Che significa? | Termini giuridici

Giudizio

26 ottobre 2015 | Autore:


> Dizionario Pubblicato il 26 ottobre 2015



Giudizio

Giudizio abbreviato (d. p. pen.)

Il Giudizio abbreviato è uno dei riti alternativi, introdotti dal nuovo codice di procedura penale, caratterizzato dal fatto che con esso si evita il dibattimento [vedi] e la decisione viene presa dal giudice allo stato degli atti. Si tratta di un rito «cd. premiale» in quanto l’imputato rinuncia al dibattimento ed alle sue garanzie, accettando di essere giudicato in base agli atti raccolti nelle indagini e contenuti nel fascicolo del P.M.; in cambio, in caso di condanna, la pena è ridotta di un terzo.

Presupposto del Giudizio abbreviato, a seguito dell’intervento della L. 16-12-1999, n. 479, è la sola richiesta dell’imputato.

A seguito della riforma introdotta dalla L. 479/1999, l’imputato ha la possibilità di avanzare due tipi di richiesta di Giudizio abbreviato:

—  Giudizio abbreviato ordinario, ai sensi del co. 1 dell’art. 438, in ordine al quale il P.M. non può esprimere alcun dissenso ed il giudice è obbligato a celebrarlo;

—  Giudizio abbreviato «condizionato», che costituisce una novità introdotta dalla L. 479/1999, consentendo all’imputato di subordinare la sua richiesta di Giudizio abbreviato ad un’integrazione probatoria da effettuarsi in udienza innanzi al giudice. È onere del richiedente indicare le fonti di prova da assumere, relativamente alle quali la norma non opera preclusioni. In tale caso il giudice non è obbligato a disporre il Giudizio abbreviato, ma può rigettare l’istanza o quando le prove richieste siano da lui ritenute irrilevanti o inammissibili, ovvero quando l’assunzione di esse determinerebbe un appesantimento dell’iter dell’udienza incompatibile con la sua natura di rito agile.

Se, a seguito delle nuove acquisizioni probatorie, il P.M. muta l’imputazione, l’imputato può revocare la richiesta di Giudizio abbreviato (art. 441bis).

Il Giudizio, se è accolta la richiesta , viene definito nell’udienza preliminare [vedi] dal giudice dell’udienza preliminare [vedi]; va sottolineato che la decisione, in questo caso, è presa da un giudice monocratico (si è così messo in discussione il principio della collegialità, che costituiva una caratteristica basilare del sistema processuale penale).

In caso di processo con detenuti, il provvedimento di ammissione del Giudizio abbreviato fa iniziare una nuova fase processuale con decorso di nuovi termini di custodia preventiva (art. 303 co. 1, lett. b-bis)).

Il Giudizio si svolge in pubblica udienza quando ne fanno richiesta tutti gli imputati.

In caso di condanna, la pena che il giudice determina in concreto, tenendo conto di tutte le circostanze, va ridotta di un terzo; con ciò si intende premiare l’imputato per aver rinunciato al dibattimento.

Notevoli limiti incontra la possibilità di appellare la sentenza emessa al termine del Giudizio [vedi Appello].

Il Giudizio abbreviato è applicabile ai reati punibili con la pena dell’ergastolo: in tal caso, alla pena dell’ergastolo è sostituita la reclusione di anni 30; all’ergastolo con isolamento diurno (art. 72 c.p.) è sostituito l’ergastolo senza isolamento.

Il Giudizio abbreviato può essere instaurato anche a seguito di conversione di un diverso Giudizio speciale (es. Giudizio immediato; procedimento per decreto). Assume connotati particolari quando derivi dalla conversione del Giudizio direttissimo, in tal caso, infatti, il Giudizio si svolge dinanzi allo stesso giudice del dibattimento, senza che si realizzi una trasmissione degli atti al giudice per le indagini preliminari [vedi].

Giudizio cautelare amministrativo (d. amm.)

È il Giudizio teso all’adozione di misure preventive volte ad evitare che il decorso del tempo pregiudichi la completa soddisfazione della pretesa fatta valere in giudizio.

L’originario dettato dell’art. 21 L. 1034/1971 prevedeva come unica misura cautelare la sospensione del provvedimento amministrativo, non concedendo spazio alla «tutela atipica» ex art. 700 c.p.c.

L’art. 3 della L. 205/2000 di riforma della giustizia amministrativa ha modificato l’art. 21, prevedendo un ampliamento dei poteri del giudice amministrativo in sede cautelare a tutte le misure (ivi compresa l’ingiunzione a pagare una somma di denaro) idonee ad evitare un pregiudizio grave ed irreparabile — «cd. periculum in mora» — lamentato dal ricorrente.

Il legislatore, in sede di riforma, accanto al «periculum in mora» ha fatto espresso riferimento, tra i presupposti della tutela, al cd. «fumus boni iuris», ossia ad un giudizio positivo, di carattere sommario, in merito alla fondatezza del ricorso.

L’ordinanza cautelare ha, in sintesi, le seguenti caratteristiche:

—  strumentalità, rispetto al Giudizio di merito, nel senso che evita che gli effetti dello stesso possano essere vanificati dal decorso del tempo;

—  provvisorietà, può venire cioè revocata o modificata dal G.A. nel caso in cui vengano meno i presupposti di cui sopra;

—  interinalità, ossia la cessazione dei suoi effetti con la pronuncia della sentenza di merito. Non sono pertanto consentite misure cautelari che producano effetti irreversibili.

Il Giudizio cautelare amministrativo è oggi disciplinato dal Codice del processo amministrativo che, sulla base dei tradizionali presupposti delle misure cautelari — fumus boni iuris e periculum in mora —, attua una suddivisione tra le tipologie delle misure medesime, articolate, a seconda del grado di urgenza, in:

—  misure cautelari collegiali, nel caso il ricorrente alleghi di subire un pregiudizio grave ed irreparabile durante il tempo necessario per giungere alla decisione del ricorso (art. 55 c.p.a.);

—  misure cautelari monocratiche, ossia richieste ed eventualmente concesse dal Presidente del T.A.R. dinanzi a cui pende il relativo ricorso, in ipotesi di estrema gravità ed urgenza tali da non consentire neppure la dilazione fino alla camera di consiglio (art. 56 c.p.a.);

—  misure cautelari anteriori alla causa, previste in caso di eccezionale gravità ed urgenza, tale da non consentire neppure la previa notificazione del ricorso e la domanda di misure provvisorie con decreto presidenziale (art. 61 c.p.a.).

Avverso le ordinanze cautelari, infine, è ammesso appello al Consiglio di Stato [vedi], da proporre nel termine di 30 giorni dalla notificazione dell’ordinanza ovvero di 60 giorni dalla sua pubblicazione (artt. 62, comma 1, c.p.c.).

Giudizio d’accusa contro il Presidente della Repubblica (d. cost.)

La Costituzione affida alla Corte costituzionale [vedi] la competenza a giudicare sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica (art. 90 Cost.) per i reati di alto tradimento [vedi] o attentato alla Costituzione [vedi]. In questo caso, dato il carattere estremamente politico del Giudizio della Corte, quest’ultima viene integrata da altri 16 membri forniti dei requisiti di eleggibilità a senatore, estratti a sorte da un elenco di 45 cittadini, formato dal Parlamento [vedi] in seduta comune ogni nove anni.

Il Presidente della Repubblica viene messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri (al fine di evitare manovre politiche contro la più alta carica dello Stato).

Nel caso in cui la discussione parlamentare si concluda con il raggiungimento del quorum richiesto, il Presidente della Camera trasmette gli atti alla Corte costituzionale, indicando i nominativi dei commissari parlamentari che hanno il compito di sostenere l’accusa nel Giudizio corrispondente.

La Corte decide in camera di consiglio e alla votazione partecipano tutti i giudici che hanno presenziato allo svolgimento delle fasi preliminari del Giudizio (fase delle indagini e fase dibattimentale). Nella votazione non è ammessa astensione e nell’ipotesi di parità di voti è prevalente la decisione più favorevole all’imputato.

La sentenza è irrevocabile; tuttavia è ammissibile, a certe condizioni, (sopravvenienza di elementi nuovi significativi dell’estraneità dell’imputato agli addebiti contestatigli) la richiesta di revisione.

Giudizio delle prede (d. int.)

Processo che costituisce condizione indefettibile per l’acquisto della proprietà su una preda marittima da parte dello Stato cattore.

Il Giudizio viene esperito davanti al Tribunale delle prede, organo interno degli Stati cattori, in contraddittorio con le parti interessate, e sfocia in una sentenza, corredata da adeguate motivazioni.

Giudizio di conformità (d. comm.)

Il soggetto incaricato della revisione legale dei conti societari deve redigere una relazione che si accompagna al bilancio di esercizio [vedi]. Il D.Lgs. 27-1-2010, n. 39, che ha rinnovato la disciplina della revisione legale ha introdotto le seguenti novità:

—  l’equiparazione della relazione del revisore tra società quotate e non quotate (sono, infatti, stati abrogati gli articoli 2409ter c.c. e 156 TUF);

—  l’obbligo per il soggetto incaricato della revisione legale di conservare per 10 anni i documenti e le carte di lavoro relativi agli incarichi svolti.

Il revisore legale o la società incaricata di effettuare la revisione legale dei conti deve esprimere, quindi, un Giudizio sul bilancio di esercizio e sul bilancio consolidato e verificare nel corso dell’esercizio la regolare tenuta della contabilità sociale e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili.

Il Giudizio può essere: senza rilievi, se il bilancio è pienamente conforme alle norme che ne disciplinano i criteri di redazione e se rappresenta in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria e il risultato economico dell’esercizio; con rilievi, attinenti all’obbligo di chiarezza e veridicità con cui deve essere redatto il bilancio; negativo, in caso di accertate gravi violazioni; può consistere in una dichiarazione di impossibilità a rilasciare un giudizio.

Giudizio di costituzionalità delle leggi (d. cost.)

Funzione esercitata dalla Corte costituzionale [vedi] volta a valutare la legittimità costituzionale di:

—  leggi costituzionali [vedi Legge costituzionale] e di revisione costituzionale sindacabili per i vizi formali relativi alla regolarità del procedimento di formazione di cui all’art. 138 Cost. e sotto il profilo della conformità ai principi supremi dell’ordinamento (es. principio di uguaglianza; principio di democraticità della Repubblica e di sovranità popolare; principio di rigidità della Carta costituzionale);

—  leggi ordinarie [vedi Legge ordinaria] dello Stato sindacabili, invece, senza alcuna limitazione;

—  atti aventi forza di legge: cioè i decreti-legge [vediDecreto legge] e i decreti legislativi [vedi Decreto legislativo] emanati dal Governo. La Corte costituzionale ha precisato che i decreti-legge possono essere oggetto del suo sindacato anche relativamente ai presupposti di necessità ed urgenza (sent. n. 29/1995) e che la sua valutazione di legittimità può anche trasferirsi da un decreto decaduto a quello che lo reiteri, qualora la norma del primo venga riprodotta fedelmente nel secondo (sent. n. 84/1996);

—  decreti del Presidente della Repubblica contenenti le norme di attuazione degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale;

—  leggi regionali: l’art. 127 ne prevede la sindacabilità quando «eccedono la loro competenza»;

—  Statuti regionali, che pur non essendo più approvati con legge del Parlamento, ma dallo stesso Consiglio regionale, sono espressamente assoggettati al sindacato di costituzionalità dall’art. 123 Cost., come modificato dalla L. cost. 1/1999;

—  referendum abrogativo [vedi] che potrebbe generare effetti non conformi alla Costituzione, con conseguente sindacabilità della disciplina normativa da esso risultante.

Il Giudizio si può instaurare in via principale o in via incidentale.

Nel primo caso, l’impugnazione della legge è compiuta direttamente con ricorso alla Corte costituzionale, al di fuori e in mancanza di qualsiasi controversia giudiziaria in atto. Esso può essere promosso:

—  dal Governo, per l’impugnativa delle leggi regionali (art. 127 Cost.);

—  dalle Giunte delle Regioni, per l’impugnativa delle leggi statali o di altre Regioni;

—  dalle Province di Trento e Bolzano, le quali hanno autonoma competenza per impugnare leggi sia statali che regionali.

Nel Giudizio in via incidentale, l’impugnazione ha origine da una controversia giudiziaria pendente innanzi all’autorità giudiziaria ordinaria o amministrativa. Nel corso di tale controversia viene eccepita l’incostituzionalità della legge da applicare, ed allora il giudice, accertata la non manifesta infondatezza e la rilevanza della questione, rinvia gli atti alla Corte costituzionale, sospendendo la causa, affinché la Corte decida la questione.

Giudizio di ottemperanza (d. amm.)

È il Giudizio instaurato con ricorso dinanzi al giudice amministrativo, affinché la pubblica amministrazione [vedi] si uniformi alle decisioni del giudice ordinario o del giudice amministrativo.

Il Giudizio di ottemperanza, previsto in origine per l’esecuzione solo delle sentenze del giudice ordinario, è stato esteso, poi, alle sentenze del giudice amministrativo (e dei giudici speciali) prima attraverso la giurisprudenza amministrativa e poi con la legge istitutiva dei T.A.R. [vedi] (art. 37).

Ai sensi dell’art. 112, co. 2, del Codice del processo amministrativo, il Giudizio di ottemperanza può essere promosso per l’attuazione:

—  delle sentenze del giudice amministrativo passate in giudicato;

—  delle sentenze esecutive e degli altri provvedimenti esecutivi del giudice amministrativo;

—  delle sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati del giudice ordinario, al fine di ottenere l’adempimento dell’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato;

—  delle sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati per i quali non sia previsto il rimedio dell’ottemperanza, al fine di ottenere l’adempimento dell’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi alla decisione;

—  dei lodi arbitrali esecutivi divenuti inoppugnabili al fine di ottenere l’adempimento dell’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato.

I presupposti del Giudizio sono:

—  un giudicato o una pronuncia esecutiva ovvero un lodo arbitrale esecutivo divenuto inoppugnabile: in particolare, per l’esecuzione delle sentenze del giudice ordinario, o del giudice speciale e dei lodi arbitrali esecutivi è necessario che una pubblica amministrazione o un soggetto ad essa equiparato sia stata parte del Giudizio;

—  la necessità di un provvedimento della P.A. successivo alla pronuncia: allorché per l’esecuzione del provvedimento giurisdizionale non occorra alcun atto della P.A., il ricorso stesso non ha ragione di essere (cd. sentenze autoesecutive);

—  l’inottemperanza della P.A. successiva alla decisione non eseguita: non è, infatti, ammissibile il Giudizio di ottemperanza ove l’esecuzione sia già avvenuta.

Quanto al giudice competente, ai sensi del­l’art. 113 del Codice del processo amministrativo:

—  in caso di sentenze passate in giudicato, di sentenze esecutive e degli altri provvedimenti esecutivi del G.A., il ricorso per l’ottemperanza deve essere proposto al giudice che ha emesso il provvedimento della cui ottemperanza si tratta. Ugualmente sussiste la competenza del T.A.R. anche per i suoi provvedimenti confermati in appello con una motivazione che abbia lo stesso contenuto dispositivo e conformativo dei provvedimenti di primo grado;

—  in caso di sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati del G.O. ovvero in caso di sentenze passate in giudicato e degli altri provvedimenti ad esse equiparati per i quali non sia previsto il rimedio dell’ottemperanza e per i lodi arbitrali esecutivi divenuti inoppugnabili, il ricorso per l’ottemperanza deve essere proposto al T.A.R. nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha emesso la sentenza di cui è chiesta l’ottemperanza.

Quanto al contenuto della decisione di accoglimento del ricorso, l’art. 114 del Codice del processo amministrativo, prevede che con essa il giudice:

—  ordina l’ottemperanza, prescrivendo le relative modalità, anche mediante la determinazione del contenuto del provvedimento amministrativo o l’emanazione dello stesso in luogo dell’amministrazione;

—  dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o elusione del giudicato;

—  nel caso di ottemperanza di sentenze non passate in giudicato o di altri provvedimenti, determina le modalità esecutive, considerando inefficaci gli atti emessi in violazione o elusione e provvede di conseguenza, tenendo conto degli effetti che ne derivano;

—  nomina, ove occorra, un commissario ad acta;

—  salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del giudicato: tale statuizione costituisce titolo esecutivo.

Giudizio di responsabilità amministrativa (d. amm.)

Il Giudizio è diretto ad accertare la responsabilità degli impiegati e dei funzionari pubblici per i danni prodotti all’amministrazione [vedi Responsabilità amministrativa].

Il Giudizio si svolge davanti alle sezioni giurisdizionali regionali della Corte dei conti [vedi] su iniziativa del Pubblico Ministero contabile e tende all’accertamento del quantum del danno arrecato dal funzionario alla pubblica amministrazione.

Il Pubblico Ministero attiva l’azione di responsabilità sulla base delle notitiae damni relative al compimento di fatti produttivi di danno per la pubblica amministrazione. Sulla scorta di tali notizie, comunque acquisite, il Pubblico Ministero, con ampia discrezionalità, apre un’istruttoria, al termine della quale decide se instaurare il giudizio oppure archiviare.

Individuato il danno patrimoniale la Corte può, valutato il comportamento del soggetto nella sua globalità, ridurre l’imputazione del danno, proporzionando quindi l’entità del risarcimento al grado di colpevolezza.

Il diritto al risarcimento del danno si prescrive in 5 anni, decorrenti dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso, ovvero, in caso di occultamento doloso del danno, dalla data della sua scoperta.

Giudizio di responsabilità contabile (d. amm.)

Il Giudizio ha ad oggetto la responsabilità [vedi Responsabilità contabile] di coloro (gli agenti contabili) che hanno il maneggio, di diritto o di fatto, del denaro o, in genere, dei valori della pubblica amministrazione ed è instaurato all’atto della presentazione del conto giudiziale, a prescindere dall’eventuale denuncia di irregolarità.

Il giudice competente a conoscere della responsabilità è la Corte dei conti [vedi]. L’agente contabile è tenuto, entro i due mesi successivi alla chiusura dell’esercizio cui si riferisce il conto stesso, o successivi alla cessazione del contabile dall’ufficio per qualsiasi causa, a rendere il conto per il tramite dell’amministrazione da cui dipende o direttamente.

La presentazione del conto costituisce in giudizio l’agente. Se il conto non è presentato in tempo utile si procede al Giudizio per resa di conto a carico del contabile, mediante istanza del Pubblico Ministero contabile diretta al presidente della sezione competente affinché questi emani il decreto di fissazione dell’udienza, da notificarsi all’agente contabile inadempiente. Si stabilisce, in questo modo, un termine per la presentazione del conto, decorso inutilmente il quale l’agente può essere condannato al pagamento di una sanzione pecuniaria.

Radicatosi il Giudizio a seguito della presentazione, spontanea o imposta, del conto, questo viene assegnato ad un magistrato relatore dotato di ampi poteri istruttori. Il giudice istruttore presenta una relazione in cui propone il discarico del contabile, oppure la condanna per la somma che risulti scoperta o la rettifica dei resti da riprendersi nel conto successivo o l’adozione di provvedimenti interlocutori.

Se il relatore e il Pubblico Ministero concludono per il discarico dell’agente, il conto viene approvato dal presidente di sezione. Se non vi è concordanza fra relatore, Pubblico Ministero e presidente della sezione, il processo continua fino alla decisione della sezione, che può essere di discarico del contabile o di condanna dello stesso. Contro tale ultima decisione l’agente contabile che non abbia effettivamente partecipato al giudizio (come ordinariamente avviene) può proporre opposizione contabile alla stessa sezione che ha pronunciato la decisione di condanna.

Ai sensi dell’art. 2, L. 20/1994, il Giudizio si estingue se, decorsi 5 anni dal deposito del conto, non venga depositata la relazione da parte del referendario, o non siano elevate contestazioni da parte dell’amministrazione, degli organi di controllo o del procuratore regionale.

Giudizio di rinvio nel processo civile (d. p. civ.)

È il Giudizio conseguente alla cassazione con rinvio della sentenza impugnata dinanzi alla Corte di Cassazione [vedi Ricorso per Cassazione].

Col Giudizio si tende a sostituire alla sentenza cassata (annullata) una nuova sentenza: per questo la dottrina lo considera come una prosecuzione del giudizio la cui sentenza conclusiva fu cassata, pur con caratteristiche proprie che lo rendono autonomo rispetto ai precedenti giudizi.

La disciplina del Giudizio può così sintetizzarsi:

—  la riassunzione della causa avviene, a cura delle parti, con atto di citazione [vedi Citazione] notificato personalmente; il termine è di tre mesi dalla pubblicazione della sentenza di cassazione;

—  se la causa non viene riassunta nel termine o se si avvera successivamente una causa di estinzione del Giudizio, l’intero processo si estingue;

—  le parti conservano la stessa posizione processuale che avevano nel procedimento in cui fu pronunciata la sentenza cassata, per cui sono soggette alle preclusioni e alle decadenze maturate nel giudizio concluso con la sentenza annullata;

—  può essere deferito il giuramento decisorio [vedi Giuramento], ma le parti non possono formulare conclusioni diverse da quelle formulate nel giudizio nel quale fu pronunciata la sentenza cassata;

—  possono essere prodotti nuovi documenti se ciò è reso necessario dalla sentenza di annullamento con rinvio o se se si tratta di documenti che non è stato possibile produrre prima per cause di forza maggiore;

—  possono essere disposti la consulenza tecnica d’ufficio [vedi], l’ispezione [vedi] e l’interrogatorio libero delle parti [vedi].

Nel Giudizio l’esame del giudice è limitato alle parti della sentenza che sono state cassate.

Il giudice è altresì vincolato all’osservanza del principio di diritto stabilito dalla Corte di Cassazione nella sentenza in cui ha disposto il rinvio, ma, all’interno di questi limiti, il giudice del rinvio è assolutamente libero (ad es.: può interpretare la sentenza della Corte).

Giudizio di rinvio nel processo penale (d. p. pen.)

Processo che si svolge a seguito di annullamento da parte dalla Corte di Cassazione [vedi], che trasmette il relativo procedimento ad altro giudice, tenuto a uniformarsi ai principi di diritto fissati dalla Cassazione nella sentenza di annullamento. Ove il giudice non vi si attenga, la sua decisione diviene impugnabile per tale inosservanza. Tale obbligo viene meno in caso di abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità della normativa da applicare. Il giudice del rinvio procede nelle forme a lui consuete e dinanzi a lui non possono più rilevarsi nullità o cause di inammissibilità preesistenti o coeve al giudizio di Cassazione, giacché questo copre il dedotto ed anche il mero deducibile.

Giudizio direttissimo (d. p. pen.)

È un procedimento speciale caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare [vedi], considerata inutile per la particolare evidenza della prova (es. in caso di arresto in flagranza, ovvero di confessione dell’imputato), sì che il dibattimento [vedi] si celebra immediatamente, contemporaneamente al giudizio di convalida dell’arresto o, al più, nel caso di confessione o di arresto precedentemente convalidato, non oltre il trentesimo giorno dell’arresto (o, in caso di imputato a piede libero, dall’iscrizione del suo nome nel registro delle notizie di reato), salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. Inoltre l’art. 233 disp. att. c.p.p. prescrive tale rito come ordinario quando il reato concerna armi o esplosivi e non siano necessarie speciali indagini.

Comunque, le parti possono consentire alla celebrazione del rito anche se l’arresto non sia stato convalidato (art. 449 co. 2 c.p.p.).

La scelta del Giudizio è operata dal P.M. e all’imputato non viene riconosciuta alcuna riduzione di pena. Il dibattimento si svolge nelle forme tradizionali, a meno che l’imputato non chieda il rito abbreviato [vedi giudizio abbreviato] ovvero il patteggiamento [vedi].

Va sottolineato che questo rito risulta speciale anche perché comporta deroghe a quello ordinario: ad esempio, i testi vengono presentati direttamente in udienza (art. 451 c.p.p.). Per quanto attiene, invece, al materiale utilizzabile per la decisione, valgono le regole generali, per cui si procederà ad una completa istruttoria dibattimentale.

Nel procedimento dinanzi al Tribunale in composizione monocratica il P.M. può procedere al Giudizio nelle ipotesi della confessione resa dall’imputato nel corso dell’interrogatorio [vedi] e a quella della preventiva convalida dell’arresto seguita dalla richiesta di Giudizio nei 15 giorni successivi all’arresto stesso (art. 566 c.p.p.).

Giudizio immediato (d. p. pen.)

È un procedimento speciale [vedi] caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare [vedi].

Assai simile al Giudizio direttissimo, se ne differenzia innanzitutto perché esso viene disposto, su richiesta del P.M. o dell’imputato, con decreto del G.I.P. [vedi Giudice per le indagini preliminari]; inoltre, si richiede che la prova sia evidente e che il Giudizio venga instaurato nei 90 giorni dalla iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro (art. 453 c.p.p.). È poi necessario che l’imputato sia stato interrogato su fatti dai quali emerga l’evidenza della prova.

Mentre per instaurare il Giudizio direttissimo il P.M. non ha bisogno di rivolgersi al G.I.P., in questo rito deve chiedere al giudice il decreto con cui dispone il Giudizio (art. 455 c.p.p.).

La specialità del rito è segnata dalla mancanza dell’udienza preliminare.

Emesso il decreto e notificatolo alle parti, il G.I.P. dovrà trattenere gli atti per dar modo all’imputato di richiedere eventualmente (entro 15 giorni) il Giudizio abbreviato o l’applicazione della pena sull’accordo delle parti (art. 457 c.p.p.). Ove tale richiesta non sia presentata, si provvederà alla formazione del fascicolo per il dibattimento nello stesso modo previsto dall’art. 431 c.p.p.

Giudizio per decreto penale (d. p. pen.)

[vedi Decreto penale].

Giudizio petitorio (d. p. civ.)

È il Giudizio promosso dal titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale sulla cosa per ottenere tutela nelle forme del giudizio ordinario di cognizione.

Costituiscono azioni azioni petitorie:

—  l’azione di rivendicazione [vedi];

—  l’azione negatoria [vedi];

—  l’azione di regolamento di confini [vedi];

—  l’azione di apposizione di termini [vedi].

Giudizio possessorio (d. p. civ.)

È il Giudizio promosso con le domande (artt. 703 ss. c.p.c.) di reintegrazione [vedi] e di manutenzione [vedi] nel possesso [vedi] dai legittimati attivi alla tutela del potere di fatto sulla cosa (possessori). È proponibile anche dal proprietario che abbia la materiale disponibilità della cosa per ottenere una tutela più rapida ed efficace [vedi Azione processuale].

Viene attivato dall’interessato con la finalità immediata di tutelare il possesso contro qualsiasi turbativa, ovvero di garantire il ripristino di una situazione che appare, a prima vista, illegittimamente compromessa o turbata.

Il ricorso che introduce il Giudizio possessorio si propone al tribunale del luogo nel quale è avvenuto il fatto denunciato. Se, invece, la domanda viene proposta nel corso di un Giudizio petitorio (nel quale cioè si controverte circa l’appartenenza del diritto di proprietà o di altro diritto reale sulla cosa), la domanda possessoria si propone al giudice davanti al quale pende il Giudizio petitorio (art. 704, co. 1, c.p.c.); tuttavia, anche in questo caso l’art. 704, co. 2, c.p.c. consente all’interessato — limitatamente ai casi di avvenuto spoglio — di rivolgere la domanda diretta ad ottenere la reintegra nel possesso al giudice competente ante causam. La rimessione delle parti al giudice davanti al quale pende il Giudizio petitorio è affidata all’iniziativa della parte interessata.

Il procedimento è caratterizzato da due fasi: la prima, di natura sommaria, limitata all’emanazione dei provvedimenti immediati e sottoposta, nei limiti della compatibilità, alle norme sul procedimento cautelare (artt. 669bis ss. c.p.c.), si conclude con ordinanza reclamabile; la seconda, soltanto eventuale, si apre su richiesta di una delle parti, si svolge secondo le norme del processo ordinario e si conclude con sentenza, che definisce l’intero procedimento possessorio nel merito.

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