Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Codice penale Art. 69 codice penale: Concorso di circostanze aggravanti e attenuanti

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Quando concorrono insieme circostanze aggravanti e circostanze attenuanti, e le prime sono dal giudice ritenute prevalenti, non si tien conto delle diminuzioni di pena stabilite per le circostanze attenuanti, e si fa luogo soltanto agli aumenti di pena stabiliti per le circostanze aggravanti.

Se le circostanze attenuanti (1) sono ritenute prevalenti sulle circostanze aggravanti, non si tien conto degli aumenti di pena stabiliti per queste ultime, e si fa luogo soltanto alle diminuzioni di pena stabilite per le circostanze attenuanti.

Se fra le circostanze aggravanti e quelle attenuanti il giudice ritiene che vi sia equivalenza, si applica la pena che sarebbe inflitta se non concorresse alcuna di dette circostanze.

Le disposizioni precedenti si applicano anche alle circostanze inerenti alla persona del colpevole e a qualsiasi altra circostanza per la quale la legge stabilisca una pena di specie diversa o determini la misura della pena in modo indipendente da quella ordinaria del reato (1) (2) (3).

In tal caso, gli aumenti e le diminuzioni di pena si operano a norma dell’articolo 63, valutata per ultima la recidiva (2).

(1)Comma così modificato dal D.L. 11 aprile 1974, n. 99. Successivamente la Corte costituzionale, sentenza 28 aprile 1994, n. 168, ha dichiarato, in applicazione dell’art. 27, L. 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale del quarto comma del presente articolo nella parte in cui prevede che nei confronti del minore imputabile sia applicabile la disposizione del primo comma dello stesso articolo 69 in caso di concorso tra la circostanza attenuante di cui all’art. 98 del codice penale e una o più circostanze aggravanti che comportano la pena dell’ergastolo, nonchè nella parte in cui prevede che nei confronti del minore stesso siano applicabili le disposizioni del primo e del terzo comma del citato art. 69, in caso di concorso tra la circostanza attenuante di cui all’art. 98 del codice penale e una o più circostanze aggravanti che accedono ad un reato per il quale è prevista la pena base dell’ergastolo.

(2)Comma abrogato dal D.L. 11 aprile 1974, n. 99.

Commento

(1) Il giudizio di bilanciamento concerne anche le circostanze attenuanti generiche [v. 62bis].

La Cassazione ha precisato che il giudizio di bilanciamento ha carattere unitario e riguarda tutte le circostanze coinvolte nel procedimento di comparazione, sia quelle comuni che ad effetto speciale, in quanto la disciplina differenziata per queste ultime riguarda solo l’applicazione degli aumenti o delle diminuzioni di pena e non il concorso di circostanze attenuanti ed aggravanti (Cass. 10-7-2008, n. 28258).

La medesima Corte ha, altresì, sostenuto che le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra opposte circostanze, implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al sindacato di legittimità qualora non siano frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione, tale dovendo ritenersi quella che per giustificare la soluzione dell’equivalenza si sia limitata a ritenerla la più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena irrogata in concreto (Cass. Sez. Un. 18-3-2010, n. 10713).

(2) Comma così sostituito ex art. 3, l. 5-12- 2005, n. 251. Il testo previgente così disponeva: «Le disposizioni precedenti si applicano anche alle circostanze inerenti alla persona del colpevole ed a qualsiasi altra circostanza per la quale la legge stabilisca una pena di specie diversa o determini la misura della pena in modo indipendente da quella ordinaria del reato».

Per effetto di tale intervento riformatore, coerente con l’opzione politico-criminale permeante la cd. «ex Cirielli» nel suo complesso, finalizzata,fra l’altro, ad un sostanziale «giro di vite» repressivo nei confronti dei recidivi, il riscritto quarto comma della previsione in commento, per un verso conferma l’applicabilità delle regole di cui all’art. 69 alle circostanze inerenti alla persona del colpevole, nonché a qualsiasi altra circostanza per la quale la legge stabilisca una pena di specie diversa o determini la misura della pena in modo indipendente da quella ordinaria del reato, ma, per converso, pone una espressa deroga per la fattispecie circostanziale aggravante della recidiva reiterata, nonché per le circostanze che prevedono un incremento sanzionatorio a carico di chi determini al reato una persona non imputabile o non punibile (art. 111 c.p.), ed a carico di chi determini a commettere il reato un minore degli anni 18 o una persona in stato di infermità o di deficienza psichica, ovvero si sia comunque avvalso degli stessi nella commissione di un delitto per il quale è previsto l’arresto in flagranza, specificando che, rispetto a tali circostanze, sussiste un divieto assoluto di considerare prevalenti eventuali circostanze attenuanti sulle ritenute aggravanti.

Nei primi commenti alla riforma, si è evidenziato l’intento del legislatore di orientare il giudizio di comparazione circostanziale in chiave specialpreventiva, presumendo che le citate aggravanti manifestino una personalità «penalmente compromessa», tale da rendere inopportuna l’irrogazione di una pena sotto determinate soglie (così SCAL FATI), pur se si è osservato che la lettera della norma limita la deroga disciplinare all’ipotesi della prevalenza, omettendo in toto di regolare l’ipotesi in cui sussista una eventuale equivalenza fra le ritenute circostanze aggravanti ed eventuali attenuanti (lapsus legislativo in conseguenza del quale, a neutralizzare il peso della recidiva reiterata e riportare la commisurazione della pena nei limiti edittali semplici sarà sufficiente la valutazione compensativa di una singola attenuante: così PADOVANI ). Tale opzione normativa è, peraltro, ritenuta poco conforme ai principi sanciti dalla Costituzione, in particolare dall’art. 27 (precludere al giudice di ritenere prevalenti le circostanze attenuanti impedisce al medesimo di pervenire ad una determinazione della pena realmente aderente alla personalità dell’imputato ed al ruolo da questi rivestito nel reato, a discapito della finalità rieducativa della pena) e dall’art. 3 (essendo ammissibile la sola equivalenza, si equiparano il caso in cui ad un soggetto venga riconosciuta una sola attenuante a quello in cui un soggetto «meriti» una pluralità di attenuanti, potendo, in entrambe i casi, essere formulato solo un giudizio di equivalenza). La disciplina è, altresì, considerata un sostanziale ostacolo alle condotte «resipiscenti», quali la riparazione o il risarcimento del danno: nel caso in cui il reo possa giovarsi di qualche attenuante, non sarebbe stimolato a condotte riparatorie con efficacia ulteriormente attenuante, non potendo comunque ottenere la prevalenza sulle aggravanti (così AMATO). Si è messo in evidenza, altresì, l’anomalo riferimento (rispetto al complessivo ordito della riforma) alle fattispecie di cui agli artt. 111 e 112 c.p., non ritenute sintomatiche di particolare pericolosità del reo, o comunque tali da fondare l’applicabilità di una così grave deroga disciplinare. Si è, inoltre, ritenuto incongruo il fatto che una riforma strutturata in modo da tradursi in un’adeguata reazione al particolare allarme sociale connesso alla recidiva, abbia, poi, limitato la citata deroga al giudizio di bilanciamento circostanziale alla sola recidiva reiterata, escludendo, di conseguenza, le altre configurazioni.

In relazione alla deroga al bilanciamento circostanziale relativa alla recidiva reiterata, peraltro, la Cassazione ha precisato che tale configurazione di recidiva, di cui all’art. 99, c. 4, c.p., anche a seguito delle modifiche apportate dall’art. 3, l. 5 dicembre 2005, n. 251, deve ritenersi facoltativa, con la conseguenza che, qualora il giudice non ritenga di applicare il relativo aumento di pena, non opera, nell’ambito del giudizio di bilanciamento tra circostanze, il divieto di far prevalere le attenuanti sulle aggravanti, introdotto nell’art. 69, c. 4, c.p., dalla legge sopra citata (Cass. 30-9-2008, n. 37169). La medesima Corte ha, altresì, precisato che il divieto di ritenere nel giudizio di comparazione prevalenti le circostanze attenuanti sulla contestata recidiva reiterata riguarda tanto le attenuanti relative alla persona dell’imputato che quelle relative alla modalità del fatto, non avendo il legislatore operato alcuna distinzione in merito (Cass. 4-7-2008, n. 27430), oltre a riguardare anche le circostanze attenuanti ad effetto speciale (Cass. 25-6-2008, n. 25701).

Sempre in relazione alla recidiva, si è affermato che il giudizio di equivalenza tra tale aggravante e le circostanze attenuanti generiche comporta l’applicazione della recidiva, rilevante ai fini del computo del termine di prescrizione, in quanto la circostanza aggravante deve ritenersi, oltre che riconosciuta, applicata, non solo quando esplica il suo effetto tipico di aggravamento della pena, ma anche quando produca, nel bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti di cui all’art. 69 cod. pen. un altro degli effetti che le sono propri, cioè quello di paralizzare un’attenuante, impedendo a questa di svolgere la sua funzione di concreto alleviamento della pena da irrogare (Cass. 21-1-2016, n. 2731).

(3) Deve evidenziarsi che la lettera del quarto comma dell’art. 69 è stata oggetto di due censure di incostituzionalità, la prima delle quali concernente il testo antecedente i correttivi operati dalla cd. legge ex Cirielli, la seconda quello successivo. Quanto alla prima, il citato testo era stato dichiarato costituzionalmente illegittimo, con sent. 28-4-1994, n. 168, nella parte in cui prevede che nei confronti del minore imputabile sia applicabile la disposizione del primo comma dello stesso articolo 69 in caso di concorso tra la circostanza attenuante di cui all’art. 98 del codice penale e una o più circostanze aggravanti che comportano la pena dell’ergastolo, nonché nella parte in cui prevede che nei confronti del minore stesso siano applicabili le disposizioni del primo e del terzo comma del citato articolo 69, in caso di concorso tra la circostanza attenuante di cui all’art. 98 del codice penale e una o più circostanze aggravanti che accedono ad un reato per il quale è prevista la pena base dell’ergastolo.

Come anticipato, anche il testo posteriore ai correttivi del 2005 è stato oggetto di censura ad opera della Corte costituzionale. In particolare, con sentenza 15-11-2012, n. 251, si è dichiarata l’illegittimità costituzionale del quarto comma dell’art. 69, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, c. 5, del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, sulla recidiva di cui all’art. 99, c. 4, del codice penale.

Con tale ultimo pronunciamento, nel censurare la disciplina derogatoria di cui alla norma, la Corte ha, dunque, sottratto dal novero delle circostanze attenuanti per le quali si applica il divieto di prevalenza, il cd. fatto di lieve entità previsto dal testo unico stupefacenti.

Nell’argomentare le sue conclusioni, la Corte ha, fra l’altro, sostenuto che la recidiva reiterata riflette due aspetti caratterizzanti l’autore del reato, quali la colpevolezza e la pericolosità, ed è da ritenere che questi, pur essendo pertinenti al reato, non possano assumere, nel processo di individualizzazione della pena, una rilevanza tale da renderli comparativamente prevalenti rispetto al fatto oggettivo (eventualmente attenuato).

Inoltre, la disciplina censurata, nel precludere la prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata, realizza una deroga rispetto a un principio generale che governa la complessa attività commisurativa della pena da parte del giudice, saldando indebitamente i criteri di determinazione della pena base con quelli mediante i quali essa, secondo un processo finalisticamente indirizzato dall’art. 27, c. 3, Cost., diviene adeguata al caso di specie anche per mezzo dell’applicazione delle circostanze. Ne consegue che il divieto legislativo di soccombenza della recidiva reiterata rispetto all’attenuante dell’art. 73, c. 5, del d.P.R. n. 309 del 1990 impedisce il necessario adeguamento che dovrebbe avvenire attraverso l’applicazione della pena stabilita dal legislatore per il fatto di «lieve entità». L’incidenza di tale preclusione sulla diversità delle cornici edittali prefigurate dal primo e dal quinto comma dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990, che viene annullata, attribuisce alla risposta punitiva i connotati di una pena palesemente sproporzionata (per tal via in contrasto con il principio di proporzionalità della pena, ex art. 27, c. 3, Cost) e, conseguentemente, avvertita come ingiusta dal condannato (la norma censurata, dunque, è in contrasto anche con la finalità rieducativa della pena, che implica un costante principio di proporzione tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa dall’altra).

Deve, peraltro, precisarsi che la norma richiamata dalla Corte costituzionale (il comma 5 dell’art. 73 del testo unico stupefacenti) è stata oggetto di correttivi ad opera del d.l. 23-12- 2013, n. 146, convertito in l. 21-2-2014, n. 10 (noto come decreto «svuota carceri»). Orbene, per effetto di tali correttivi, ad avviso della Cassazione, la norma avrebbe mutato natura giuridica, divenendo un’autonoma ipotesi di reato e non più una circostanza attenuante, con la conseguenza che non troverebbero più applicazione, nei suoi confronti, i criteri di bilanciamento delle circostanze previsti dal comma quarto dell’art. 69 c.p., la qual cosa risolve la questione posta «alla radice» (in tal senso, Cass. 20-1- 2014, n. 2295).

Tali conclusioni restano immutate anche dopo l’ulteriore riformulazione del comma in esame, ad opera del d.l.20-3-2014, n. 36, convertito in l. 16-5-2014, n. 79, incidente solo sulla risposta sanzionatoria della previsione (e non sulla sua natura giuridica di reato autonomo e non più figura circostanziale).

Il solco teorico della sentenza 251 del 2012 è, peraltro, stato ripercorso da due ulteriori pronunciamenti della Corte costituzionale (in particolare, le sentenze 18-4-2014, n. 105 e 106), le quali son tornate a censurare di incostituzionalità il suddetto comma 4 dell’art. 69 c.p. nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante del fatto di lieve entità sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., in relazione a due significative fattispecie, come la ricettazione (in cui il reato è attenuato se il fatto è di particolare tenuità) e la violenza sessuale (la cui previsione riduce la pena nei casi di minore gravità).

Da ultimo, l’opera di progressiva «demolizione» della rigorosa opzione politico-criminale «anti-recidivi» del 2005 è proseguita attraverso la sentenza 7-4-2016, n. 74, attraverso la quale la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità del comma che si annota, nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 7, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico stupefacenti), ancora una volta, sulla recidiva reiterata prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen. La norma richiamata prevede una circostanza attenuante ad effetto speciale, che comporta una diminuzione delle pene previste dai commi da 1 a 6 del medesimo articolo «dalla metà a due terzi per chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti». Orbene, argomenta la Corte nel motivare le sue censure che trattasi di norma espressione di una scelta di politica criminale di tipo premiale, volta a incentivare, mediante una sensibile diminuzione di pena, il ravvedimento post-delittuoso del reo, rispondendo sia all’esigenza di tutela del bene giuridico, sia a quella di prevenzione e repressione dei reati in materia di stupefacenti. Tuttavia, quando nei confronti dell’imputato veniva riconosciuta la recidiva reiterata, la norma censurata impediva alla disposizione premiale di produrre pienamente i suoi effetti, frustrandone in modo manifestamente irragionevole la ratio, facendo venir meno quell’incentivo sul quale lo stesso legislatore aveva fatto affidamento per stimolare l’attività collaborativa. Va inoltre considerato che tra i criteri da cui in genere può desumersi la capacità a delinquere del reo, e dei quali il giudice deve tener conto, oltre che nella determinazione della pena, anche nella comparazione tra circostanze eterogenee concorrenti, vi è la condotta del reo contemporanea o susseguente al reato (art. 133, secondo comma, numero 2, cod. pen.), la cui rilevanza nel caso in oggetto veniva totalmente disconosciuta dalla norma impugnata. Si attribuiva, infatti, una rilevanza insuperabile alla precedente attività delittuosa del reo – quale sintomo della sua maggiore capacità a delinquere – rispetto alla condotta di collaborazione successiva alla commissione del reato, benché quest’ultima potesse essere in concreto ugualmente, o addirittura prevalentemente, indicativa dell’attuale capacità criminale del reo e della sua complessiva personalità. Di qui, la rimozione, attraverso la segnalata sentenza, di tale limite al bilanciamento circostanziale.

La norma regola il concorso tra circostanze eterogenee. Laddove, infatti, ineriscano al reato più circostanze, aggravanti ed attenuanti, il giudice procederà al cd. giudizio di bilanciamento, ovvero prenderà in considerazione le sole aggravanti o le sole attenuanti, a seconda che ritenga prevalenti le une o le altre, e determinerà i correlativi aumenti o le correlative diminuzioni di pena. Nel caso in cui, tuttavia, il giudice non ritenga prevalenti né le aggravanti né le attenuanti determinerà la pena per il reato comune commesso senza tenere conto né delle une né delle altre.

Questo meccanismo di risoluzione del concorso di circostanze eterogenee, di cui si lamenta l’eccessiva discrezionalità che esso consentirebbe al giudice nella commisurazione della pena, è stato introdotto dal Codice Rocco in sostituzione della disciplina prevista dal Codice Zanardelli.

Quest’ultimo, infatti, prevedeva che alla pena-base venissero riportati singolarmente tanti aumenti o tante diminuzioni di pena per quante fossero le circostanze aggravanti od attenuanti ricorrenti, senza procedere ad alcun bilanciamento tra di esse.

Il bilanciamento, invece, permette al giudice «un giudizio complessivo e sintetico sulla personalità del reo e sulla gravità del reato, anziché l’arido risultato di successive operazioni aritmetiche» (Relazione al progetto definitivo).

Giurisprudenza annotata

Concorso di circostanze

Per effetto delle sentenze della Corte costituzionale nn. 251 del 2012 e 32 del 2014, il giudice dell'esecuzione, ove il trattamento sanzionatorio non sia stato ancora interamente eseguito, deve rideterminare la pena in favore del condannato pur se il provvedimento "correttivo" da adottare non è a contenuto predeterminato, potendo egli avvalersi di penetranti poteri di accertamento e di valutazione, fermi restando i limiti fissati dalla pronuncia di cognizione in applicazione di norme diverse da quelle dichiarate incostituzionali. (In motivazione la Corte ha precisato, stante la particolarità della fattispecie - relativa a sentenza di condanna per illecita detenzione di sostanza stupefacente, in cui era affermata l'equivalenza della circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all'art. 73, comma quinto, d.P.R. 309/1990 con la ritenuta recidiva reiterata in ragione del divieto di prevalenza di cui all'art. 69, comma quarto, cod. pen. dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla sentenza n. 251 del 2012 - che il giudice dell'esecuzione nel rideterminare il trattamento sanzionatorio è tenuto ad applicare l'art. 73 d.P.R. n. 309/1990 nel testo ritornato in vigore a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014). (Vedi, n. 52981/2014 in corso di mass.). (Annulla con rinvio, Gip Trib. Fermo, 27/02/2013 )

Cassazione penale sez. I  04 dicembre 2014 n. 53019  

 

Trattandosi formalmente di circostanza aggravante, alla continuazione fallimentare deve applicarsi tra l'altro anche l'art. 69 c.p. e, pertanto, nell'ipotesi in cui vengano contestualmente riconosciute una o più attenuanti, la stessa deve essere posta in comparazione con queste ultime, con la conseguente esclusione della possibilità di irrogare l'aumento di pena previsto dall'art. 219 l.f. qualora all'esito del giudizio di bilanciamento la "circostanza" in questione venga ritenuta minusvalenze.

Cassazione penale sez. V  22 ottobre 2014 n. 50349  

 

La comparazione tra circostanze opera soltanto ai fini della quantificazione della pena, che, come imposto dall'art. 69 c.p., deve avvenire previa effettuazione del giudizio di comparazione tra attenuanti di segno opposto e con valutazione delle sole circostanze ritenute prevalenti, ma non consente di escludere la rilevanza di una circostanza alla cui presenza la legge riconnetta - come nella specie, ove l'esclusione della sostituzione della pena detentiva è espressamente prevista dall'art. 186, comma 9 bis, C.d.S. - determinati effetti sia pure negativi per l'imputato. Infatti il giudizio di comparazione tra le circostanze, che conduca all'esclusione dell'operatività dell'aggravante sul piano sanzionatorio, non fa venir meno la configurazione giuridica del reato aggravato (confermata, nella specie, la legittimità della decisione dei giudici del merito che avevano escluso la sostituzione della pena pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità, pur essendo state concesse le attenuanti generiche che avevano eliminato l'aggravante prevista dall'art. 186, comma 2 bis C.d.S.).

Cassazione penale sez. IV  25 settembre 2014 n. 44795  

 

In tema di turbata libertà degli incanti, l'ipotesi di cui all'art. 353, comma 2, c.p. (concernente la turbata libertà degli incanti commessa da una persona che vi è "preposta dalla legge o dall'autorità") ha natura di circostanza aggravante del reato, per la quale trova applicazione la disciplina ordinaria del concorso di circostanze di cui all'art. 69 c.p.

Cassazione penale sez. VI  08 luglio 2014 n. 40304  

 

Sussiste l'interesse all'impugnazione dell'imputato che propone appello al fine di ottenere l'esclusione di una circostanza aggravante anche quando con il provvedimento impugnato gli siano state concesse circostanze attenuanti con giudizio di prevalenza su tale aggravante, poichè costituisce suo diritto vedersi riconoscere colpevole di una condotta meno grave di quella contestatagli. (Annulla in parte con rinvio, Ass.App. Lecce, 11/02/2013)

Cassazione penale sez. I  24 giugno 2014 n. 35429  

 

Il giudice dell'esecuzione, per effetto della sentenza della C. cost. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., può affermare la prevalenza dell'attenuante anche compiendo attività di accertamento, sempre che tale valutazione non sia stata esclusa dal giudice della cognizione in applicazione di norme diverse da quelle dichiarate incostituzionali; tuttavia, nel rideterminare la pena, deve attenersi ai limiti derivanti dai principi in materia di successione di leggi penali nel tempo, che inibiscono l'applicazione di norme più favorevoli eventualmente medio tempore approvate dal legislatore.

Cassazione penale sez. un.  29 maggio 2014 n. 42858

 

Al p.m., in ragione delle sue funzioni istituzionali, per effetto della sentenza della C. cost. n. 251 del 2012, spetta il compito di richiedere al giudice dell'esecuzione l'eventuale rideterminazione della pena inflitta anche in applicazione dell'art. 69, comma 4, c.p., nel testo dichiarato costituzionalmente illegittimo, pur se il trattamento sanzionatorio sia già in corso di attuazione, e fino a quando questo non sia stato interamente eseguito.

Cassazione penale sez. un.  29 maggio 2014 n. 42858  

 

L'art. 73 comma 5 d.P.R. n. 309 del 1990, nella formulazione oggi vigente, introdotta dal d.l. n. 36 del 2014, conv. dalla l. n. 79 del 2014, trova applicazione quale norma più favorevole ex art. 2 comma 4 c.p., a tutti i processi ancora in corso per fatti di lieve entità relativi a droghe pesanti. Invece, per i processi relativi a droghe leggere per fatti commessi fino al 23 dicembre 2013 (dal 24 dicembre è entrato in vigore il d.l. n. 146 del 2013, conv. dalla l. n. 10 del 2014, poi sostituito dal citato d.l. n. 36 del 2014, conv. dalla l. n. 79 del 2014), occorre verificare, pur a parità della pena (quella attuale e quella già prevista dall'art. 73 comma 5, nel testo della legge Vassalli-Jervolino, fatto rivivere dalla sentenza n. 32 del 2014 della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionali le modifiche introdotte con la legge Fini-Giovanardi n. 49 del 2006) se in concreto sia più favorevole per l'imputato l'applicazione della fattispecie di cui al comma 5 dell'art. 73 quale ipotesi circostanziale ovvero quale reato autonomo: ricorrerà la prima evenienza solo in quei casi in cui vi siano recidiva o circostanze aggravanti contestate e il giudice ritenga le stesse minusvalenti, ex art. 69 c.p., rispetto all'ipotesi attenuata di cui all'art. 73 comma 5. Mentre, per quanto riguarda i profili processuali, la norma di cui all'art. 73 comma 5, oggi vigente è in ogni caso più favorevole, vuoi ai fini del computo della prescrizione, vuoi ai fini dell'applicabilità della custodia cautelare in carcere, vuoi in quanto determina la possibilità per l'imputato di richiedere la sospensione del processo con messa alla prova.

Cassazione penale sez. III  29 maggio 2014 n. 28548  

 

In tema di patteggiamento, è illegale la pena applicata dal giudice che, operando il giudizio di bilanciamento tra le circostanze, compari le attenuanti ed una sola delle aggravanti, in quanto l'art. 69 c.p. impone di procedere alla simultanea comparizione di tutte le circostanze ritenute. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza in cui, in relazione al reato di rissa aggravata ai sensi dell'art. 588, comma secondo c.p., il giudice, dopo aver riconosciuto all'imputato le circostanze attenuanti generiche, aveva effettuato il giudizio di comparazione solo tra queste e la recidiva e non anche con la suddetta aggravante di cui al citato art. 588, comma 2, c.p.). (Annulla senza rinvio, Trib. Nola, 22/10/2013 )

Cassazione penale sez. V  23 maggio 2014 n. 24054  

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione del principio di uguaglianza e del principio di proporzionalità della pena, l'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 609 bis, comma 3, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 106  

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione del principio di uguaglianza, del principio di offensività e del principio di proporzionalità della pena, l'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui di cui all'art. 648, comma 2, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 105  

 

Va dichiarata l'illegittimità costituzionale, per violazione dei principi di offensività, uguaglianza e proporzionalità, dell'art. 69 comma 4 c.p., come sostituito dall'art. 3 l. 5 dicembre 2005 n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975 n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 648 comma 2 c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99 comma 4 c.p.; le conseguenze del divieto di prevalenza dell'attenuante di cui al secondo comma dell'art. 648 c.p. sulla recidiva risultano, infatti, manifestamente irragionevoli, per l'annullamento delle differenze tra le due diverse cornici edittali delineate dal primo e dal secondo comma dell'art. 648 c.p., in particolare non tanto per la divaricazione tra i livelli massimi della pena detentiva prevista nei due commi, quanto tra i livelli minimi, perché, per effetto della recidiva reiterata, il minimo della pena detentiva previsto per il fatto di particolare tenuità (15 giorni di reclusione) viene moltiplicato per 48, determinando un aumento incomparabilmente superiore a quello specificamente previsto per tale recidiva dall'art. 99 comma 4 c.p., che, a seconda dei casi, è della metà o di due terzi. Il carattere palesemente sproporzionato del trattamento sanzionatorio determinato dall'innesto della deroga al giudizio di bilanciamento sull'assetto delineato dall'art. 648 c.p. si pone in contrasto anche con la finalità rieducativa della pena, che implica un costante "principio di proporzione" tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall'altra.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 105  



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