Che significa? Dittatura

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Dittatura (sc. pol.): Regime politico opposto alla democrazia, caratterizzato dalla concentrazione del potere nelle mani di un solo soggetto politico (singolo o gruppo).

Nel corso della storia la Dittatura ha assunto connotazioni diverse.

In una prima accezione, la Dittatura viene espressamente o implicitamente prevista dall’ordinamento costituzionale per fronteggiare situazioni di emergenza: quando in uno Stato si determina un grave pericolo, vengono, cioè, attribuiti poteri straordinari e temporanei ad un’unica autorità. Tale modello di Dittatura era già noto nella Roma dell’età repubblicana quando, in periodo di crisi, il senato poteva sospendere i poteri ordinari dell’assemblea e delegarli provvisoriamente ad una persona (il dittatore) che assumeva la carica temporanea (sei mesi) di supremo magistrato della città.

In età contemporanea il modello di tale Dittatura era previsto dalla costituzione tedesca del 1919, la quale espressamente attribuiva poteri dittatoriali al presidente del Reich in caso di grave pericolo per l’ordine e per la sicurezza pubblica.

In una seconda accezione, la Dittatura rappresenta una nuova forma di governo dello Stato. La Dittatura non trova la sua previsione nella Costituzione ma trae origine da un evento insurrezionale o rivoluzionario, in seguito al quale un individuo o un gruppo si impossessa del potere politico con la forza. La Dittatura non nasce per superare una temporanea crisi di regime ma per crearne uno completamente nuovo. Esempio tipico di tale modello si ebbe con la Convenzione rivoluzionaria in Francia nel 1792-94.

Marx teorizzò la Dittatura del proletariato come forma di governo transitoria, imposta dalle classi subalterne per preparare l’avvento di una società senza classi. Per il filosofo di Treviri si tratterebbe, dunque, dell’organizzazione di emergenza dell’atto rivoluzionario, non della forma istituzionale della rivoluzione, stante l’avversione del pensiero marxista alla creazione di sovrastrutture giuridico-politiche.

Nel linguaggio politico del XX secolo, tuttavia, il termine Dittatura ha assunto una valenza esclusivamente negativa in quanto indica un regime autoritario che non poggia sulla separazione dei poteri e che ha in dispregio il consenso degli elettori e il pluralismo politico, caratterizzato da antidemocraticità (benché sia talvolta difficile distinguere tra democrazie e dittature plebiscitarie se galvanizzate da un capo carismatico), non costituzionalità (nel senso garantista del termine «costituzione» ) e da un governo non legalitario, fondato sulla forza e sulla violenza (non sempre per assenza di legge, ma perché è il dittatore a «fare le leggi»).

Dittatura del proletariato (d. comp.)

Forma di regime ispirata alle teorie marxiste instaurata nella Russia post-zarista e culminata nella nascita dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (1922) che nulla aveva a che vedere con il progetto comunista [vedi] di cui ha usurpato solo la nomenclatura.

Tale Dittatura ha subito «sospeso» le libertà civili, anche le più elementari, alla luce del principio di «legalità socialista» [vedi] che rendeva necessario e, quindi, legale l’esercizio di qualsiasi forma di sopraffazione perpetrata dal regime sui sudditi, giustificata dall’esigenza di impedire la diffusione delle idee capitalistiche.

In seguito, tale forma di governo fu adottata in molti Paesi dell’Europa centro-orientale, in Asia (con la rivoluzione cinese del 1949, ad esempio), in Africa e in America latina (Cuba nel 1959).

Dopo il collasso dell’URSS e la transizione verso la democrazia avviata in Russia, Europa orientale e nelle Repubbliche centro-asiatiche di ispirazione sovietica, alcune forme di regime di tipo socialista permangono con notevoli revisioni e ridimensionamenti solo in alcuni Paesi (Cina, Cuba, Corea del Nord).


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