Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Codice penale Art. 81 codice penale: Concorso formale. Reato continuato

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



È punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave (1) (2) (3) (4) aumentata fino al triplo (5) chi con una sola azione od omissione viola diverse disposizioni di legge ovvero commette più violazioni della medesima disposizione di legge.

Alla stessa pena (6) soggiace chi con più azioni od omissioni (7), esecutive di un medesimo disegno criminoso (8), commette anche in tempi diversi (9) (10) più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge (11) .

Nei casi preveduti da quest’articolo, la pena non può essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti (12) (13).

Fermi restando i limiti indicati al terzo comma, se i reati in concorso formale o in continuazione con quello più grave sono commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’articolo 99, quarto comma, l’aumento della quantità di pena non può essere comunque inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave (14).

Articolo così sostituito dal D.L. 11 aprile 1974, n. 99.

Commento

(1) Il concorso materiale di reati si realizza quando un soggetto compie più azioni od omissioni violando la stessa o diverse disposizioni di legge (es.: Tizio prima ruba un motorino, poi effettua una rapina e successivamente aggredisce i carabinieri che cercano di arrestarlo).

Il concorso formale si verifica, invece, quando un soggetto con un’unica azione od omissione viola più volte la legge penale. Il concorso in tal caso può essere eterogeneo, quando sono violate diverse disposizioni di legge (es.: Tizio sparando un colpo di pistola ferisce una persona e danneggia una vetrina); omogeneo, quando è violata la medesima disposizione di legge (es.: Tizio con una parola ingiuria più persone).

(2) Per la definizione del reato continuato vedi la nota (7) che segue.

(3) Art. così sostituito ex d.l. 11-4-1974, n. 99, conv. nella l. 7-6-1974, n. 220 (art. 8). Cfr. anche art. 53 u.c. l. 689/81 e art. 12, d.lgs. 18- 12-1997, n. 472, in materia di violazione delle leggi finanziarie.

(4) Per individuare il concetto di «reato più grave» vi è stato un acceso dibattito dottrinario e giurisprudenziale. Secondo un orientamento ormai superato, per individuare la violazione più grave necessitava far riferimento alle pene che in concreto il giudice riteneva di dover irrogare per ciascuno dei reati concorrenti, considerando sia la pena edittale, che l’influenza delle circostanze aggravanti od attenuanti.

Secondo l’odierno prevalente orientamento, che è sostenuto dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, per determinare la violazione più grave occorre aver riguardo al titolo dei reati concorrenti ed alla previsione astratta delle pene edittali previste; solo quando tali pene sono identiche nel minimo e nel massimo (come nel caso di concorso formale omogeneo), può farsi riferimento all’incidenza di altri criteri come quelli di cui all’art. 133: pertanto, in caso di concorso formale tra una violenza sessuale [v. 609bis] ed un incesto [v. 564] il primo reato è da considerarsi più grave, in quanto la pena edittale astratta prevista dal codice è di entità maggiore. Quanto all’individuazione della violazione più grave in caso di continuazione fra delitto e contravvenzione, la Cassazione ha precisato che, nel vigente sistema penale, la previsione dei reati quali delitti o contravvenzioni esprime la valutazione legislativa di maggiore o minore gravità dell’illecito, la qual cosa comporta che, nel reato continuato, i primi vanno sempre considerati più gravi delle seconde, anche nel caso che i valori della sanzione per il reato contravvenzionale siano equivalenti o più elevati rispetto a quelli concernenti l’ipotesi delittuosa (Cass. 10-6-2004, n. 26308).

Più di recente, la Cassazione ha precisato che, in tema di continuazione, la violazione più grave va individuata, in astratto, in base alla pena edittale, e avendo riguardo al reato così come ritenuto in sentenza, tenendo conto delle circostanze riconosciute esistenti e dell’eventuale giudizio di comparazione fra di esse (Cass. 1-7-2010, n. 24838; nel medesimo senso, si veda anche Cass. 23-9-2010, n. 34382, nonché, da ultimo, Cass. Sez. Un. 13-6-2013, n. 25939).

(5) Anche in tema di aumento della pena in caso di concorso formale (o di continuazione) in passato vi è stato un notevole dibattito dottrinario e giurisprudenziale. In particolare era stata esclusa la possibilità di configurare l’operatività dell’art. 81 in caso di concorso tra delitti e contravvenzioni, in quanto l’eterogeneità delle pene rendeva inapplicabile l’aumento di pena fino al triplo (es.: se concorrevano un delitto per cui era prevista la reclusione ed una contravvenzione per la quale era irrogabile l’ammenda, come era possibile aumentare la pena per il reato più grave?). Si profilava anche una violazione del «principio costituzionale di legalità» a cagione dell’applicazione di una sanzione diversa da quella prevista dal reato.

Tale contrasto interpretativo è oggi decisamente superato dall’intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le quali hanno affermato il principio per cui l’applicazione dell’art. 81 non è esclusa dal concorso di reati sanzionati con pene di genere e specie diverse: in tal caso, infatti, si applicherà la pena prevista per la violazione più grave, aumentata fino al triplo, restando in tale aumento assorbite e sostituite le pene, anche di specie diverse, originariamente previste per i reati «satellite» meno gravi (es.: nel caso prospettato prima si opererà un aumento della reclusione ed in esso verrà assorbita la pena dell’ammenda prevista per il reato «satellite» contravvenzionale).

tale orientamento interpretativo porta ad una violazione del «principio di legalità»; infatti nel concetto di legalità, oltre alla pena comminata dalle singole fattispecie legali, rientra anche quella risultante dalle disposizioni incidenti sul trattamento sanzionatorio, nelle quali va ricompresa la normativa concernente il trattamento sanzionatorio previsto dall’art. 81. Le Sezioni unite della Cassazione (sent. 10-12-2003, n. 47289) hanno precisato che, qualora l’aumento per la continuazione determinato dal giudice di merito superi il limite massimo del triplo della pena inflitta per la violazione ritenuta più grave, la Corte, nell’annullare la sentenza senza rinvio, provvede a rideterminare direttamente la sanzione fissandola nel valore triplo di quella inflitta per il reato-base.

(6) Per la problematica dell’individuazione della pena del reato più grave vedi le note (4) e (5).

(7) Si ha continuazione di reati (reato continuato) quando con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, si commettono, anche in tempi diversi, più violazioni della stessa o diversa disposizione di legge. In sostanza, mentre nel concorso formale [v. 811] l’elemento unificante è l’unicità della azione od omissione, nel reato continuato l’elemento aggregante è l’unicità del disegno criminoso all’interno del quale si pongono le varie azioni. La figura del reato continuato, già elaborata dai pratici italiani del ‘500 e del ‘600, ed accolta nel codice penale abrogato (codice Zanardelli), costituisce una delle principali deroghe alle norme sul concorso di reati, fondata sulla minore pericolosità sociale di colui il quale delinque per un unico impulso criminoso ed in vista di uno scopo unico, raggiunto il quale cesserà dal suo comportamento illecito, rispetto a chi, invece, commette più reati autonomi l’uno dall’altro.

Perché possa applicarsi l’art. 81, 2º e 3º comma, sono necessari:

— una pluralità di azioni o omissioni;

più violazioni della stessa o di diverse disposizione di legge;

— l’identità del disegno criminoso.

(8) Non v’è accordo in dottrina sugli elementi caratterizzanti la identità del disegno criminoso.

Una teoria, sostenuta dalla dottrina tedesca, afferma che l’identità del disegno criminoso deve essere dedotta dalla vicinanza temporale tra i singoli atti, o dall’utilizzazione della stessa occasione per commettere più reati, o dagli elementi obiettivi emergenti da più azioni. G. LEONE , ponendo l’accento sul legame soggettivo che unisce le varie azioni, ritiene che si ha «identità del disegno criminoso» quando il soggetto ha originariamente pensato a tutta la sua attività delittuosa col desiderio di realizzarla (fattore intellettivo).

Secondo la dottrina prevalente (DE MARSICO, AN TOLISEI, COPPI) l’«unicità di disegno criminoso» ricorre quando il soggetto ha precedentemente predisposto un progetto generico unitario (e cioè il progetto di compiere una serie di azioni delittuose della stessa specie) deliberato nelle linee essenziali per conseguire un determinato fine (fattori intellettivo, volitivo e finalistico).

La giurisprudenza della Cassazione è sostanzialmente della stessa opinione, in quanto ritiene che sussiste continuazione nel reato quando le differenti azioni delittuose sono connesse tra loro fin dal primo momento nei loro elementi essenziali e nel quadro di un’unica progettazione, così da doversi ritenere che, allorché si commette la prima azione, siano già state deliberate, per lo meno in generale, le altre.

La Corte di legittimità ha, escluso che basti a dimostrare la sussistenza del medesimo disegno criminoso il fatto che i reati programmati siano ontologicamente omogenei e cronologicamente prossimi (in tal senso, Cass. 22-10-2004, 41300). Non può, altresì, identificarsi con la generale tendenza a porre in essere determinati reati o comunque con una scelta di vita che implica la reiterazione di determinate condotte criminose, atteso che le singole violazioni devono costituire parte integrante di un unico programma deliberato nelle linee essenziali per conseguire un determinato fine, richiedendosi, in proposito, la progettazione «ab origine» di una serie ben individuata di illeciti, già concepiti almeno nelle loro caratteristiche essenziali (così Cass. 19-4-2004, n. 18037).

Sul tema, la Cassazione ha, più di recente, precisato che l’unicità del disegno criminoso presuppone l’anticipata ed unitaria ideazione di più violazioni della legge penale, già presenti nella mente del reo nella loro specificità, e la prova di tale congiunta previsione deve essere ricavata, di regola, da indici esteriori che siano significativi, alla luce dell’esperienza, del dato progettuale sottostante alle condotte poste in essere. Inoltre, l’accertamento giudiziale deve assumere il carattere di effettiva dimostrazione logica, non potendo essere affidato a semplici congetture o presunzioni (Cass. 25-10- 2006, n. 35797). Si ritiene, altresì, che l’accertamento circa l’esistenza di un medesimo disegno criminoso tra più reati, tra i quali si asserisca il vincolo di continuazione, deve essere riferito al momento dell’ideazione e deliberazione del primo dei reati in senso cronologico, a nulla rilevando che questo abbia avuto una reiterazione in più episodi nel corso di un ampio arco di tempo (Cass. 5-4-2011, n. 13611).

Ha, infine, sul punto, precisato la Cassazione che l’analogia dei singoli reati, l’unitarietà del contesto, l’identità della spinta a delinquere, e la brevità del lasso temporale che separa i diversi episodi, singolarmente considerate, non costituiscono indizi necessari di una programmazione e deliberazione unitaria, e, però, ciascuno di questi fattori, aggiunto ad un altro, incrementa la possibilità dell’accertamento dell’esistenza di un medesimo disegno criminoso, in proporzione logica corrispondente all’aumento delle circostanze indiziarie favorevoli (Cass. 7-4-2010, n. 12905).

(9) I reati avvinti dalla continuazione possono essere commessi anche in tempi diversi, sicché non è rilevante per l’applicazione dell’istituto che gli stessi siano commessi in un unico contesto temporale. Infatti, come già osservato, il «cemento» della continuazione non è costituito dalla connessione cronologica tra i reati, bensì dall’identità del disegno criminoso che li avvince. È da segnalare però, che, secondo parte autorevole della giurisprudenza, l’esistenza di un notevole lasso di tempo intercorso tra le diverse azioni criminose può essere rilevante per escludere l’unicità del disegno criminoso, in considerazione del fatto che in tal caso quanto più si allunga il decorso del tempo, tanto più è probabile la riemersione del conflitto tra opposti motivi interni al reo, che necessita per il superamento, di una nuova deliberazione criminosa, che di per sé interrompe l’unicità originaria del disegno criminoso.

(10) Una volta affermato il principio dell’irrilevanza della mera discontinuità cronologica tra i reati per configurare la continuazione, ne consegue che l’istituto è applicabile anche quando il nuovo fatto da giudicare sia commesso dopo una condanna per altro reato. L’ultimo commesso, infatti, se ne ricorrono i presupposti, potrà essere ritenuto in continuazione con il primo già giudicato.

Facciamo un esempio: un padre, dopo aver patito la violenza sessuale della figlia, decide di uccidere i violentatori. Dopo aver commesso l’omicidio del primo, viene arrestato e condannato. Uscito dal carcere dopo molti anni, commette il secondo omicidio originariamente programmato. Ebbene in tal caso i due delitti potranno ritenersi avvinti dalla continuazione in quanto ciò che rileva, non è la vicinanza cronologica tra i fatti (che manca in tal caso), ma l’identità del disegno criminoso che li lega. In passato si era ritenuto inapplicabile l’art. 81, c. 2 allorché per il primo fatto fosse intervenuta sentenza passata in giudicato. Recenti orientamenti interpretativi, invece, ritengono anche in tal caso applicabile la continuazione, sempre che sussista l’identità del disegno criminoso tra i fatti e non sia stato necessario per commettere l’ultimo reato una nuova deliberazione del programma criminoso.

(11) Prima della riforma del 1974, la continuazione poteva essere soltanto «omogenea», e cioè tra reati configuranti la violazione della «stessa disposizione di legge»; con la riforma suddetta, tale limite è venuto meno, essendo stata estesa la figura anche alle ipotesi di violazioni di «diverse disposizioni di legge» (cd. reato continuato eterogeneo). Ha, così, perso interesse la dibattuta disputa dottrinaria intorno al significato da dare all’espressione «stessa disposizione di legge», usata dal legislatore.

L’ammissibilità del reato continuato eterogeneo ha anche superato definitivamente il problema dell’ammissibilità, oggi pacifica (CO PPI), della continuazione tra reato consumato e reato tentato, reato semplice e reato circostanziato, reato previsto dal codice e reato previsto da leggi speciali, il che, come osserva la dottrina (PAGLIARO ), ben può consentire di sostituire all’originaria denominazione di «reato continuato», quella di «continuazione di reati».

La continuazione è ammissibile anche tra delitti e contravvenzioni, sempre che il reato contravvenzionale sia stato commesso con dolo, altrimenti è improbabile configurare il «medesimo disegno criminoso». È per tale impossibilità che è inammissibile la continuazione tra reati colposi.

Per la problematica dell’aumento di pena in caso di continuazione tra delitti e contravvenzioni, si richiama la nota (5). La continuazione è, altresì, ritenuta ammissibile tra contravvenzioni, solo se l’elemento soggettivo ad esse comune sia il dolo e non la colpa, atteso che la richiesta unicità del disegno criminoso è di natura intellettiva, e consiste nella ideazione contemporanea di più azioni antigiuridiche programmate nelle loro linee essenziali (Cass. 5-3-2013, n. 10235).

Rispetto al pacifico orientamento che esclude in radice l’ammissibilità della continuazione in relazione ai reati colposi, si segnala una pronuncia della Corte di legittimità, con cui si è individuata una eccezione, nel caso in cui il reato colposo sia stato posto in essere nonostante la previsione dell’evento (cd. colpa con previsione), con conseguente contestabilità dell’aggravante di cui all’art. 61, n. 3, c.p. (Cass. 4-5-2005, n. 16693).

Sempre con riferimento al profilo soggettivo, si è affermato che il dolo d’impeto (anche se relativo ad uno soltanto dei reati concorrenti) è incompatibile con la continuazione, perché esclude la volizione preventiva e preordinata dell’insieme dei reati (Cass. 21-6-2010, n. 23810).

(12) Il sistema adottato dal legislatore per determinare la pena nel caso di continuazione, così come per il concorso formale, è quello del cumulo giuridico [v. Libro I, Titolo III, Capo III ]. Sicché è possibile aumentare la pena prevista per il reato più grave fino al triplo [v. nota (5)]. L’aumento può essere effettuato senza indicare le frazioni di pena dei singoli reati satellite, bensì calcolato in misura globale. La motivazione dei criteri adottati per calcolare la pena deve rifarsi ai parametri di cui all’art. 133.

La pena, in ogni caso, non potrà mai superare i limiti che operano per il concorso materiale.

(13) Cfr. art. 2, l. 18-2-1987, n. 34 recante «Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo».

(14) Comma aggiunto ex art. 5, c. 1, l. 5-12- 2005, n. 251. Anche tale inedito comma si inserisce fra le novità disciplinari introdotte dalla citata legge, molte delle quali hanno lo scopo di operare un sostanziale inasprimento sanzionatorio a carico dei recidivi (pur se, anche in tal caso, come in altri coinvolti dalla riforma, ad essere interessati sono esclusivamente i recidivi reiterati). Nel dettaglio, il nuovo comma, nel confermare che, sia nel caso di reato continuato che di concorso formale di reati, il trattamento sanzionatorio non potrà comunque superare quello che sarebbe applicabile in base al cumulo materiale delle pene stabilite per i singoli reati, ha precisato che, nel caso in cui i reati avvinti dal vincolo della continuazione col più grave o in concorso formale siano commessi da soggetti cui sia stata applicata la recidiva reiterata, l’incremento sanzionatorio non potrà essere comunque inferiore ad un limite minimo, pari ad un terzo della pena stabilita per il reato più grave, la qual cosa, nell’introdurre un ulteriore elemento di «rigidità» disciplinare, conforme a quelli predisposti nel riformulato art. 99 c.p., comporta, nel caso in cui, nel medesimo ambito, si proceda sia al calcolo della continuazione che al riconoscimento della recidiva reiterata, l’inopinata attribuzione alla stessa di una duplice valenza, assumendo obbligatoriamente rilievo anche nella determinazione della pena-base, oltre che come limite alla discrezionalità del giudice nella determinazione dell’incremento sanzionatorio di cui qui si tratta, limite, oltretutto, fondato su un elemento di valutazione relativo alla personalità del reo disomogeneo rispetto a quelli (concernenti la struttura oggettiva e soggettiva delle fattispecie concorrenti) normalmente utilizzati nella determinazione del citato aumento di pena (così PIS TORELLI ).

La Cassazione ha, peraltro, precisato che il limite minimo per l’aumento previsto dall’art. 81, quarto comma, cod. pen., nei confronti dei soggetti per i quali sia stata ritenuta la contestata recidiva reiterata non opera se il giudice ritiene la stessa equivalente alle circostanze attenuanti (Cass. 26-10-2015, n. 43040).

Coordinata alla modifica in esame è quella concernente l’art. 671 c.p.p., operata dal medesimo provvedimento legislativo, con cui si è estesa l’applicabilità della disciplina di cui al neointrodotto quarto comma (relativa al giudizio di cognizione), al caso in cui la continuazione o il concorso formale di reati siano applicati in sede esecutiva.

Sempre in tema di continuazione in executivis, grava sul condannato che invochi l’applicazione della relativa disciplina l’onere di allegare elementi specifici e concreti a sostegno dell’istanza, non essendo sufficiente il riferimento alla contiguità cronologica degli addebiti ovvero all’identità o analogia dei titoli di reato, in quanto indici sintomatici non di attuazione di un progetto criminoso unitario quanto, piuttosto, di una abitualità criminosa e di scelte di vita ispirate alla sistematica e contingente consumazione di illeciti (Cass. 19-1-2010, n. 2298).

In presenza, infine, di continuazione fra reati in parte decisi con sentenza definitiva ed in parte «sub iudice», la valutazione circa la maggiore gravità delle violazioni deve essere compiuta confrontando la pena irrogata per i fatti già giudicati con quella irroganda per i reati al vaglio del decidente, attesa la necessità di rispettare le valutazioni in punto di determinazione della pena già coperte da giudicato e, nello stesso tempo, di rapportare grandezze omogenee (Cass. 13-1-2016, n. 935).

In caso di concorso formale di reati, la pluralità delle violazione penali, cagionate con un’unica azione, mantengono la loro autonomia ad ogni effetto diverso da quello della determinazione della pena. Pertanto, ne deriva che le cause estintive (prescrizione, amnistia etc.) vanno applicate in ordine ad ogni singolo reato.

Sicché l’unificazione di più reati, in caso di concorso formale, è limitata soltanto ai fini della pena.

La ratio del particolare sistema sanzionatorio previsto dall’art. 81, più favorevole al reo in quanto evita le asprezze del cumulo materiale, va ricercata nella minore pericolosità sociale che manifesta chi commette più reati in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, rispetto a chi commette più reati autonomi.

Secondo la dottrina dominante l’unificazione prevista dall’art. 81, c. 2, lascia intatta la pluralità dei reati, sicché tale unificazione è meramente fittizia «quoad poenam».

È corretto, pertanto, parlare di continuazione di reati.

Secondo altra dottrina, invece, l’unificazione determina realmente una figura di reato a sé stante. Sicché è corretto parlare di reato continuato.

Tenuto conto che l’istituto della continuazione determina un regime sanzionatorio di maggior favore per il reo (che evita un cumulo materiale delle pene), la sussistenza della continuazione non può presumersi, ma vi è uno specifico onere probatorio di dimostrazione dell’identità del disegno criminoso legante la pluralità dei reati commessi.

Infine, si afferma in giurisprudenza che, in presenza di un reato continuato, il giudizio circa la sussistenza delle circostanze attenuanti generiche va operato avendo riferimento ai singoli episodi criminosi e non globalmente, in quanto dev’essere effettuato considerando le caratteristiche di ciascun episodio (Cass. 20-1-2011, n. 1810).

Giurisprudenza annotata

Concorso formale, reato continuato

In materia di sanzioni amministrative, non e' applicabile, allorchè siano poste in essere inequivocabilmente più condotte realizzatrici della medesima violazione, l'art. 81 cpv c.p. relativo alla continuazione, ma esclusivamente il concorso formale, in quanto espressamente previsto nell'art. 8 legge 689/81, che richiede l'unicità dell'azione od omissione produttiva della pluralità di violazioni. La disciplina di cui al citato art. 8 non subisce deroghe neppure in base alla successiva previsione di cui all'art. 8-bis della medesima legge, che, salve le ipotesi eccezionali del secondo comma (violazioni delle norme previdenziali ed assistenziali), ha escluso, se sussistono determinati presupposti, la computabilità delle violazioni amministrative successive alla prima solo ai fini di rendere inoperanti le ulteriori conseguenze sanzionatorie della reiterazione (cassata, nella specie, la decisione dei giudici del merito che a fronte di plurimi indebiti ingressi in una zona a traffico limitato, avevano applicato una sola sanzione a giorno, anche se le violazioni erano avvenute a distanza di ore).

Cassazione civile sez. VI  16 dicembre 2014 n. 26434  

 

Ai fini della concessione dei benefici penitenziari, il cumulo giuridico delle pene irrogate per il reato continuato è scindibile ove il condannato abbia espiato per intero la pena relativa ai reati ostativi; tuttavia, allorchè il reato ostativo coincide con un reato satellite, lo scioglimento del cumulo determina il ripristino della pena edittale prevista dalla legge, calcolata nel minimo, non potendosi fare riferimento alla pena inflitta in concreto a titolo di aumento per la continuazione, una volta che sia operato lo scioglimento del vincolo giuridico. (Fattispecie in tema di semilibertà). (Annulla con rinvio, Trib.sorv. Lecce, 01/10/2013 )

Cassazione penale sez. I  14 novembre 2014 n. 51835  

 

In tema di continuazione tra reati commessi da soggetti cui sia stata applicata la recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., l'aumento ex art. 81, comma 4, c.p., deve essere applicato sulla pena già aumentata per effetto della recidiva stessa.(Annulla in parte senza rinvio, App. Firenze, 13/03/2014 )

Cassazione penale sez. II  14 novembre 2014 n. 49488  

 

In tema di riconoscimento della continuazione in fase esecutiva, lo stato di tossicodipendenza deve essere valutato come elemento idoneo a giustificare la unicità del disegno criminoso con riguardo a reati che siano ad esso collegati e dipendenti, sempre che sussistano le altre condizioni individuate dalla giurisprudenza per la configurabilità dell'istituto previsto dall'art. 81, comma secondo, cod. pen. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato con rinvio l'ordinanza con la quale il giudice dell'esecuzione aveva rigettato l'istanza di riconoscimento della continuazione ignorando, nelle sue valutazioni, il comprovato stato di tossicodipendenza del condannato). (Annulla con rinvio, Trib. Lucca, 07/02/2014 )

Cassazione penale sez. I  07 ottobre 2014 n. 50716  

 

Non esiste incompatibilità tra gli istituti della recidiva e della continuazione, potendo quest'ultima essere riconosciuta anche tra un reato già oggetto di condanna irrevocabile ed un altro commesso successivamente alla formazione di detto giudicato. (Annulla in parte con rinvio, App. Roma, 06/11/2013 )

Cassazione penale sez. IV  30 settembre 2014 n. 49658  

 

Nel caso di riconoscimento della continuazione tra reato già giudicato e reato da giudicare, non può ritenersi esclusa la possibilità che, oltre all'inflizione di una pena a titolo di aumento su quella già inflitta con la sentenza divenuta irrevocabile, si dia luogo anche all'applicazione di una misura di sicurezza, quando il giudice ritenga che i fatti oggetto della seconda pronuncia, commessi successivamente a quelli che erano stati oggetto della prima, siano espressione di una pericolosità che il primo giudice non abbia potuto valutare.

Cassazione penale sez. III  17 settembre 2014 n. 44078  

 

Il giudice di merito, che ritenga la continuazione tra i fatti sui quali è chiamato a giudicare con altri per i quali è già intervenuto giudicato ed aumenti la pena inflitta per questi ultimi, può procedere alla applicazione di una misura di sicurezza patrimoniale quando i fatti ricondotti all'unica ideazione criminosa siano comunque successivi a quelli accertati con sentenza irrevocabile ed esprimano una pericolosità non potuta materialmente valutare dal primo giudice. (Fattispecie di sfruttamento della prostituzione, in cui la Corte ha riconosciuto legittima, da parte del giudice che aveva provveduto ad aumentare la pena in virtù della riconosciuta continuazione, l'applicazione della confisca dei locali in cui veniva esercitato il meretricio).(Dichiara inammissibile, Gip Trib. Treviso, 19/12/2013 )

Cassazione penale sez. III  17 settembre 2014 n. 44078  

 

Poiché ai fini della determinazione della pena per il reato continuato deve aversi riguardo alla violazione più grave considerata in astratto e non in concreto, nel caso di concorso fra delitto e contravvenzione la "violazione più grave" si individua nel delitto, in relazione al quale il giudizio di maggior gravità discende direttamente dalle scelte del legislatore. (In motivazione la Corte ha altresì precisato che la disposizione di cui all'art. 187 delle norme di attuazione del codice di rito, secondo cui, ai fini dell'applicazione della disciplina del reato continuato da parte del giudice dell'esecuzione, "si considera violazione più grave quella per la quale è stata inflitta la pena più grave", deve ritenersi limitata alla sola fase esecutiva, alla cui regolamentazione è espressamente volta, ed è insuscettibile di applicazione generalizzata). (Rigetta, App. Milano, 17/07/2013 )

Cassazione penale sez. II  16 settembre 2014 n. 49007  

 



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1 Commento

  1. Vorrei esporre un piccolo problema di carattere aritmetico concernente la diminuzione di pena per il reato continuato ex art. 81, 1°, 2° c. cp. Vale a dire, come sarebbe possibile applicare tale disciplina, qualora essa riguardi non più di 3 violazioni di legge?. In tale ambito, infatti, non si potrebbe mai effettuare alcuna riduzione a titolo di continuazione in quanto le pene già sancite per i reati per i quali si chiede la riduzione non potrebbero essere mai superiori, come somma, a qulla che risulta applicando il criterio della pena più grave moltiplicata per 3. A parere di altri, invece, tale argomento non sarebbe corretto.
    Gradirei Vostri commenti. Un saluto a tutti.
    Piero Angius. Cagliari 12-12-17

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