Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Art. 99 codice penale: Recidiva

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Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



Chi, dopo essere stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro (1) (2), può essere sottoposto a un aumento di un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto non colposo (3).

La pena può essere aumentata fino alla metà: 1) se il nuovo delitto non colposo è della stessa indole; 2) se il nuovo delitto non colposo è stato commesso nei cinque anni dalla condanna precedente; 3) se il nuovo delitto non colposo è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena (4).

Qualora concorrano più circostanze fra quelle indicate al secondo comma, l’aumento di pena è della metà (5).

Se il recidivo commette un altro delitto non colposo, l’aumento della pena, nel caso di cui al primo comma, è della metà e, nei casi previsti dal secondo comma, è di due terzi (6).

Se si tratta di uno dei delitti indicati all’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale, l’aumento della pena per la recidiva è obbligatorio e, nei casi indicati al secondo comma, non può essere inferiore ad un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto (7).

In nessun caso l’aumento di pena per effetto della recidiva può superare il cumulo delle pene risultante dalle condanne precedenti alla commissione del nuovo delitto non colposo (8).

Articolo così sostituito dalla L. 11 aprile 1974, n. 99.

Commento

(1) Art. così sostituito ex l. 5-12-2005, n. 251 (art. 4). Il testo previgente così disponeva: «99. Recidiva. — Chi, dopo essere stato condannato per un reato ne commette un altro, può essere sottoposto a un aumento fino ad un sesto della pena da infliggere per il nuovo reato.

La pena può essere aumentata fino ad un terzo: 1) se il nuovo reato è della stessa indole; 2) se il nuovo reato è stato commesso nei cinque anni dalla condanna precedente; 3) se il nuovo reato è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena.

Qualora concorrano più circostanze fra quelle indicate nei numeri precedenti, l’aumento di pena può essere fino alla metà.

Se il recidivo commette un altro reato, l’aumento della pena, nel caso preveduto dalla prima parte di questo articolo, può essere fino alla metà e, nei casi preveduti dai numeri 1 e 2 del primo capoverso, può essere fino a due terzi; nel caso preveduto dal numero 3 dello stesso capoverso può essere da un terzo ai due terzi. In nessun caso l’aumento di pena per effetto della recidiva può superare il cumulo delle pene risultante dalle condanne precedenti alla commissione del nuovo reato».

(2) Tale situazione ha, in più occasioni, posto all’attenzione della Cassazione il rapporto fra recidiva e continuazione fra reati. In un recente asserto sul tema, la Corte ha affermato che non vi è compatibilità tra i due istituti, con la conseguenza che non può tenersi conto della recidiva una volta ritenuta la continuazione tra il reato per cui sia pronunciata sentenza passata in giudicato, valutato come più grave e, pertanto, considerato reato base, e quello successivo, oggetto di ulteriore giudizio, in quanto i reati ritenuti in continuazione costituiscono momenti di un’unica condotta illecita, caratterizzata dalla reiterazione di diversi episodi delittuosi, consumati in attuazione di un medesimo disegno criminoso, con la conseguenza che non è possibile ritenere la recidiva per gli episodi successivi al primo. Tra i due istituti esiste, pertanto, assoluta antitesi, valorizzando la recidiva la speciale proclività a delinquere, espressa dalla reiterazione di reati consumati in piena autonomia rispetto a vicende pregresse ed elidendo la continuazione proprio la predetta autonomia, collegando ed unificando i diversi episodi criminosi (Cass. 15-2-2011, n. 5761).

(3) Come segnalato nella nota (1), la norma di cui si tratta è stata oggetto di riscrittura ad opera della l. 251/2005, provvedimento con cui, lungi dallo stravolgere l’impostazione tecnico-giuridica della recidiva, si è inteso inasprire il trattamento sanzionatorio per chi ricada nel crimine, in tal modo tentando di perseguire più efficacemente le due finalità a fondamento dell’istituto: quella retributiva (ricalibrando la risposta sanzionatoria rispetto all’intrinseca gravità del fatto del recidivo) e quella preventiva (essendo la recidiva una tipica espressione di pericolosità sociale, di potenzialità criminosa).

Quanto alla scelta di inasprire la risposta punitiva statuale per i recidivi, taluni, peraltro, ritengono la misura dei nuovi incrementi confliggente con «l’aureo canone della proporzione» (il cui rispetto è raccomandato da tempo anche dalle istituzioni Comunitarie ai singoli Stati membri), sotto il duplice profilo della loro rigidezza (in alcune ipotesi, come si vedrà, vengono imposti aumenti «secchi» di sanzione, precludendo al giudice, in precedenza dotato di ampi margini discrezionali, di graduare la pena in relazione alla personalità, dunque alla reale pericolosità del reo), e del fatto di accomunare situazioni eterogenee (a titolo esemplificativo, il medesimo incremento sanzionatorio, pari alla metà della pena da infliggere per il nuovo delitto non colposo, è disposto sia per la recidiva pluriaggravata, di cui al terzo comma, che per la recidiva reiterata semplice, accomunando chi ha commesso solo due reati con chi ne ha commessi tre) (così VINCIGUERRA).

Per ciò che concerne, in particolare, la cd. recidiva semplice, disciplinata dal primo comma dell’articolo in esame, configurabile quando sia commesso un delitto non colposo dopo aver subìto una condanna irrevocabile per un precedente delitto non colposo, le innovazioni sono due: la prima concerne, come sopra anticipato, l’incremento sanzionatorio, essendosi sostituito il precedente incremento discrezionale anche nel quantum (fino a un sesto della pena da infliggere con la nuova condanna) con un nuovo incremento fisso, dunque discrezionale solo nell’an (pari ad un terzo della pena da irrogare); la seconda consiste nella sostituzione del riferimento alla condanna per un reato, con quello alla condanna per un delitto non colposo, la qual cosa fa ritenere, nei primi commenti alla previsione, che vadano esclusi dal calcolo della recidiva le contravvenzioni ed i delitti colposi. Se nel corso del dibattito parlamentare si è tentato di fondare tale scelta con la necessità di dare un temperamento al maggior rigore della disciplina neointrodotta, ritenuta poco compatibile con il trattamento sanzionatorio delle fattispecie escluse, oltre che con l’esigenza, per tal via, di dar speciale rilievo negativo all’elemento soggettivo nella reiterazione di condotte criminose, l’opzione legislativa non è andata esente da critiche, avuto riguardo alla particolare importanza di taluni degli interessi tutelati da fattispecie contravvenzionali,

soprattutto extracodicistiche, come quelle concernenti gli abusi edilizi. Analoghe censure hanno riguardato l’esclusione dei delitti colposi, se si ha riguardo del fatto che ve ne sono alcuni la cui reiterazione denuncia una pericolosità non inferiore di quella evincibile dell’eventuale reiterazione di fattispecie delittuose, pur dolose, tuttavia «bagatellari» (così PADOVANI ).

Si è, altresì, censurato il fatto che il legislatore non abbia dato rilievo ad un importante fattore oggettivo, consistente nel tempo trascorso dalla precedente condanna, soprattutto alla luce degli inediti (e «pesanti») effetti conseguenti alla complessiva riforma dell’istituto (così BATTISTA).

Quanto alla concreta applicabilità di tale innovazione disciplinare, la Cassazione ha precisato che l’esclusione dalla disciplina della recidiva di contravvenzioni e delitti colposi è di immediata applicazione, in quanto norma di diritto penale sostanziale (in tal senso, Cass. 28- 7-2006, n. 26556).

La medesima Corte ha, altresì, affermato che la recidiva non è configurabile nel caso in cui il delitto, per il quale sia già intervenuta sentenza di condanna, rappresenti elemento costitutivo del reato successivamente contestato (in tal senso, Cass. 3-11-2010, n. 38625).

(4) Il secondo comma della previsione in commento disciplina la cd. recidiva aggravata. La riscrittura complessiva dell’istituto, ad opera della l. 251/2005, ha, peraltro, lasciato immutati i caratteri strutturali di tale configurazione, come delineati dal previgente secondo comma dell’art. 99. Viene, infatti, confermato il distinguo fra recidiva specifica (configurabile nel caso in cui la nuova fattispecie sia della stessa indole), recidiva infraquinquennale (ove il nuovo crimine sia commesso nei cinque anni dalla condanna precedente), recidiva vera e finta (secondo la denominazione fornita da MANTOVANI ), configurabili, rispettivamente, nel caso in cui il nuovo crimine sia stato posto in essere durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero sia commesso durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena, pur se, in vista del perseguimento degli obiettivi politico-criminali segnalati trattando della recidiva semplice (v. nota (3)), anche in tal caso viene inasprito l’incremento sanzionatorio applicabile (in particolare, la pena da infliggere per il nuovo crimine, in precedenza innalzabile fino ad un terzo, è ora incrementabile fino alla metà), ma, per converso, si segnala la scelta, già operata in relazione alla recidiva semplice, di escludere dal novero dei reati idonei a rendere applicabile tale istituto le contravvenzioni ed i delitti colposi.

(5) Trattasi della cd. recidiva «pluriaggravata». La complessiva riformulazione dell’art. 99 c.p., ad opera della l. 251/2005, conferma la scelta del legislatore del ’30 di sanzionare più gravemente l’eventuale concorso di più circostanze fra quelle configuranti la recidiva aggravata, innovando, peraltro, nel fatto di sostituire il precedente aggravio discrezionale «fino alla metà» della pena da infliggere per il nuovo crimine, con un incremento «secco», pari alla metà della pena anzidetta. In tale ipotesi, dunque, non sussistono più, per il giudice, margini di discrezionalità, né per ciò che concerne l’an essendo stata eliminata, in relazione a tale configurazione, la facoltatività introdotta dalla riforma novellistica del ’74, e ripristinata l’originaria opzione normativa del legislatore codicistico), né in relazione al quantum dell’incremento sanzionatorio da applicare nel caso concreto.

(6) Tale comma disciplina la cd. recidiva reiterata, configurabile nel caso in cui il nuovo crimine sia commesso dal già recidivo. Anche tale figura è stata oggetto di modifiche ad opera della l. 251/2005. In particolare, mentre la previgente disposizione prevedeva per la cd. «recidiva reiterata semplice» un incremento sanzionatorio fino alla metà della pena da infliggere per il nuovo crimine, mentre per la reiterata aggravata accomunava le ipotesi di recidiva specifica ed infraquinquennale, prevedendo per esse un incremento fino a due terzi, mentre per l’ipotesi di cui al n. 3, l’incremento poteva essere da un terzo a due terzi, con la riscritta norma si prevede, per l’ipotesi semplice, un aumento «secco» della metà della pena di cui sopra, mentre vengono accomunate tutte le configurazioni aggravate, prevedendosi per esse un aumento «secco» di due terzi. Vale, inoltre, quanto detto per le altre configurazioni della recidiva, in relazione all’esclusione dall’applicabilità dell’istituto dei reati contravvenzionali e di quelli delittuosi colposi. Come, inoltre, emerge dalla lettera del riscritto comma in esame, anche per tale configurazione, come già per quella pluriaggravata semplice, si è escluso qualsiasi margine discrezionale per il giudice, sia in relazione all’an che al quantum dell’incremento sanzionatorio (si veda quanto detto in proposito sub nota (5)). La figura del recidivo reiterato è stata quella oggetto di maggiori «attenzioni» da parte del legislatore del 2005, divenendo una sorta di «manifesto» del rigoroso «giro di vite» disciplinare operato dalla l. 251/2005 (a titolo esemplificativo, in tema di applicabilità delle attenuanti generiche, di giudizio di comparazione delle circostanze, in relazione al tempo necessario a prescrivere). Tale indirizzo riformatore ha suscitato non poche perplessità in dottrina, la quale, in larga parte ha letto, fra le pieghe di tale «accanimento» normativo, un ritorno alle presunzioni legali di pericolosità rispetto a soggetti ritenuti talmente pericolosi da dover sottostare ad un regime penale differenziato, fondato su un trattamento di sfavore per l’applicabilità del quale vengono fissate a priori condizioni rigide ed inderogabili, la qual cosa costituisce il prodromo di una svolta verso il «diritto penale d’autore, a sfondo sintomatico-presuntivo» tipico di regimi totalitari del recente passato (così PADOVANI ).

Quanto alla natura di tale tipologia di recidiva, la Cassazione ha precisato che la recidiva reiterata, pur dopo la novella codicistica operata dalla legge n. 251 del 2005, ha natura facoltativa, fuori dei casi di cui all’art. 99, comma quinto, c.p., spettando al giudice, con il dovere di adeguata motivazione, la valutazione circa l’effettiva idoneità in concreto ad indicare una più accentuata colpevolezza o una maggiore pericolosità del condannato (Cass. 15-5-2008, n. 19557).

Più di recente, la medesima Corte ha puntualizzato che la recidiva, operando come circostanza aggravante inerente alla persona del colpevole, va obbligatoriamente contestata dal pubblico ministero, in ossequio al principio del contraddittorio, ma può non essere ritenuta configurabile dal giudice, a meno che non si tratti dell’ipotesi di recidiva reiterata prevista dall’art. 99, comma quinto, c.p., nel qual caso va anche obbligatoriamente applicata. Inoltre, una volta contestata la recidiva nel reato, anche reiterata, purché non ai sensi dell’art. 99, comma quinto, c.p., qualora essa sia stata esclusa dal giudice, non solo non ha luogo l’aggravamento della pena, ma non operano neanche gli ulteriori effetti commisurativi della sanzione costituiti dal divieto del giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti, di cui all’art. 69, comma quarto, c.p., dal limite minimo di aumento della pena per il cumulo formale di cui all’art. 81, comma quarto, stesso codice, dall’inibizione all’accesso al cosiddetto «patteggiamento allargato» e alla relativa riduzione premiale di cui all’art. 444, comma 1bis, c.p.p.; effetti che si determinano integralmente qualora, invece, la recidiva stessa non sia stata esclusa, per essere stata ritenuta sintomo di maggiore colpevolezza e pericolosità (Cass. Sez. Un. 5-10-2010, n. 35738).

(7) L’energico inasprimento della disciplina penale (sostanziale e processuale) concernente i recidivi si appalesa in modo particolare con l’introduzione di tale inedito comma (rispetto alla previgente configurazione dell’art. 99 c.p.) il quale, con riferimento a talune gravi figure criminose (es. associazione mafiosa, omicidio, rapina aggravata, estorsione aggravata etc.), da un lato impone come obbligatorio l’aumento di pena, a prescindere dal tipo di recidiva, e dall’altro, in caso di recidiva aggravata, fissa un minimum di incremento sanzionatorio, pari ad un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto. Come accennato in relazione alla recidiva pluriaggravata, la previsione di ipotesi obbligatorie di recidiva costituisce un limitato «ritorno al passato», se si ha riguardo del fatto che la riforma novellistica operata con d.l. 11-4-1974, n. 99, convertito in l. 7-6-1974, n. 220 soppresse l’originaria generale obbligatorietà della recidiva, introducendo la regola della sua facoltatività. Se l’unico fondamento di tale parziale ripensamento del legislatore è da individuarsi nell’esigenza di dar maggiori «certezze applicative», nelle situazioni delineate dalla norma, ha, tuttavia, suscitato dubbi il riferimento all’art. 407 c.p.p., sia perché accomuna fattispecie disomogenee, sotto il profilo della pena edittale, sia perché, indirettamente, esclude altre fattispecie altrettanto (se non più) gravi di quelle da esso elencate dal regime della recidiva obbligatoria, ritenendosi che sarebbe stato più opportuno riconnettere l’obbligatorietà alla pena edittale del reato consumato per ultimo (in tal senso PIS TORELLI ). Inoltre appare incongruo imporre l’incremento sanzionatorio nel caso in cui, ad una condanna per un reato «bagatellare», segua un’altra per un reato che, pur appartenente al novero dell’art. 407, non abbia alcuna relazione con il precedente, dunque non sia idoneo ad esprimere una maggiore pericolosità sociale del reo.

Le segnalate censure in merito al carattere obbligatorio di tale configurazione della recidiva hanno trovato accoglimento in un pronunciamento della Corte Costituzionale, la quale, con sentenza 23-7-2015, n. 185, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma che si annota, limitatamente alle parole «è obbligatorio e,». In tale significativo asserto giurisprudenziale si afferma, fra l’altro, che la previsione di un obbligatorio aumento di pena legato solamente al dato formale del titolo di reato, senza alcun accertamento della concreta significatività del nuovo episodio delittuoso — in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti e avuto riguardo ai parametri indicati dall’art. 133 cod. pen. — sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo, contrasta con l’art. 27, terzo comma, Cost. che implica un costante principio di proporzione tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa dall’altra, la qual cosa può rendere la pena palesemente sproporzionata, e dunque avvertita come ingiusta dal condannato, vanificandone la finalità rieducativa prevista appunto dall’art. 27, terzo comma, Cost.  Alla luce, dunque, di tale sentenza, si è ribadito in Cassazione che l’aumento di pena apportato per la recidiva non può essere legato esclusivamente al dato formale del titolo di reato, ma presuppone un accertamento della concreta significatività del nuovo episodio in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti, avuto altresì riguardo ai parametri di cui all’art. 133 cod. pen., sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo. È, dunque, illegittima la decisione con cui il giudice applichi l’aumento di pena senza operare alcuna concreta verifica in ordine alla sussistenza degli elementi indicativi di una maggiore capacità a delinquere del reo, considerato che l’applicazione dell’aumento di pena per effetto della recidiva rientra nell’esercizio dei poteri discrezionali del giudice, che deve fornire adeguata motivazione, con particolare riguardo all’apprezzamento dell’idoneità della nuova condotta criminosa in contestazione a rivelare la maggior capacità a delinquere del reo che giustifichi l’aumento di pena (in tal senso, Cass. 7-12-2015, n. 48341, nonché Cass. 21-12-2015, n. 50146).

(8) L’intento di operare un deciso inasprimento del «trattamento» penale sostanziale e processuale previsto per i recidivi si evince, oltre che dalle modifiche alle norme codicistiche, anche da talune novità disciplinari concernenti la l. 26-7-1975, n. 354, recante «Norme sull’ordinamento penitenziario». A titolo esemplificativo, nel modificare l’art. 47ter, concernente la disciplina della detenzione domiciliare, disponendo la possibilità di espiare la pena della reclusione per qualunque reato nella propria abitazione o in luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza a favore delle persone che, al momento dell’inizio dell’esecuzione della pena, o dopo l’inizio della stessa, abbiano compiuto i settanta anni (salvo che la condanna concerna taluni gravi reati), si escludono espressamente da tale possibilità, oltre ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza, anche i condannati «con l’aggravante di cui all’articolo 99 del codice penale», cioè, appunto, i recidivi; inoltre, attraverso il neointrodotto comma 7bis dell’art. 58quater, si è disposto che l’affidamento in prova al servizio sociale nei casi previsti dall’articolo 47, la detenzione domiciliare e la semilibertà non possano essere concessi più di una volta al condannato al quale sia stata applicata la recidiva prevista dall’articolo 99, quarto comma, del codice penale (cd. recidiva reiterata). Si segnala, peraltro, un quasi immediato ripensamento del legislatore, il quale, dopo aver posto ulteriori limitazioni a carico dei recidivi, attraverso l’introduzione dell’art. 94bis della l. 309/90 (in relazione alla sospensione dell’esecuzione della pena detentiva e all’affidamento in prova in casi particolari nei confronti di persona tossicodipendente o alcooldipendente) ha provveduto ad abrogare la medesima disposizione, ad opera del d.l. 30-12-2005, n. 272, convertito in l. 21-2-2006, n. 49.

La recidiva, quale espressione specifica di pericolosità sociale, si fonda essenzialmente su esigenze speciali preventive: infatti, attraverso la previsione di un aumento di pena nell’ipotesi di ricaduta nel reato il legislatore mira a distogliere il reo dalla commissione di nuovi reati.

Giurisprudenza annotata

Recidiva

In tema di continuazione tra reati commessi da soggetti cui sia stata applicata la recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., l'aumento ex art. 81, comma 4, c.p., deve essere applicato sulla pena già aumentata per effetto della recidiva stessa.(Annulla in parte senza rinvio, App. Firenze, 13/03/2014 )

Cassazione penale sez. II  14 novembre 2014 n. 49488

 

Deve essere rigettata l'istanza rivolta al giudice dell'esecuzione volta alla rideterminazione della pena precedentemente applicata all'imputato con sentenza di patteggiamento, quando le parti abbiano in quella sede concordato il bilanciamento della circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90, in termini di equivalenza con la recidiva contestata, poiché in tal caso non v’è spazio per un'applicazione dei principi di cui alla sentenza della Corte di cassazione a Sezioni Unite del 29 maggio 2014, che attengono alla possibilità, in sede di esecuzione, di ritenere la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90, prevalente sulla contestata recidiva reiterata di cui all'art. 99, comma 4, c.p., laddove in fase di cognizione tale giudizio di bilanciamento fosse stato ritenuto impossibile.

Tribunale La Spezia  01 ottobre 2014

 

Non esiste incompatibilità tra gli istituti della recidiva e della continuazione, potendo quest'ultima essere riconosciuta anche tra un reato già oggetto di condanna irrevocabile ed un altro commesso successivamente alla formazione di detto giudicato. (Annulla in parte con rinvio, App. Roma, 06/11/2013 )

Cassazione penale sez. IV  30 settembre 2014 n. 49658  

 

Il giudizio sulla recidiva sfugge a qualsivoglia automatismo (salvo che per la recidiva obbligatoria ex art. 99, comma 5, c.p.), giacché non riguarda l'astratta pericolosità del soggetto o un suo status personale svincolato dal fatto reato (sezioni Unite, 24 febbraio 2011, Pg appello Genova in proc. Indelicato). Infatti, il riconoscimento e l'applicazione della recidiva, quale circostanza aggravante, postulano "la valutazione della gravità dell'illecito commisurata alla maggiore attitudine a delinquere manifestata dal soggetto", idonea a incidere sulla risposta punitiva - sia in termini retributivi che in termini di prevenzione speciale - quale aspetto della colpevolezza e della capacità di realizzazione di nuovi reati, soltanto nell'ambito di una relazione qualificata tra i precedenti del reo e il nuovo illecito da questo commesso, che deve essere concretamente significativo - in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei precedenti, e avuto riguardo ai parametri indicati dall'art. 133 c.p. - sotto il profilo della più accentuata colpevolezza e della maggiore pericolosità del reo. Pertanto, per ritenere e applicare la recidiva il giudice deve motivatamente spiegare, con riguardo alla nuova azione costituente reato, la sua idoneità a manifestare una più accentuata colpevolezza e una maggiore capacità a delinquere, in relazione alla natura e ai tempi di commissione dei precedenti, così da giustificare l'aumento di pena. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che il giudice correttamente avesse riconosciuto la recidiva, avendo la Corte di appello motivatamente condiviso la determinazione del primo giudice, valorizzando la gravità dei fatti incriminati, ritenuti dimostrativi, per la qualità e la quantità della droga, di "apertura di contatti con ambienti criminali").

Cassazione penale sez. IV  15 luglio 2014 n. 34261  

 

E' rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost., la q.l.c. dell'art. 99 comma 5 c.p., nella parte in cui prevede l'aumento obbligatorio della pena per la recidiva.

Cassazione penale sez. V  03 luglio 2014 n. 37443  

 

Non è manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 99 comma 5 c.p., nella parte in cui prevede l'aumento obbligatorio della pena per la recidiva, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost., sotto il duplice profilo della manifesta irragionevolezza della norma censurata e dell'identità di trattamento di situazioni diverse cui essa dà luogo. (Solleva quest. legitt.ta' costit., Ass.App. Napoli, 05/07/2013)

Cassazione penale sez. V  03 luglio 2014 n. 37443  

 

La recidiva è circostanza aggravante ad effetto speciale quando comporta un aumento di pena superiore ad un terzo e pertanto soggiace, in caso di concorso con circostanze aggravanti dello tipo, alla regola dell'applicazione della pena prevista per la circostanza più grave, e ciò pur quando l'aumento che ad essa segua sia obbligatorio, per avere il soggetto, già recidivo per un qualunque reato, commesso uno dei delitti indicati all'art. 407, comma secondo, lett. A), cod. proc. pen. Va a tal proposito precisato che è circostanza più grave quella connotata dalla pena più alta nel massimo e, a parità di massimo, quella con la pena più elevata nel minimo edittale, con l'ulteriore specificazione che l'aumento da irrogare in concreto non può in ogni caso essere inferiore alla previsione del più alto minimo edittale per il caso in cui concorrano circostanze, delle quali l'una determini una pena più severa nel massimo e l'altra più severa nel minimo.

Ufficio Indagini preliminari S.Maria Capua V.  03 luglio 2014 n. 621

 

È fondata e rilevante la q.l.c. dell'istituto della recidiva obbligatoria in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost., in particolare per quanto concerne la presunzione di applicazione che sembrerebbe operare in caso di recidiva obbligatoria ex art. 99 comma 5 c.p. e che determinerebbe un illegittimo automatismo ed una disuguaglianza punitivi.

Cassazione penale sez. V  03 luglio 2014 n. 37443  

 

Il giudice della cognizione può accertare, a differenza di quello di esecuzione, i presupposti della recidiva reiterata, prevista dall'art. 99, comma quarto, cod. pen., anche quando in precedenza non sia stata dichiarata giudizialmente la recidiva semplice. (Rigetta, App. Venezia, 24/06/2013 )

Cassazione penale sez. V  13 giugno 2014 n. 47072  

 

L'appello incidentale può essere proposto soltanto in relazione ai punti della decisione oggetto dell'appello principale nonché a quelli che hanno connessione essenziale con essi. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto legittimo l'appello incidentale proposto dal pubblico ministero sulla mancata considerazione in primo grado della recidiva ex art. 99, comma terzo, cod. pen., trattandosi di questione in rapporto di connessione essenziale con il punto concernente l'entità della pena, appellato anch'esso in via principale dell'imputato). (Dichiara inammissibile, App. Lecce, 06/07/2011 )

Cassazione penale sez. VI  29 maggio 2014 n. 1187  

 

Successivamente ad una sentenza irrevocabile di condanna, la dichiarazione d'illegittimità costituzionale di una norma penale diversa dalla norma incriminatrice, idonea a mitigare il trattamento sanzionatorio, comporta la rideterminazione della pena, che non sia stata interamente espiata, da parte del giudice dell'esecuzione. Ne consegue che per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 2012, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, comma 4, c.p. nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.p.r. n. 309 del 1990, sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., il giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 666, comma 1, c.p.p. e in applicazione dell'art. 30, comma 4, della legge n. 87 del 1953, potrà affermare la prevalenza della circostanza attenuante, sempreché una simile valutazione non sia stata esclusa nel merito dal giudice della cognizione, secondo quanto risulta dal testo della sentenza irrevocabile. Per effetto della medesima sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 2012, è compito del pubblico ministero, ai sensi degli artt. 655, 656, 666 c.p.p., di richiedere al giudice dell'esecuzione l'eventuale rideterminazione della pena inflitta all'esito del nuovo giudizio di comparazione.

Cassazione penale sez. un.  29 maggio 2014 n. 42858  

 

Il giudice dell'esecuzione, per effetto della sentenza della C. cost. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all'art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p., può affermare la prevalenza dell'attenuante anche compiendo attività di accertamento, sempre che tale valutazione non sia stata esclusa dal giudice della cognizione in applicazione di norme diverse da quelle dichiarate incostituzionali; tuttavia, nel rideterminare la pena, deve attenersi ai limiti derivanti dai principi in materia di successione di leggi penali nel tempo, che inibiscono l'applicazione di norme più favorevoli eventualmente medio tempore approvate dal legislatore.

Cassazione penale sez. un.  29 maggio 2014 n. 42858  

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione del principio di uguaglianza e del principio di proporzionalità della pena, l'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 609 bis, comma 3, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 106

 

È costituzionalmente illegittimo, per violazione del principio di uguaglianza, del principio di offensività e del principio di proporzionalità della pena, l'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui di cui all'art. 648, comma 2, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, comma 4, c.p.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 105  

 

Va dichiarata l'illegittimità costituzionale, per violazione dei principi di offensività, uguaglianza e proporzionalità, dell'art. 69, quarto comma, c.p., come sostituito dall'art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251 (Modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione), nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 609-bis, terzo comma, c.p., sulla recidiva di cui all'art. 99, quarto comma, c.p.; il divieto di soccombenza della recidiva reiterata rispetto all'attenuante dell'art. 609-bis, terzo comma, c.p., impedisce, infatti, il necessario adeguamento, che dovrebbe avvenire appunto attraverso l'applicazione della pena stabilita dal legislatore per il caso di «minore gravità». L'incidenza della regola preclusiva sancita dall'art. 69, quarto comma, c.p.., sulla diversità delle cornici edittali prefigurate dal primo e dal terzo comma dell'art. 609-bis c.p., che viene annullata, attribuisce così alla risposta punitiva i connotati di «una pena palesemente sproporzionata» e, dunque, «inevitabilmente avvertita come ingiusta dal condannato». La norma censurata è in contrasto, altresì, con la finalità rieducativa della pena, che implica «un costante 'principio di proporzione' tra qualità e quantità della sanzione, da una parte, e offesa, dall'altra; ciò si evidenzia, in particolare, nella divaricazione tra i livelli minimi, rispettivamente di cinque anni, per il primo comma dell'art. 609-bis c.p., e di un anno e otto mesi, per il terzo comma dello stesso articolo. Così, per effetto dell'equivalenza tra la recidiva reiterata e l'attenuante della minore gravità, l'imputato viene di fatto a subire un aumento assai superiore a quello specificamente previsto dall'art. 99, quarto comma, c.p., che, a seconda dei casi, è della metà o di due terzi. Infine va sottolineato che, per effetto del divieto in questione, fatti anche di minima entità vengono ad essere irragionevolmente sanzionati con la stessa pena, prevista dal primo comma dell'art. 609-bis cod. pen., per le ipotesi di violenza più gravi, vale a dire per condotte che, pur aggredendo il medesimo bene giuridico, sono completamente diverse, sia per le modalità, sia per il danno arrecato alla vittima.

Corte Costituzionale  18 aprile 2014 n. 106  

 



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