Che significa? | Termini giuridici

Appello

14 ottobre 2015 | Autore:


> Dizionario Pubblicato il 14 ottobre 2015



Appello (t. gen.) (d. proc.): Mezzo di impugnazione concesso dalla legge alla parte per chiedere la riforma totale o parziale di un provvedimento del giudice che essa ritiene ingiusto. È un mezzo di impugnazione ordinario, in quanto impedisce che la sentenza passi in giudicato, e devolutivo, in quanto comporta un riesame della controversia relativamente alle parti impugnate sicché la nuova sentenza sostituisce quella impugnata.

Appello incidentale 

È l’Appello incidentale proposto dalle altre parti nei confronti della stessa sentenza.

Esso deve essere proposto dinanzi allo stesso giudice nella prima comparsa.

Se l’interesse a proporre l’Appello incidentale sorge dalla impugnazione proposta da persona diversa dall’appellante principale, tale Appello si propone nella prima udienza successiva alla proposizione di detta impugnazione [vedi Impugnazioni].

Appello nel processo amministrativo 

Nel diritto processuale amministrativo l’Appello va proposto al Consiglio di Stato [vedi]; l’Appello avverso le sentenze del Tribunale amministrativo della Sicilia va proposto al Consiglio di giustizia per la Regione siciliana [vedi].

La procedura è la seguente:

—   il ricorso in (—) va notificato a tutti i soggetti che hanno partecipato, in qualità di parte, al precedente giudizio;

—   la notifica può essere fatta, indifferentemente, al domicilio reale o al domicilio eletto nel precedente giudizio;

—   insieme al ricorso va depositata, a pena di decadenza, la decisione impugnata;

—   le controparti, cui è stato notificato l’appello, possono proporre Appello incidentale;

—   nel giudizio di Appello possono intervenire tutti i legittimati ad intervenire nel giudizio di primo grado;

—   in Appello non possono essere proposte nuove domande e nuove eccezioni non rilevabili d’ufficio (divieto dello ius novorum).

Appello nel processo civile 

L’Appello contro le sentenze del giudice di pace e del Tribunale si propone, rispettivamente al Tribunale ed alla Corte di appello nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha pronunciato la sentenza (art. 341 c.p.c.).

L’Appello si propone con atto di citazione [vedi], che contiene anche l’esposizione sommaria dei fatti ed i motivi specifici dell’impugnazione.

La L. 353/1990 ha previsto due direttive fondamentali in tema di Appello:

—   la prima è data dalla totale eliminazione del cd. ius novorum, in quanto al già esistente divieto di domande nuove, si affianca il divieto di proporre nuove eccezioni e nuovi mezzi di prova nonché, per effetto della modifica apportata dalla L. 69/2009 all’art. 345, co. 3 c.p.c., il divieto di produrre nuovi documenti, a meno che il giudice dell’(—) non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa ovvero la parte dimostri di non averli potuti proporre nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile;

—   la seconda consiste nell’attribuzione dell’intera cognizione del giudizio al collegio, con la totale eliminazione del consigliere istruttore.

Il giudizio si svolge interamente dinanzi al collegio solo in Corte d’Appello, mentre in Tribunale è trattato e deciso dal giudice monocratico [vedi].

Nel procedimento d’Appello davanti al Tribunale o alla Corte si osservano le norme dettate per il procedimento di primo grado innanzi al Tribunale, compatibilmente con le particolari esigenze del processo di secondo grado e con le disposizioni speciali ad esso dedicate (art. 359 c.p.c.).

La decisione in Appello può consistere in una sentenza di conferma di quella appellata o di riforma quando il giudice d’Appello decide la controversia in modo diverso dal giudice di primo grado. Il giudice dell’Appello, se riforma la sentenza di primo grado dichiarando che il giudice ordinario ha sulla causa la giurisdizione negata dal primo giudice, pronuncia sentenza con la quale rimanda le parti davanti al primo giudice. Le parti, in tal caso, devono riassumere il processo nel termine perentorio di tre mesi dalla notificazione della sentenza.

[vedi Inammissibilità; Improcedibilità].

Appello nel processo penale

Ai sensi dell’art. 593 c.p.p. possono fare appello il pubblico ministero [vedi] e l’imputato [vedi].

È un mezzo di impugnazione ordinario, in quanto impedisce che la sentenza passi in giudicato, e parzialmente devolutivo, in quanto comporta un riesame (nel merito) della controversia relativamente alle parti impugnate sicché la nuova sentenza sostituisce quella impugnata.

L’Appello è esperibile nel termine di 15, 30 o 45 giorni a seconda, rispettivamente che la motivazione sia contestuale al dispositivo, depositata nei 30 giorni successivi oppure in un termine ancora più lungo.

La competenza del giudice dell’appello è ripartita tra la Corte d’Appello (per le sentenze emesse dal tribunale dibattimentale, monocratico o collegiale); e la Corte d’Assise d’Appello (per le sentenze della Corte d’Assise); il tribunale in composizione monocratica (per le sentenze del giudice di pace).

La sfera di cognizione del giudice d’Appello è più ristretta rispetto a quella del giudice di primo grado, in quanto si tratta di un mezzo di impugnazione devolutivo, cioè operante nei limiti dei motivi d’Appello proposti; inoltre, non tutte le sentenze di primo grado, sia di proscioglimento che di condanna, sono appellabili. In particolare, alla luce dell’attuale quadro normativo sono inappellabili:

—   per l’imputato ed il P.M., le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda (art. 593, co. 3 c.p.p.);

—   per l’imputato ed il P.M., le sentenze di non luogo a procedere emesse in sede di udienza preliminare, per le quali il nuovo testo dell’art. 428 c.p.p. ammette il solo rimedio del ricorso per cassazione [vedi (Ricorso per) Cassazione];

—   per l’imputato ed il P.M., le sentenze predibattimentali di proscioglimento pronunciate con la non opposizione delle parti (art. 469 c.p.p.);

—   per l’imputato ed il P.M., le sentenze di proscioglimento emesse nel giudizio penale davanti al giudice di pace (art. 36, D.Lgs. 274/2000).

Parimenti inappellabili sono:

—   per il P.M., le sentenze di condanna emesse in sede di giudizio abbreviato [vedi], salvo che queste mutino il titolo del reato; per l’imputato, le sentenze di proscioglimento emanate a seguito di giudizio abbreviato (art. 443, co. 1 c.p.p.), salvo il caso in cui l’assoluzione sia stata pronunciata per difetto di imputabilità per vizio totale di mente (cfr. Corte cost. n. 274/2009);

—   per il P.M. e l’imputato, le sentenze di patteggiamento [vedi], con la possibilità, per il P.M., di impugnativa nella sola ipotesi in cui la pena sia stata applicata dal giudice che abbia ritenuto ingiustificato il suo dissenso (art. 448, co. 1 e 2 c.p.p.).

Il giudice di secondo grado, se appellante è il solo P.M., può operare contra reum e quindi aggravare la qualificazione giuridica del fatto, la specie o la quantità della pena, revocare benefici, nonché mutare l’assoluzione in condanna o semplicemente la formula di proscioglimento. Se appellante è il solo imputato e non anche il P.M., il giudice incontra il limite del divieto della reformatio in peius, sicché in tema di colpevolezza e di sanzioni può operare solo a favore del reo, con eccezione dell’aggravamento della qualificazione giuridica del fatto, peraltro senza possibilità di aumentare la pena (art. 597 c.p.p.).

Il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria sono legittimate ad impugnare con il mezzo che la legge attribuisce all’imputato; la parte civile può proporre appello contro i capi della sentenza di condanna che riguardano l’azione civile (art. 538 c.p.p.) e, ai soli effetti civili, può appellare anche la sentenza di proscioglimento pronunciata in giudizio (art. 529 c.p.p.).

Sentenze civili appellabili

Sono appellabili, nel termine perentorio di 30 giorni dalla notificazione della sentenza ad opera della controparte (termine breve: artt. 325 e 326 c.p.c.), ovvero, in mancanza di notificazione, nel termine di sei mesi dalla pubblicazione della sentenza (termine lungo: art. 327 c.p.c., come riformato dalla L. 69/2009), tutte le sentenze pronunciate in primo grado, salvo le sentenze pronunciate secondo equità ex art. 114 c.p.c. (quando il giudizio concerne diritti disponibili delle parti e questi gliene fanno concorde richiesta) e quelle per le quali le parti si sono accordate ad omettere l’appello.

Sono invece inappellabili le sentenze che hanno deciso una controversia individuale di lavoro o in materia di previdenza e assistenza obbligatoria di valore non superiore a venticinque euro e ottantadue centesimi, nonché le sentenze dichiarate non appellabili dalla legge.

Per effetto delle novità apportate dal D.Lgs. 40/2006, sono appellabili anche le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità ex art. 113, co. 2, c.p.c. (ossia, le controversie il cui valore non supera 1.100 euro, salvo quelle derivanti da rapporti giuridici relativi a contratti conclusi mediante formulari, ex art. 1342 c.c.), ma soltanto per violazione delle norme sul procedimento (ad esempio, le norme sulla competenza), per violazione di norme costituzionali o comunitarie o dei principi regolatori della materia (si tratta dei principi ricavabili dalle norme che disciplinano una determinata materia e dei principi che regolano il singolo rapporto dedotto in lite).

L’appello può essere proposto anche contro le sentenze non definitive; in alternativa all’appello immediato (artt. 325 e 327 c.p.c.), tuttavia, la parte può formulare riserva, strumento che consente di differire l’appello della sentenza non definitiva fino alla pronuncia di quella definitiva, per impugnare congiuntamente i due provvedimenti (art. 340 c.p.c.).

Ai fini della decorrenza del termine per l’impugnazione, la L. 69/2009, modificando l’art. 285 c.p.c. e aggiungendo all’art. 330 c.p.c. il riferimento alla notifica ex art. 170 c.p.c., stabilisce che la notificazione della sentenza debba eseguirsi, su istanza di parte, mediante consegna al procuratore costituito, ovvero alla parte (se costituitasi personalmente), di una sola copia anche se il procuratore rappresenta più parti: prima della riforma, invece, dovevano essere notificate tante copie quante erano le parti in causa, anche se tutte rappresentate dal medesimo difensore.

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