Che significa? Disconoscimento

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Disconoscimento

Disconoscimento della paternità [azione di] (d. civ.)

È l’azione che mira a far cadere la presunzione di paternità del marito, posta dall’art. 231 c.c., secondo cui il marito è padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio [vedi].

La regolamentazione dell’azione di Disconoscimento, come pure della presunzione di paternità, è stata oggetto di revisione legislativa in occasione della riforma della filiazione, che ha eliminato la discriminazione tra figli legittimi e naturali. Il D.Lgs. 154/2013, attuativo della legge-delega 219/2012, ha abrogato l’art. 235 c.c. e, seguendo le indicazioni sulla nuova strutturazione del titolo VII del codice civile fornite dal provvedimento di delega, ha introdotto il nuovo art. 243bis, collocandolo nel capo dedicato alle prove della filiazione.

In base all’art. 235 c.c. previgente, l’azione era consentita:

—  se i coniugi non avevano coabitato nel periodo compreso tra il trecentesimo e il centottantesimo giorno prima della nascita;

—  se durante il tempo predetto il marito fosse stato affetto da impotenza, anche soltanto di generare;

—  se nel detto periodo la moglie avesse commesso adulterio o avesse tenuto celata al marito la sua gravidanza e la nascita del figlio.

La sola dichiarazione della madre non escludeva la paternità, ma poteva essere valutata dal giudice come elemento di prova.

Legittimati ad agire erano:

—  il padre, nel termine di un anno dalla nascita del figlio;

—  la madre, nel termine di sei mesi dalla nascita del figlio;

—  il figlio, entro un anno dal compimento della maggiore età o dal momento in cui fosse venuto successivamente a conoscenza dei fatti che rendevano ammissibile il disconoscimento;

—  il curatore speciale nominato dal giudice.

In caso di accoglimento dell’azione, il figlio risultava figlio naturale riconosciuto dalla madre.

L’art. 243bis introduce le seguenti novità:

—  l’azione di Disconoscimento riguarda non più solo il figlio concepito durante il matrimonio, ma anche il figlio nato nel matrimonio;

—  non è più richiesta la sussistenza di specifici presupposti (come l’adulterio, l’impotenza, la non coabitazione) per l’esercizio dell’azione.

La riforma ha confermato la titolarità dell’azione in capo al padre, alla madre e al figlio e ha ribadito che la sola dichiarazione della madre non esclude la paternità.

È stato anche sostituito l’art. 244 c.c., delineando i termini dell’azione. Rispetto ai termini previgenti, la nuova disciplina:

—  fa decorrere il termine di sei mesi, concesso alla madre, non solo dalla nascita del figlio, ma anche dal giorno in cui la madre è venuta a conoscenza dell’impotenza di generare del marito al tempo del concepimento (co. 1).

—  fa decorrere il termine di un anno, concesso al marito, non solo dalla nascita ma anche dal giorno in cui è venuto a conoscenza dell’adulterio della moglie ovvero della propria impotenza a generare (co. 2);

—  in entrambi i casi, tanto per la madre quanto per il padre, l’azione non può essere esercitata se sono trascorsi cinque anni dalla nascita.

L’azione è attribuita anche al figlio maggiorenne, e in questo caso è imprescrittibile (co. 5).

Il curatore speciale, legittimato ad agire, può essere nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del figlio minore che abbia compiuto i quattordici anni ovvero del pubblico ministero o dell’altro genitore, quando si tratti di figlio di età inferiore.

Disconoscimento di scrittura privata (d. p. civ.)

[vedi Verificazione di scrittura privata].


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