Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 404 codice penale: Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico, offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto, ovvero commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in luogo privato da un ministro del culto, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000 (1).

Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta cose che formino oggetto di culto o siano consacrate al culto o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto è punito con la reclusione fino a due anni.

Commento

Vilipendere: [v. 402]; Ministro del culto: [v. 403].

Luogo destinato al culto: è quello dedicato alla celebrazione di cerimonie e funzioni religiose (come chiese, sinagoghe, moschee).

Luogo pubblico: è quello cui può accedere un numero indeterminato di persone.

Luogo aperto al pubblico: è il luogo in cui l’accesso del pubblico è subordinato alla ricorrenza di alcune condizioni.

Cose oggetto di culto: sono quelle che i fedeli direttamente venerano come il crocifisso, le statue, i simulacri e le immagini sacre, le reliquie etc.; è indifferente che tali cose siano o non consacrate o benedette ovvero adempiano anche ad un ufficio diverso dal culto.

Cose consacrate al culto: sono quelle benedette e consacrate a funzioni religiose.

Cose necessariamente destinate all’esercizio del culto: sono quelle senza le quali, pur non essendo né consacrate né benedette, non possono compiersi determinati atti di culto, come i paramenti sacerdotali, i ceri etc.

(1) Art. così sostituito ex l. 24-2-2006, n. 85 (Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione) (art. 8). Nella sua previgente formulazione, tale articolo sanzionava penalmente, con la rubrica «Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose» e con la reclusione da uno a tre anni «chiunque, in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto….», nonché «chi commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in luogo privato da un ministro del culto cattolico». Dal mero raffronto della lettera delle due norme si evince che il legislatore del 2006, oltre all’opportuno adeguamento della previsione in commento all’evoluzione interpretativa concernente il relativo disposto, e con esso, tutte le fattispecie poste a tutela del «sentimento religioso» (per un rapido excursus argomentativo sul tema, si rinvia all’introduzione del Titolo IV), volta sostanzialmente ad eliminare la disparità di trattamento (sotto il profilo della risposta sanzionatoria) fondata sul distinguo fra la «religione dello Stato» ed i cd. «culti ammessi» (in particolare, sostituendo il riferimento alla «religione dello Stato» ed al «culto cattolico» con quello alla «confessione religiosa»), ha approfittato per ridefinire la struttura oggettiva delle fattispecie incriminate. In particolare, vigente il vecchio art. 404, venivano configurati, in dottrina, il vilipendio «verbale», consistente nel fare oggetto di espressioni offensive o di dispregio le «cose» indicate nella norma, ed il vilipendio «reale», consistente nella materiale manomissione delle stesse, precisandosi che, ove, per effetto del vilipendio, la cosa di culto venisse danneggiata, era configurabile un concorso di reati. Con la riformulazione dell’articolo in commento, fin dalla nuova rubrica, si è effettuato un distinguo fra le offese che si traducono nel mero «vilipendio» di cose di culto e quelle che ne comportano il «danneggiamento». Nell’effettuare tecnicamente tale distinzione, il legislatore ha seguito il criterio adottato, nell’analogo distinguo oggettivo, in sede di riscrittura dell’art. 292 c.p., sanzionante il vilipendio della bandiera: analogamente a quella previsione — il primo comma sanziona, meno gravemente, il vilipendio «verbale» (mediante «espressioni ingiuriose») delle cose di culto di cui alla norma; — il secondo comma sanziona (più gravemente) il vilipendio «reale», per la cui definizione vengono impiegate condotte mutuate dalle fattispecie di danneggiamento di cui agli artt. 635 e 639 c.p. (distruggere, disperdere, deteriorare, rendere inservibili, imbrattare), ed a tali norme si rinvia per la loro definizione; — è richiesto, per l’ipotesi del vilipendio «reale» produttivo di danneggiamento, che il fatto sia commesso «pubblicamente» ed «intenzionalmente» (per il senso da attribuire a tali avverbi, si rinvia a quanto detto sub art. 292 c.p.).

Giurisprudenza annotata

Reati contro la religione

È manifestamente infondata, in riferimento agli art. 3 e 8 cost., la q.l.c. dell'art. 404 c.p., il quale, sanzionando esclusivamente le offese commesse ai danni della religione cattolica, porrebbe quest'ultima su un piano diverso e privilegiato di tutela rispetto alle religioni diverse da quella cattolica, in quanto il rimettente muove da una premessa interpretativa che è contraddetta dall'art. 406 c.p., che considera punibili gli stessi fatti, se commessi ai danni di confessioni religiose diverse da quella cattolica.

Corte Costituzionale  23 maggio 2002 n. 213  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 404 c.p., sollevata, in riferimento agli art. 3 e 8 cost., nella parte in cui appresta tutela penale nei riguardi delle sole offese commesse ai danni della religione cattolica (la Corte ha ritenuto erronea la premessa interpretativa posta a base della questione, in quanto l'art. 405 c.p. considera punibili gli stessi fatti, se commessi ai danni di confessioni religiose diverse da quella cattolica, mentre, a seguito della sentenza n. 329 del 1997, è stata ricondotta ad uguaglianza la sanzione prevista dagli art. 404 e 406 c.p., in tal modo eliminando dall'ordinamento la preesistente discriminazione "quoad poenam" tra le diverse confessioni religiose).

Corte Costituzionale  23 maggio 2002 n. 213  

 

Ritenuto che nel nostro ordinamento il diritto di critica, quale esercizio del democratico principio di libertà e di manifestazione del pensiero, trova un limite invalicabile nel rispetto di altri diritti fondamentali, parimenti sanciti dalla Costituzione in quanto attinenti alla pari dignità sociale di tutti i cittadini, quale che possa essere il loro credo religioso, nonché nella salvaguardia dei diritti inviolabili d'ogni persona, sia come singolo, sia come membro delle più diverse formazioni sociali nelle quali si forma e si sviluppa la personalità d'ognuno, diritti inviolabili tra i quali vanno annoverati, senza alcun dubbio, il diritto all'onore, alla reputazione ed al decoro; e ritenuto, ancora, che il corretto e fecondo bilanciamento di tali valori, tutti di rango costituzionale, deve costituire il criterio - guida per il giudice, nell'interpretazione della norma, in quanto strumento idoneo a salvaguardare il pluralismo culturale, ideologico e religioso sul quale si fonda, nella moderna democrazia, il concetto di libertà, lede l'onore, il decoro e la reputazione della Congregazione cristiana dei testimoni di Geova e dei suoi membri la manifestazione per iscritto od in via orale (pubblicazione a stampa e pubblica intervista), nei confronti dell'una e degli altri, di espressioni, giudizi e concetti gravemente offensivi e chiaramente diffamatori, anche perché diretti inequivocamente ad additare la congregazione ed i suoi membri al pubblico disprezzo, senza che possa essere invocata l'esimente del legittimo esercizio del diritto di cronaca e di critica.

Cassazione penale sez. V  07 ottobre 1998 n. 12744  

 

Ritenuto che sussistono un onore ed un decoro collettivi, quali beni morali dei membri di una associazione od organizzazione, considerata come unitaria entità capace di percepire e patire un'offesa e d'averne un danno formalmente rilevante, un sodalizio di natura religiosa (nella specie, la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova), quale ente esponenziale rappresentativo di interessi diffusi e collettivi, può essere considerato soggetto passivo dei reati di vilipendio e di diffamazione e legittimato a reagire nelle competenti sedi giudiziarie penali e civili, qualora l'onere, il decoro e la reputazione del sodalizio e di chi vi appartiene, vengano lesi con gratuite affermazioni apodittiche dirette a negare il carattere e le finalità religiose della comunità e, soprattutto, ad attribuire a quest'ultima istituzionali, sistematici intenti illeciti ad alta pericolosità sociale (arricchimento mediante plagio e disgregazione dei nuclei familiari).

Cassazione penale sez. V  07 ottobre 1998 n. 12744

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione degli art. 3 comma 1, e 8 comma 1 cost., l'art. 404 comma 1 c.p., nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a tre anni, anziché la pena diminuita prevista dall'art. 406 c.p., sia perché, nella visione costituzionale attuale, la "ratio" differenziatrice - che ispirò il legislatore del 1930 con il riconoscimento alla Chiesa e alle religioni cattoliche di un valore politico, quale fattore di unità morale della nazione - non vale più oggi, quando la Costituzione esclude che la religione possa considerarsi strumentalmente rispetto alle finalità dello Stato e viceversa; sia perché, in attuazione del principio costituzionale della laicità e non aconfessionalità dello Stato - che non significa indifferenza di fronte all'esperienza religiosa, ma comporta equidistanza e imparzialità della legislazione rispetto a tutte le confessioni religiose - la protezione del sentimento religioso è venuta ad assumere il significato di un corollario del diritto costituzionale di libertà di religione, corollario che, naturalmente, deve abbracciare allo stesso modo l'esperienza religiosa di tutti coloro che la vivono, nella sua dimensione individuale e comunitaria, indipendentemente dai diversi contenuti di fede delle diverse confessioni; sia, infine, perché il richiamo alla cosiddetta coscienza sociale - quale criterio di giustificazione di differenze fra confessioni religiose operate dalla legge - se può valere come argomento di apprezzamento delle scelte del legislatore sotto il profilo della loro ragionevolezza, è viceversa vietato laddove la Costituzione, nell'art. 3 comma 1, stabilisce espressamente il divieto di discipline differenziate in base a determinati elementi distintivi, tra i quali sta per l'appunto la religione, e cioè che la protezione del sentimento religioso, quale aspetto del diritto costituzionale di libertà religiosa, non è divisibile.

Corte Costituzionale  14 novembre 1997 n. 329  

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione degli art. 3 comma 1, e 8 comma 1 cost., l'art. 404 comma 1 c.p., nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a tre anni, anziché la pena diminuita prevista dall'art. 406 c.p., sia perché, nella visione costituzionale attuale, la "ratio" differenziatrice - che ispirò il legislatore del 1930 con il riconoscimento alla Chiesa e alle religioni cattoliche di un valore politico, quale fattore di unità morale della nazione - non vale più oggi, quando la Costituzione esclude che la religione possa considerarsi strumentalmente rispetto alle finalità dello Stato e viceversa; sia perché, in attuazione del principio costituzionale della laicità e non confessionalità dello Stato - che non significa indifferenza di fronte all'esperienza religiosa, ma comporta equidistanza e imparzialità della legislazione rispetto a tutte le confessioni religiose - la protezione del sentimento religioso è venuta ad assumere il significato di un corollario del diritto costituzionale di libertà di religione, corollario che, naturalmente, deve abbracciare allo stesso modo l'esperienza religiosa di tutti coloro che la vivono, nella sua dimensione individuale e comunitaria, indipendentemente dai diversi contenuti di fede delle diverse confessioni; sia, infine, perché il richiamo alla cosiddetta coscienza sociale - quale criterio di giustificazione di differenze fra confessioni religiose operate dalla legge - se può valere come argomento di apprezzamento delle scelte del legislatore sotto il profilo della loro ragionevolezza, è viceversa vietato laddove la Costituzione, nell'art. 3 comma 1, stabilisce espressamente il divieto di discipline differenziate in base a determinati elementi distintivi, tra i quali sta per l'appunto la religione, e cioè che la protezione del sentimento religioso, quale aspetto del diritto costituzionale di libertà religiosa, non è divisibile.

Corte Costituzionale  14 novembre 1997 n. 329  

 

A seguito dell'entrata in vigore della l. 25 marzo 1985 n. 121, che ha dato esecuzione all'accordo 18 febbraio 1984 fra lo Stato e la Chiesa cattolica, non esiste più una religione dello Stato con la conseguenza che i delitti previsti e puniti dagli art. 402, 403 e 404 c.p. "dovrebbero" essere ricompresi nella previsione di cui all'art. 406 c.p. in relazione ai delitti contro i culti ammessi nello Stato. (Nella specie, il pretore ha ritenuto che gli autori di un manifesto di denuncia del costo delle funzioni religiose, operata mediante una prospettazione puramente consumistica della religione, non abbiano commesso reato alcuno).

Pretura Avezzano  05 febbraio 1986

 

Per la configurabilità dei reati di cui agli art. 402, 403 e 404 c.p. è sufficiente che le manifestazioni oltraggiose nei confronti della religione, delle persone che la rappresentano e la professano e delle cose oggetto di culto, siano tali da esporre la religione al ludibrio, allo scherno ed al disprezzo, senza che sia necessario il fine specifico di vilipendere la stessa (nella specie, si è ritenuta la sussistenza dei reati di vilipendio della religione di Stato, nei confronti del direttore responsabile del settimanale "Il Male" per disegni e didascalie oltraggiose rivolte alla crocefissione di Cristo, al dogma della Immacolata Concezione, al Pontefice, quale ministro di culto e alla Sacra Sindone).

Tribunale Roma  07 luglio 1979

 



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