Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 85 codice penale: Capacità d’intendere e di volere

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile (1).

È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere (2).

Commento

(1) È discusso in dottrina quale sia il rapporto tra imputabilità e colpevolezza: secondo alcuni autori il giudizio sulla colpevolezza [v. 42] è completamente autonomo da quello sulla capacità d’intendere e volere, in quanto gli stati psichici del dolo e della colpa sono riscontrabili anche negli immaturi e negli infermi di mente.

Secondo altra parte della dottrina, l’imputabilità è un presupposto della colpevolezza intesa in senso normativo cioè come volontà ribelle, come atteggiamento antidoveroso della volontà.

La responsabilità di un soggetto postula la capacità di comprendere il significato del proprio comportamento ed il potere di controllare i propri impulsi ad agire. Di conseguenza gli artt. 222 e 224 non si riferiscono ad un autentico concetto di dolo e di colpa ma ad un mero atteggiamento psichico qualificabile in termine di pseudo-dolo e di pseudo-colpa. Posto, dunque, che la colpevolezza è inconcepibile senza l’imputabilità, si pone il problema ulteriore di valutare se sia o meno configurabile il reato. Sul punto la dottrina in esame giunge a conclusioni diverse: secondo alcuni autori l’assenza di imputabilità esclude l’esistenza del reato in quanto lo priva dell’elemento della colpevolezza sicché il fatto posto in essere dal non imputabile costituisce un mero torto oggettivo.

Secondo altri, invece, elemento soggettivo essenziale del reato non è la colpevolezza ma l’appartenenza psichica del fatto all’agente (almeno nei casi in cui costui sia imputabile), sicché l’inimputabilità, pur escludendo la colpevolezza, non esclude il reato e costituisce semplicemente una causa personale di esenzione da pena. Sui rapporti fra imputabilità e colpevolezza si è espressa anche la Cassazione, precisando che l’imputabilità, quale capacità di intendere e di volere, e la colpevolezza, quale coscienza e volontà del fatto illecito, esprimono concetti diversi ed operano anche su piani diversi, sebbene la prima, quale componente naturalistica della responsabilità, debba essere accertata con priorità rispetto alla seconda (in applicazione di tale principio la Corte ha annullato con rinvio la sentenza con la quale i giudici di merito avevano escluso la sussistenza dell’elemento psicologico del reato di calunnia, facendo riferimento a elementi che riguardavano l’imputabilità ed il vizio totale e parziale di mente) (Cass. 7-4-2003, n. 16260).

(2) Va precisato che il concetto di imputabilità va inteso come comprensivo di entrambe le attitudini, quella di intendere e quella di volere, onde il soggetto deve considerarsi inimputabile quando, essendo presente l’una, manchi l’altra e viceversa.

La capacità d’intendere e volere va tenuta distinta dalla cd. suitas cioè dalla coscienza e volontà dell’azione od omissione [v. 42]: l’imputabilità attiene ad un modo di essere della persona riferendosi alla sua maturità psichica e alla sua sanità mentale; la sanitas concerne il rapporto tra il volere del soggetto ed un determinato atto, consente cioè di verificare l’attribuibilità o meno di un determinato comportamento alla volontà dell’agente. Ciò spiega perché anche il soggetto imputabile può agire senza coscienza e volontà come ad esempio nei casi di forza maggiore [v. 45] o di costringimento fisico [v. 46].

In dottrina varie teorie sono state avanzate per spiegare il fondamento dell’imputabilità, e cioè le ragioni per le quali il codice penale vigente richiede la capacità d’intendere e di volere ai fini della punibilità. La dottrina meno recente individua il fondamento dell’imputabilità nell’esigenza che l’inflizione della pena consegua ad una libera scelta del reo che, volontariamente, in piena coscienza e libertà, abbia commesso un reato (cd. teoria del libero arbitrio). Altri autori ritengono che l’applicazione della pena non abbia ragione di essere per i soggetti non imputabili, in quanto essi non sono capaci di subire la coazione psicologica, sono cioè insensibili all’effetto inibitorio della pena.

Infine, secondo altri autori, la ragione giustificatrice della imputabilità deve ravvisarsi nel più ampio concetto di responsabilità umana: affinché un uomo possa essere chiamato a rispondere dei propri atti di fronte alla legge penale è necessario che sia in grado di rendersi conto del valore sociale degli atti che compie. Alla coscienza sociale ripugna che la pena, in quanto sofferenza, sia inflitta ai bambini e ai dementi, e in genere a chiunque non sia compos sui: in ragione di ciò lo Stato, allorché costoro violino leggi penali, è portato a scusarli, poiché attribuisce il fatto alle loro condizioni psichiche particolari (cd. teoria della responsabilità umana).

 

Giurisprudenza annotata

Imputabilità

Il disturbo della personalità borderline di gravità tale da determinare un'assoluta incapacità d'intendere e di volere all'epoca della commissione del fatto, comporta, ex art. 85 c.p., l'assoluzione dell'imputato dal reato ascrittogli per mancanza d'imputabilità per vizio totale di mente.

Tribunale Napoli sez. VI  03 dicembre 2014 n. 16462  

 

Non determinano un difetto di imputabilità, né compromettono la capacità di partecipazione cosciente al processo, le anomalie caratteriali o le alterazioni o disarmonie della personalità che non siano accompagnate da una storia clinica che permetta di inquadrarle quanto meno nel più ristretto concetto di disturbo mentale. Con la conseguenza che, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, acquistano rilievo soltanto quei disturbi della personalità aventi consistenza, intensità e gravità tali da menomare in concreto la capacità di intendere o di volere (escludendola o scemandola grandemente) e sempre sia individuabile un nesso eziologico diretto con la specifica condotta criminosa, in base al quale il reato possa ritenuto causalmente provocato dal disturbo mentale o psicologico dell'imputato.

Cassazione penale sez. VI  09 maggio 2014 n. 40301  

 

Ai fini della dichiarazione di non imputabilità per incapacità di intendere e volere, la natura della patologia psichiatrica deve essere posta in nesso di causalità con l’evento del reato. (Nel caso di specie pur essendo stato diagnosticato all’imputato un disturbo bipolare dell’umore, classificato dal DSM IV, si è ritenuto che lo stato di agitazione che aveva scatenato l’azione violenta nei confronti di due minorenni che casualmente passavano a bordo di un ciclomotore non fosse dovuta alla patologia psichiatrica bensì allo stato di ebbrezza).

Tribunale La Spezia  22 aprile 2014 n. 60  

 

Qualora l'imputato risulti affetto da disturbo della personalità border-line a carattere schizzofrenico a sfondo paranoideo in fase di cronicità di livello psicotico, detto stato è inconciliabile con la capacità di intendere e di volere.

Tribunale Napoli sez. I  07 aprile 2014 n. 5328  

 

L'infermità mentale non costituisce uno stato permanente ma va accertata in relazione alla commissione di ciascun reato e, conseguentemente, non può essere ritenuta sulla sola base di un precedente proscioglimento dell'imputato per totale incapacità di intendere e di volere in altro procedimento. (Annulla con rinvio, App. Potenza, 31/10/2012 )

Cassazione penale sez. II  05 marzo 2014 n. 21826  

 

Ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi della personalità, che non sempre sono inquadrabili nel novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di infermità, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente e a condizione che esista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale.

Cassazione penale sez. I  04 marzo 2014 n. 37573  

 

In tema di imputabilità, il sordomutismo non è uno stato necessariamente psicopatologico, ma richiede soltanto che sia la capacità, sia l'incapacità nel sordomuto formino oggetto di uno specifico accertamento che deve essere compiuto caso per caso, per cui è sufficiente che tale verifica sia stata effettuata e che il giudice abbia congruamente motivato sul punto. (Fattispecie relativa ad imputato minorenne sordomuto, nella quale la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione del giudice di merito che non aveva disposto accertamenti peritali, alla luce delle univoche indicazioni, sulla piena capacità intellettiva e volitiva dell'imputato, emerse dalle dichiarazioni dell'agente di P.G. operante e delle assistenti sociali). Dichiara inammissibile, App. Catania, 13/04/2012

Cassazione penale sez. VI  04 dicembre 2013 n. 49369

 

Anche i disturbi della personalità possono rientrare nel concetto di "infermità", purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere, escludendola o scemandola grandemente, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale (nella specie, si è escluso che la nevrosi depressiva "Internet Addiction Disorder" da cui era affetto l'imputato incidesse sulla capacità di intendere e di volere, in quanto priva del carattere di gravità). Conferma App. Reggio Calabria 16 febbraio 2012

Cassazione penale sez. III  20 novembre 2013 n. 1161  

 

Ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, acquistano rilievo solo quei "disturbi della personalità" che siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito di escludere il vizio parziale di mente in presenza di una forma di "dipendenza da internet" di cui l'imputato si era liberato con il cambio di abitudini e l'inizio di una relazione sentimentale). Rigetta, App. Reggio Calabria, 16/02/2012

Cassazione penale sez. III  20 novembre 2013 n. 1161  

 

In tema di imputabilità, la capacità di controllo delle proprie azioni va distinta dalla capacità di intendere e di volere, in quanto capacità del soggetto di modulare e calibrare la sua condotta in funzione di elementi condizionanti di ordine etico, religioso ed educativo che, afferendo e integrandosi nel nucleo della personalità del soggetto, lo dotano sia del senso critico che di quello autocritico, e che agiscono comemodulatori dell'istintualità e dell'impulsività. Ne consegue che l'indebolimento dei freni inibitori non incide sulla capacità di intendere e di volere e quindi sull'imputabilità, laddove esso non dipenda da un vero e proprio stato patologico ovvero da "disturbi della personalità" che, pur non propriamente inquadrabili nel novero delle malattie mentali, integrino comunque una situazione di “infermità”, perché idonei, per consistenza, intensità e gravità, di incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere (sezioni Unite, 25 gennaio 2005, Raso). Ciò perché gli stati emotivi o passionali, per loro stessa natura, sono tali da incidere, in modo più o meno massiccio, sulla lucidità mentale del soggetto agente senza che ciò, tuttavia, per espressa disposizione di legge, possa escludere o diminuire l'imputabilità, occorrendo a tal fine un “quid pluris” che, associato allo stato emotivo o passionale, si traduca in un fattore determinante un vero e proprio stato patologico, sia pure di natura transeunte e non inquadrabile nell'ambito di una precisa classificazione nosografica. (Da queste premesse, è stato rigettato il ricorso avverso la sentenza di condanna per il reato di resistenza e lesioni aggravate in danno di pubblico ufficiale con cui si sosteneva che l'intensa situazione di "stress emotivo, agitazione e paura" in cui si sarebbe trovato l'imputato avrebbe fatto venire meno la consapevolezza della condotta aggressiva).

Cassazione penale sez. VI  26 giugno 2013 n. 34089

 



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