Che significa? Equità

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Equità [giudizio di] (d. civ.) (d. p. civ.) (d. comp.): L’Equità è il principio di contemperamento di contrapposti interessi rilevanti secondo la coscienza sociale.

Equità nel diritto comparato

Complesso di regole giurisprudenziali che in Inghilterra sono coesistite con quelle di Common law [vedi]. Nata in funzione di correttivo contro l’irrigidimento dei writs [vedi] di Common law, ha le sue radici nelle sentenze della Court of Chancery, attivabile per mezzo di suppliche dei sudditi e presieduta dal Lord Cancelliere, in veste di custode della «coscienza del sovrano».

L’incapacità dei writs di adeguarsi alle mutevoli istanze della società determinò, nel corso del XIV secolo, un ricorso sempre più frequente alla Curia regis, in grado di emettere sentenze ispirate ad un ideale di giustizia (aequitas) di più ampio respiro rispetto a quello della giurisdizione ordinaria.

Ufficio centrale della Curia regia è la Cancelleria, retta dal Cancelliere, un grande ecclesiastico confessore del sovrano. È al Cancelliere che affluiscono le istanze e le suppliche che i sudditi indirizzano al Re.

Inizialmente i giudici delle tre Corti regie non si mostrarono particolarmente ostili a sporadici ed eccezionali interventi correttivi del Cancelliere, ma la situazione mutò radicalmente nel XVII secolo, quando la potenza della Cancelleria divenne tale da mettere in pericolo l’autorità delle Corti londinesi e queste chiesero che si ponesse fine alle crescenti e continue interferenze nella loro giurisdizione.

I due sistemi coesistettero a lungo, con distinti giudici e diversa giurisdizione, fino a quando i Judicature Acts del 1873 e del 1875 ne soppressero la distinzione e crearono la High Court of Justice, competente per entrambi. Contemporaneamente, con i Consolidation Acts si provvide a trasferire in norme legislative scritte alcuni settori del diritto inglese.

Equità nel diritto internazionale

In diritto internazionale l’Equità viene in rilievo:

—  come senso superiore di giustizia al quale ciascuno stato dovrebbe rifarsi per adeguare una norma giuridica astratta al caso concreto;

—  come criterio per la soluzione delle controversie internazionali [vedi] al quale la Corte internazionale di Giustizia [vedi ®] può fare riferimento tutte le volte che le parti della controversia lo richiedano.

Equità nel diritto interno

Nel diritto interno, l’Equità può assumere diverse funzioni:

—  di criterio di valutazione (es.: nella determinazione del danno, ex art. 1226 c.c.);

—  di criterio di soluzione delle controversie (artt. 113 e 114 c.p.c.);

—  di principio fondamentale ai fini dell’integrazione [vedi] o dell’interpretazione [vedi] del contratto, contribuendo a determinare gli effetti giuridici che il contratto produrrà, ed a contemperare gli interessi delle parti relativamente all’affare concluso in concreto.

In ambito processuale, l’Equità è il criterio di giudizio in forza del quale il giudice, nel decidere una controversia, fa ricorso a criteri di convenienza e di comparazione degli interessi delle parti, prescindendo dall’applicazione di una norma giuridica. Si tratta, comunque, sempre di poteri giurisdizionali in quanto basati sulla legge e da questa limitati.

È possibile distinguere:

1)  Equità integrativa, ravvisabile ogni volta che il legislatore rinuncia a predisporre la disciplina legale di particolari aspetti di una fattispecie e preferisce affidare al giudice il compito di intervenire caso per caso (es., la liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c.);

2)  Equità sostitutiva, che comporta l’attribuizione al giudice del potere di sostituire integralmente l’applicazione della norma con una propria decisione equitativa.

Nell’ambito dell’Equità sostitutiva rientrano le due ipotesi di giudizio d’Equità previste dal codice di procedura civile, ovvero:

—  l’art. 113, co. 2, c.p.c., secondo cui il giudice di pace decide secondo Equità le cause il cui valore non superano i 1.100 euro, salvo le controversie derivanti dai contratti conclusi ai sensi dell’art. 1342 c.c. (contratti di massa);

—  l’art. 114 c.p.c., per il quale il giudice decide secondo Equità quando la causa riguarda diritti disponibili delle parti e queste gliene fanno concorde richiesta.

La differenza tra i due tipi di Equità consiste nel fatto che l’Equità sostitutiva riguarda l’intero rapporto in contestazione, mentre l’Equità integrativa riguarda soltanto un particolare aspetto di esso.

Le sentenze pronunciate secondo Equità a richiesta di parte (art. 114 c.p.c.) sono inappellabili ma ricorribili in Cassazione in caso di mancanza dei presupposti necessari per la decisione di Equità o di mancanza di motivazione.

Le sentenze del giudice di pace [vedi] pronunciate secondo equità a norma dell’art. 113, co. 2, c.p.c. (cause di valore non superiore a 1.100 euro) sono appellabili [vedi Appello] per violazione delle norme sul procedimento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie e per violazione dei principi regolatori della materia. Invece, non sono immediatamente ricorribili in Cassazione [vedi Corte di cassazione], poiché i motivi di ricorso in Cassazione sono oramai assorbiti da quelli per proporre appello previsti dal nuovo comma 2 dell’art. 339 c.p.c.


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