Che significa? | Termini giuridici

Codice

14 ottobre 2015 | Autore:


> Dizionario Pubblicato il 14 ottobre 2015



Codice (t. gen.): Il termine definisce genericamente una raccolta di norme o di leggi, organizzata in maniera sistematica al fine di disciplinare organicamente una determinata materia (penale, processuale penale, civile, processuale civile, della navigazione, della strada, penale militare di pace, penale militare di guerra).

Il frontespizio del Code Napoleon del 1804, il primo codice moderno, emanato da Napoleone Bonaparte per mettere chiarezza e ridurre a unità le norme del diritto privato francese dell’epoca

Il termine è stato largamente utilizzato nella prassi anche per indicare numerose raccolte organiche di provvedimenti legislativi in una specifica materia. Il codice permette una facile ricerca e consultazione di norme armonizzate che garantiscano la certezza legale delle regole.

Codice dei crimini contro la pace e la sicurezza dell’umanità (d. int.)

È la denominazione attribuita al testo elaborato dalla Commissione di diritto internazionale, dove per la prima volta sono codificati i crimini internazionali commessi dagli individui e le condizioni per poter procedere alla loro repressione. Le disposizioni contenute nel codice si applicano unicamente ai crimini commessi dagli individui; per quelli attribuibili allo Stato valgono le prescrizioni contenute nel Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale dello Stato.

I principi fondamentali stabiliti dal codice, sono:

—  i crimini contro la pace e la sicurezza dell’umanità sono crimini punibili secondo le regole del diritto internazionale, a prescindere, quindi, dalla loro punibilità o meno secondo il diritto interno;

—  l’aver commesso il crimine obbedendo ad un ordine del proprio governo o di un superiore gerarchico non costituisce una causa di esclusione dalla responsabilità, anche se può rappresentare un’attenuante;

—  la giurisdizione sui soggetti che hanno commesso crimini contro l’umanità spetta a tutti gli Stati, a prescindere dal luogo in cui è stato commesso il crimine;

—  lo Stato sul cui territorio si trova la persona giudicata responsabile di un crimine contro l’umanità è tenuta a giudicarlo o ad estradarlo [vedi Aut dedere, aut judicare];

—  l’imputato, prosciolto o condannato con sentenza passata in giudicato, non può essere giudicato per il medesimo fatto da un altro tribunale. Il principio non conosce eccezioni quando si tratta di un Tribunale internazionale, mentre è derogabile in altre ipotesi.

Codice di autoregolamentazione (d. pub.)

È un testo stilato da associazioni di categoria di lavoratori (es.: giornalisti), liberi professionisti (es.: avvocati) o operatori economici (es.: banche) nel quale sono specificate tutte le prescrizioni da seguire in determinate circostanze. In genere si tratta di prescrizioni che attengono al comportamento da tenere nei confronti della clientela, anche se non manca una disciplina specifica di altre circostanze, ad esempio il limite all’esercizio del diritto di sciopero [vedi Sciopero nei servizi pubblici essenziali].

In genere un codice viene adottato per quelle categorie professionali che esercitano attività particolarmente delicate e per le quali si ritiene preferibile l’autoregolamentazione piuttosto che l’imposizione di vincoli legislativi, che potrebbero in qualche modo compromettere il libero esercizio della professione (ad esempio i giornalisti).

Una forma particolare di autoregolamentazione è quella adottata dai soggetti che erogano servizi pubblici attraverso l’emanazione della Carta dei servizi pubblici [vedi].

Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (d. amm.)

È lo strumento attraverso cui il Governo definisce gli obblighi di diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta che i pubblici dipendenti sono tenuti ad osservare (art. 54, D.Lgs. 165/2001, nel testo sostituito dalla L. 190/2012).

In particolare, attraverso la cd. legge anticorruzione (L. 190/2012) il legislatore ha inteso rafforzare tale strumento laddove si precisa che il Governo definisce un codice al fine di assicurare:

a) la qualità dei servizi;

b) la prevenzione dei fenomeni di corruzione;

c) il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealtà, imparzialità e servizio esclusivo alla cura dell’interesse pubblico.

Il comma 5 dell’art. 54 prevede, inoltre, l’obbligo per ciascuna pubblica amministrazione di definire un proprio codice di comportamento che integra e specifica il codice uniforme per tutte le amministrazioni pubbliche.

Con D.P.R. 16 aprile 2013, n. 62 è stato approvato il nuovo codice di comportamento dei dipendenti pubblici che abroga il decreto del Ministro per la funzione pubblica 28 novembre 2000.

Come principi generali che qualificano il corretto adempimento della prestazione lavorativa del dipendente il nuovo codice richiama innanzitutto l’obbligo di osservare la Costituzione, di servire la Nazione con disciplina e onore e di conformare la propria condotta ai principi di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa. Ed inoltre il dipendente (che agisce in posizione di indipendenza e imparzialità) deve svolgere i propri compiti nel rispetto della legge, perseguendo l’interesse pubblico senza abusare della posizione o dei poteri di cui è titolare (prerogative e poteri pubblici sono esercitati, infatti, unicamente per le finalità di interesse generale); deve rispettare i principi di integrità, correttezza, buona fede, proporzionalità, obiettività, equità e ragionevolezza ed orientare l’azione amministrativa alla massima economicità, efficienza ed efficacia.

Il codice sancisce anche il divieto per il dipendente di usare a fini privati le informazioni di cui dispone per ragioni d’ufficio e impone ad esso di evitare situazioni e comportamenti che possano ostacolare il corretto adempimento dei compiti o nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione.

Codice di condotta (d. pub.)

Si tratta di regole di condotta o pratiche uniformi elaborate da vari organismi internazionali o anche da singoli Stati, particolarmente diffuse nei rapporti economici internazionali. In genere contengono disposizioni non vincolanti, anche se l’autorevolezza dell’organismo da cui promanano fanno sì che siano di larga e diffusa applicazione.

Codice Rocco (d. pen.)

È il vigente codice penale, emanato in epoca fascista in sostituzione del cd. codice Zanardelli [vedi].

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26-10-1930, n. 251 è entrato in vigore il primo luglio 1931. Prende il nome dal ministro guardasigilli dell’epoca, Alfredo Rocco, eminente giurista, nato a Napoli nel 1875 e deceduto a Roma nel 1935.

Pur emanato in epoca autoritaria, di cui sono visibili gli influssi soprattutto in tema di reati contro lo Stato, il codice Rocco ha il merito di riaffermare in modo chiaro numerosi principi fra cui quello di legalità.

Codice Vassalli (d. p. pen.)

È il vigente codice di procedura penale, entrato in vigore il 24-10-1989, in sostituzione del vecchio codice di rito Rocco del 1939. Prende il nome dal ministro di grazia e giustizia dell’epoca, Giuliano Vassalli che ha avuto, tra l’altro, il merito di introdurre nel nostro ordinamento i principi del rito accusatorio di ispirazione anglosassone, più garantisti rispetto a quelli che animavano il previgente codice Rocco, di natura inquisitoria.

Codice Zanardelli (d. pen.) n

È il codice penale entrato in vigore il primo gennaio 1890 e vigente prima dell’attuale codice Rocco [vedi] del 1930. Prende il nome dall’allora ministro di giustizia, Giuseppe Zanardelli (Brescia, 1826-1903), il quale ebbe il laborioso compito di redigere un codice post risorgimentale unificante tutta la legislazione penale dei singoli Stati della penisola.


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