’interesse protetto dalla norma incriminatrice: ad esempio, nell’omicidio, l’evento naturalistico è la morte, ossia la cessazione delle funzioni biologiche dell’individuo, mentre l’interesse tutelato dalla norma è la vita. Altra opinione, invece, muovendo dal rilievo che la concezione materialistica dell’(—) sarebbe, se accolta, inconciliabile con i reati di mera condotta (nei quali non è strutturalmente concepibile un (—) come effetto naturale distinto dalla condotta, esaurendosi l’illecito nella realizzazione di quest’ultima) identifica l’(—) con la stessa offesa all’interesse tutelato dalla fattispecie incriminatrice.

Condotta: è il comportamento umano costituente reato che può consistere in un’azione o in un’omissione.

Azione: il comportamento umano può assumere la forma dell’(—) se consiste in un facere. In particolare, l’(—) è un movimento muscolare del soggetto integrante gli estremi della condotta criminosa. L’(—) può essere costituita da un unico atto (es.: una parola, un gesto), oppure da una pluralità di atti diretti ad un unico fine e compiuti con una certa contestualità (es.: più colpi di pistola sparati contro la stessa persona).

Omissione: è una particolare forma di condotta criminosa costituita dal comportamento negativo di un soggetto, il quale non compia un’azione che da lui ci si attendeva. I reati omissivi propri sono, secondo una certa dottrina quelli in cui la condotta negativa è sufficiente ad integrare la fattispecie criminosa (es.: omissione di soccorso): i reati omissivi impropri, sono quelli per il cui perfezionamento è necessario, come conseguenza dell’(—), il verificarsi di un evento naturalistico (es.: una madre che non somministra il cibo al figlio e lo lascia morire). Altri, invece, privilegiano il criterio cd. formale in base al quale l’(—) propria è quella che il legislatore configura espressamente come tale; mentre è impropria quella risultante dalla combinazione
delle fattispecie di parte speciale suscettibili di conversione (cioè quelle causali pure) con la clausola generale contenuta nell’articolo in commento.

Condotta: è il comportamento umano costituente reato che può consistere in un’azione o in un’omissione.

 

(1) Per i sostenitori della concezione naturalistica non tutti i reati per il loro perfezionamento prevedono l’esistenza dell’evento (naturale) come conseguenza della condotta: ad esempio, nell’omicidio [v. 575] esso è previsto (la morte), mentre nell’omissione di referto [v. 365] nessun evento naturalistico deve sopravvenire per la consumazione del reato. I primi sono detti reati di evento, i secondi reati di pura condotta. Al contrario, per i sostenitori della concezione giuridica, costituendo l’evento l’offesa al bene protetto dalla norma, esso è elemento indefettibile in tutti i reati. In riferimento all’evento, la dottrina distingue, inoltre, tra reati di danno e reati di pericolo. Nei primi è necessario, per la loro configurabilità, il verificarsi di una concreta lesione del bene protetto dalla norma (es.: la malattia nel corpo, nel delitto di lesioni); nei secondi, è sufficiente che il bene protetto sia anche solo messo in pericolo (es.: art. 424, c. 1, danneggiamento con pericolo di incendio). Ancora, si può distinguere il reato istantaneo da quello permanente: nel primo l’evento si produce in un solo istante (la morte nell’omicidio);
nel secondo l’evento, e con esso la consumazione del reato, perdura per un apprezzabile lasso di tempo (la privazione della libertà nel
reato di sequestro di persona).

(2) Talora deve trattarsi di un pericolo concreto, sicché, essendo il pericolo elemento costitutivo della fattispecie criminosa, il giudice deve di volta in volta accertarne la sussistenza in concreto: ad esempio nella strage [v. 422], nell’incendio di cosa propria [v. 423]. In altri casi, invece, il legislatore prevede reati di pericolo presunto, ove la condotta, in base ad una regola di esperienza, è considerata pericolosa in sé e non è quindi necessario dimostrare la concreta messa in pericolo del bene protetto dalla norma: ad esempio, l’associazione per delinquere [v. 416], l’avvelenamento di acque e sostanze alimentari [v. 439]. In tali casi non è ammessa prova contraria dell’assenza del verificarsi del pericolo (presunzione iuris et de iure).

(3) Come già visto, secondo tradizionale dottrina, uno degli elementi costitutivi del reato è il cd. elemento oggettivo (il «fatto») la cui struttura è costituita dalla condotta umana (azione od
omissione), dall’evento inteso in senso naturalistico (ove necessario per la consumazione del reato) ed, infine, dal nesso di causalità che lega l’evento alla condotta: nell’art. 40 è espressamente detto che l’evento dannoso o pericoloso deve essere conseguenza dell’azione od omissione. Il principio della necessità del nesso di causalità è affermato anche nell’art. 27 Cost., il quale, statuendo che «La responsabilità penale è personale», nega l’ammissibilità, nel nostro ordinamento, di una responsabilità penale per fatto altrui e consente di configurare esclusivamente la responsabilità penale per fatto proprio colpevole. Ma quand’è che l’uomo con il suo comportamento può definirsi «causa» dell’evento e, quindi, dirsi autore del reato? Sul punto dottrina e giurisprudenza hanno nel tempo elaborato diverse teorie. La prima è detta teoria della «conditio sine qua non» o della equivalenza delle cause secondo cui le cause concorrenti, sufficienti da sole a determinare l’evento, sono tutte causa dello stesso evento, per cui per la sussistenza del rapporto di causalità è sufficiente che l’agente abbia realizzato una condizione qualsiasi dell’evento. Contro tale teoria si è detto che essa porta ad una eccessiva estensione del concetto di causa e arriva a conseguenze assurde (es.: il feritore di una persona, successivamente deceduta per un incidente fortuito avvenuto durante il tragitto in ospedale, dovrebbe rispondere di omicidio consumato e non soltanto di lesioni, perché senza il ferimento la vittima non sarebbe salita sull’ambulanza e non sarebbe stata coinvolta nell’incidente stradale mortale). Per mitigare il rigore della teoria predetta è stata elaborata la teoria della causalità adeguata in base alla quale, ai fini della sussistenza del rapporto di causalità, è necessario che l’agente abbia determinato l’evento con un’azione proporzionata, cioè adeguata: è adeguata l’azione che in generale sia idonea a determinare l’effetto sulla base dell’«id quod plerumque accidit» (cioè in base a criteri di normalità valutati sulla base della comune esperienza). In applicazione della teoria dellPer la teoria della causalità umana, possono considerarsi causati dall’uomo soltanto gli eventi che l’uomo può dominare in virtù dei suoi poteri volitivi e conoscitivi e pertanto restano esclusi da tale ambito gli eventi eccezionali, ovvero quelli che avevano minime probabilità di verificarsi.

(4) Il comma disciplina il cd. reato commissivo mediante omissione (anche detto reato omissivo improprio). Tale fattispecie si realizza allorché l’agente con la sua omissione cagioni un evento (naturalistico) che non si sarebbe dovuto verificare. Il capoverso, quindi, determina l’equivalenza normativa tra il non impedire ed il cagionare l’evento.

Giurisprudenza annotata

Rapporto di causalità

In tema di bancarotta per distrazione, l'amministratore , indipendentemente dal fatto che egli sia dotato o meno di delega, è penalmente responsabile, ex art. 40, comma 2, c.p., per la commissione dell'evento distrattivo di cui era a conoscenza, anche al di fuori dei prestabiliti mezzi informativi, e che, pur potendo, non ha scongiurato; l'art. 2392 c.c. sancisce, infatti, la responsabilità per quanti essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli non si siano attivati per impedire il compimento dell'evento pregiudizievole, senza precisare le modalità dell'acquisizione della informazione sul fatto illecito o ingiustamente pregiudizievole.

Cassazione penale sez. V  07 gennaio 2015 n. 7331  

 

Il genitore risponde del reato sessuale realizzato da altri in danno del figlio minore se, consapevole del fatto e della possibilità di porvi fine, non si sia attivato per impedirlo ma abbia invece tenuto una condotta passiva.

Cassazione penale sez. III  19 dicembre 2014 n. 6844  

 

In materia di incidenti da circolazione stradale, l'accertata sussistenza di una condotta antigiuridica di uno degli utenti della strada con violazione di specifiche norme di legge o di precetti generali di comune prudenza non può di per sé far presumere l'esistenza della "causalità" tra il suo comportamento e l'evento dannoso, che occorre sempre provare e che si deve escludere quando sia dimostrato che l'incidente si sarebbe ugualmente verificato senza quella condotta o è stato, comunque, determinato esclusivamente da una causa diversa: ciò perché, per poter affermare la responsabilità, occorre non solo la "causalità materiale" tra la condotta e l'evento dannoso, ma anche la c.d. "causalità della colpa" ossia la dimostrazione dei nesso in concreto tra la condotta violatrice e l'evento (esclusa, nella specie, la responsabilità del proprietario di una vettura in sosta irregolare, atteso che il sinistro in questione si era verificato esclusivamente in ragione della pericolosa condotta di guida del conducente di una macchina che, pur avendo avuto la possibilità di avvistare per tempo un motociclista, aveva impegnato l'incrocio anziché fermarsi, provocando lo scontro).

Cassazione penale sez. IV  12 dicembre 2014 n. 3282  

 

In tema di reati edilizi (e dei commessi illeciti paesaggistici) la responsabilità del proprietario o comproprietario non committente non può essere oggettivamente dedotta dal diritto sul bene né può essere configurata come responsabilità omissiva per difetto di vigilanza, attesa l'inapplicabilità dell'art. 40, secondo comma, c.p., ma dev'essere dedotta da indizi ulteriori rispetto all'interesse insito nel diritto di proprietà, idonei a sostenere la sua compartecipazione, anche morale, al reato (confermata, nella specie, la responsabilità dell'imputato, atteso che, oltre alla condizione di comproprietario dell'immobile, i giudici di merito avevano rilevato anche il rapporto di coniugio con la coimputata e la presentazione, da parte dello stesso ricorrente, di un'istanza di condono relativa ad altre opere abusive, precedentemente realizzate).

Cassazione penale sez. III  27 novembre 2014 n. 4933  

 

L'accertamento del nesso di causalità nei reati omissivi deve essere svolto in via ipotetica secondo la regola di giudizio della 'ragionevole, umana certezza' che impone di verificare, sulla base di coefficienti probabilistici e delle contingenze del caso concreto, se l'adozione dei comportamenti doverosi, omessi dall'agente, sarebbe valsa ad impedire l'evento (esclusa, nella specie, la responsabilità di un medico in servizio presso una clinica privata, il quale, a detta dell'accusa, non aveva assunto all'atto del ricovero di un paziente, deceduto poi per aneurisma, e nelle ore immediatamente precedenti il peggioramento delle condizioni della paziente, alcuna iniziativa utile e opportuna ad impedire o ridurre il rischio di verificazione dell'evento morte, il quale si era determinato due giorni dopo, presso altra struttura dove, nel frattempo, il paziente era stato trasferito).

Cassazione penale sez. IV  04 novembre 2014 n. 49707  

 

Anche nell'ambito della causalità omissiva vale la regola di giudizio della ragionevole, umana certezza. Tale apprezzamento va compiuto tenendo conto da un lato delle informazioni inerenti il coefficiente probabilistico che assiste il carattere salvifico delle misure doverose appropriate, e dall'altro delle contingenze del caso concreto (assolti, nella specie, il medico di turno del pronto soccorso ortopedico e il medico di turno del pronto soccorso generale per la morte di un paziente trasportato presso la struttura sanitaria a seguito di incidente stradale a cui era stata tardivamente diagnosticata una imponente frattura alla milza così inibendo le tempestive, necessarie e risolutive attività terapeutiche. La Corte ha ritenuto che l'evento fosse la risultanza di una serie di concause, indipendenti dalla condotta dei due medici, quali l'errore dei volontari dell'ambulanza che trasportarono il paziente al pronto soccorso ortopedico e non a quello generale, la negata percezione di dolori addominali da parte del ferito, l'assenza di un apparecchio per l'ecografia, l'irrazionale separazione dei diversi pronto soccorso, la mancanza di linee guida uffici efficienti per il trasferimento del paziente, la mancata valutazione da parte dell'infermiera della reale situazione del paziente, al quale aveva assegnato un codice verde imponendo un'ora di attesa).

Cassazione penale sez. IV  07 ottobre 2014 n. 46336  

 

In tema di responsabilità medica, ai fini dell'accertamento del nesso di causalità è necessario individuare tutti gli elementi concernenti la causa dell'evento; infatti solo una conoscenza approfondita, da parte del sanitario, dal punto di vista fattuale e scientifico della patologia del paziente, dal momento del suo iniziale manifestarsi, alla sua successiva evoluzione, consente di valutare ex post una possibile condotta (omissiva) colposa ed appurare se, realizzandosi la condotta dovuta, si sarebbe potuto evitare l'evento al di là di ogni ragionevole dubbio. (Fattispecie in cui il giudice "de quo" ha escluso l'omicidio colposo a carico di sanitario per il decesso di una paziente cardiopatica a seguito di intervento di polipectomia).

Corte appello Milano sez. V  15 luglio 2014 n. 4255  

 

Il soggetto che assume la qualifica di amministratore "di fatto" di una società è da ritenere gravato dell'intera gamma dei doveri cui è soggetto l'amministratore "di diritto", sicché, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, è penalmente responsabile per tutti i comportamenti a quest'ultimo addebitabili, anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali comportamenti, in applicazione della regola dettata dall'art. 40, comma secondo, c.p. (fattispecie relativa alla contestazione del reato di bancarotta).

Cassazione penale sez. V  09 luglio 2014 n. 41167

 

In tema di reato colposo omissivo improprio, l'insufficienza, la contraddittorietà e l'incertezza del nesso causale tra condotta ed evento, e cioè il ragionevole dubbio, in base all'evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante dell'omissione dell'agente rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell'evento lesivo comportano l'esito assolutorio del giudizio (esclusa, nella specie, la responsabilità di un medico che aveva dimesso un paziente con l'errata diagnosi di gastroenterite, trascurando i dati clinici indicativi di un diabete mellito in evoluzione, tanto che il paziente, ricoverato il giorno seguente, decedeva per arresto cardiocircolatorio in soggetto con ischemia intestinale, atteso che gli esiti della perizia e delle consulenze svolte avevano preso atto dell'esito incerto del giudizio controfattuale, in quanto, ipotizzata come realizzata la condotta dovuta, non era risultato provato che l'evento mortale si sarebbe evitato al di là di ogni ragionevole dubbio).

Cassazione penale sez. IV  02 luglio 2014 n. 49654

 



Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

1 Commento

  1. Vorrei sapere se un vaso con fiori si puo’ agganciare sul-
    l’esterno di un balcone, creando pericolo di morte, come gia’ si e’ verificato piu’ volte.
    Secondo il sottoscritto, andrebbe agganciato nella parte interna del balcone. “sgaggiandosi rimarrebbe
    sul piano del balcone e non procurebbe nessun danno
    mortale”.
    Grazie Egeo.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI