Che significa? | Termini giuridici

Concordato

19 ottobre 2015 | Autore:


> Dizionario Pubblicato il 19 ottobre 2015



Concordato

Concordato ecclesiastico (d. eccl.)

Convenzione internazionale, stipulata tra la Santa Sede [vedi] in veste di soggetto di diritto internazionale, e singoli Stati per provvedere alla regolamentazione generale della situazione giuridica della Chiesa cattolica in un determinato Paese.

L’Italia ha stipulato con la Santa Sede il concordatodell’11-2-1929 (cd. Patti Lateranensi [vedi]), modificato e sostanzialmente innovato alla luce dei principi costituzionali con l’Accordo del 18-2-1984 (detto di Palazzo Madama). In virtù di quest’ultimo si sancisce la posizione di reciproca indipendenza e sovranità dei contraenti; l’assunzione di una posizione neutrale dello Stato nei confronti della religione cattolica, che cessa di essere considerata religione ufficiale dello Stato; il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio canonico; l’introduzione, in luogo del finanziamento diretto dello Stato alla Chiesa, di un sistema che prevede il sostentamento di questa attraverso contributi volontari (81.000), versati dai fedeli all’atto della dichiarazione dei redditi. [vediDichiarazione tributaria].

Il concordatosi distingue dalle intese [vediIntesa] che la Repubblica ha stipulato con i culti diversi da quello cattolico.

Concordato fallimentare (d. fall.)

È una particolare forma di chiusura del fallimento [vedi] con la quale si realizza la soddisfazione paritaria dei creditori senza ricorrere alla fase della liquidazione dell’attivo. A seguito della riforma delle procedure concorsuali (D.Lgs. 5/2006), esso può essere proposto da uno o più creditori o da un terzo assuntore (anche prima del decreto di esecutività dello stato passivo), o dal fallito (solo dopo un anno dalla dichiarazione di fallimento ed entro 2 anni dal decreto che rende esecutivo lo stato passivo). La proposta può prevedere:

—           la suddivisione dei creditori in classi, secondo posizione giuridica ed interessi economici omogenei;

—           trattamenti differenziati fra creditori appartenenti a classi diverse (il trattamento stabilito per ogni classe non può tuttavia alterare l’ordine dei diritti di prelazione);

—           la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei beni, accollo o altre operazioni straordinarie (compresa l’attribuzione ai creditori di azioni, quote, obbligazioni o altri strumenti finanziari, titoli di debito).

La proposta è sottoposta al voto dei creditori e al giudizio di omologazione del Tribunale. Il giudizio del Tribunale è un controllo di mera legittimità, cioè occorre verificare se esistono tutti i presupposti richiesti dalla legge.

Il decreto di omologazione del concordatofallimentare produce immediatamente due effetti:

—           vincola il fallito (e il terzo garante o assuntore del concordato) all’adempimento degli obblighi assunti;

—           rende obbligatorio il concordatoper tutti i creditori anteriori all’apertura del fallimento, compresi quelli che non abbiano presentato domanda di ammissione al passivo (anche per mancata conoscenza del fallimento).

Una volta passata in giudicato la sentenza di omologazione, il fallimento si chiude.

La L. 69/2009 è intervenuta in materia di concordato fallimentare disciplinando, in particolare, la procedura applicabile in caso di presentazione di più proposte di concordato o di sopravvenienza di una nuova proposta.

Concordato preventivo (d. fall.)

È un mezzo che la legge accorda al debitore per evitare gli inconvenienti della procedura fallimentare e a cui si può ricorrere prima della dichiarazione di fallimento; il concordatopreventivo si dispone attraverso un accordo giudiziale tra debitore e creditori circa le modalità con cui dovranno essere estinte tutte le obbligazioni.

La procedura è stata modificata dal D.Lgs. 169/2007.

Per l’ammissibilità della proposta di concordatoè sufficiente che l’imprenditore versi in uno stato di crisi (art. 160 L. fall.), ossia in una condizione che precede lo stato di insolvenza vero e proprio. Tuttavia, per stato di crisi si intende anche lo stato di insolvenza (art. 160, ult. co., R.D. 267/1942).

Il debitore propone ai creditori un piano di risanamento che può prevedere:

           la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma (come la cessione dei beni, l’attribuzione ai creditori di azioni, quote, obbligazioni o altri strumenti finanziari e titolo di debito);

           l’attribuzione delle attività del debitore a un terzo assuntore, che può anche essere costituito dai creditori medesimi, da società da questi partecipate o da costituirsi nel corso della procedura ma le cui azioni sono destinate ad essere assegnate ai creditori medesimi.

Inoltre, il piano presentato dal debitore può prevedere la suddivisione dei creditori in classi, secondo posizioni giuridiche ed interessi economici omogenei, nonché trattamenti differenziati tra creditori appartenenti a classi diverse.

Il D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012 ha previsto la possibilità di accedere alle forme di protezione tipiche dell’istituto in via anticipata. Si consente, infatti, all’imprenditore di depositare un ricorso contenente la mera domanda di concordato preventivo, senza la necessità di produrre contestualmente alla stessa la proposta, il piano e l’ulteriore documentazione richiesta. In questo modo il debitore può beneficiare degli effetti protettivi del proprio patrimonio (contro azioni esecutive e cautelari da parte dei creditori) connessi al deposito della domanda di concordato e si impedisce che i tempi di preparazione della proposta e del piano aggravino la situazione di crisi. Sul punto, però, è intervenuto il D.L. 69/2013 (cd. Decreto del Fare), conv. in L. 98/2013 il quale, per evitare un abuso di questo strumento (cioè domande dirette solo a rinviare il momento del fallimento quando lo stesso non è evitabile), ha previsto che l’impresa non potrà più limitarsi alla semplice domanda iniziale in bianco, ma dovrà depositare l’elenco dei suoi creditori.

La proposta può prevedere che i creditori muniti di privilegio [vedi], pegno [vedi] o ipoteca [vedi], non vengano soddisfatti integralmente, purché il piano ne preveda la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione.

Il concordato è approvato dai creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto.

I creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, ancorché la garanzia sia contestata, dei quali la proposta di concordatoprevede l’integrale pagamento, non hanno diritto al voto se non rinunciano in tutto o in parte al diritto di prelazione. Qualora i creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca rinuncino in tutto o in parte alla prelazione, per la parte del credito non coperta dalla garanzia sono equiparati ai creditori chirografari; la rinuncia ha effetto ai soli fini del concordato.

Sono esclusi dal voto e dal computo delle maggioranze il coniuge del debitore, i suoi parenti e affini fino al quarto grado, i cessionari o aggiudicatari dei loro crediti da meno di un anno prima della proposta di concordato.

Il concordato omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al decreto di apertura della procedura di concordato.

Ciascuno dei creditori può richiedere la risoluzione del concordato per inadempimento, purché non si tratti di inadempimento di scarsa importanza (art. 1455 c.c.).

Il ricorso per la risoluzione deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto dal concordato.

Le disposizioni che precedono non si applicano quando gli obblighi derivanti dal concordato sono stati assunti da un terzo con liberazione immediata del debitore.

Con l’introduzione, ad opera del D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012, di un nuovo art. 186bis nella Legge fall. si prevede una disciplina di favore per i piani di concordatopreventivo finalizzati alla prosecuzione dell’attività di impresa.

Tale tipo di procedura concorsuale, infatti, non persegue fini liquidatori dell’attività aziendale, ma mira piuttosto a soddisfare i creditori mediante la conservazione dell’avviamento dell’impresa e la conseguente utilizzazione dei flussi di cassa positivi generati dalla prosecuzione dell’attività di impresa. L’impresa, quindi, continua la sua attività con l’espressa previsione che la situazione processuale in cui essa si trova non è causa di risoluzione dei contratti, anche se espressamente pattuita.

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