Che significa? | Termini giuridici

Potere

15 ottobre 2015 | Autore:


> Dizionario Pubblicato il 15 ottobre 2015



Potere (t. gen.): In senso politico e giuridico indica la capacità di determinare la condotta altrui per ottenerne l’obbedienza.

Tale concetto ha subìto molteplici trasformazioni storiche e diverse giustificazioni.

Platone nella Repubblica considera il Potere estrinsecazione della conoscenza e ne affida l’esercizio ad una classe di re-filosofi, gli unici che, in quanto depositari dell’idea del bene, del vero e della virtù, sono in grado di indirizzare gli uomini (facili prede dei propri istinti e di opinioni fallaci) al bene generale. In tale ottica il Potere si legittima in quanto espressione di ordine sociale e morale.

Aristotele respinge la concezione secondo cui il Potere si giustifica solo in base al monopolio di verità categoriche da parte di prìncipi dispotici e ritiene necessario che le leggi governanti la società tengano conto delle diverse opinioni e dei contrastanti interessi dei cittadini.

L’esigenza di porre dei limiti e dei controlli all’esercizio del Potere ed evitare una sua degenerazione in abuso e tracotanza è avvertita anche da Cicerone, per il quale il governo di un popolo deve sempre ispirarsi ad un criterio di giustizia universale.

Con l’avvento del Cristianesimo la concezione del Potere viene relativizzata. Nessuna istituzione sociale o politica è depositaria di per sé dei valori di verità e giustizia, che invece attengono al mondo della coscienza e del sentire «religioso», perennemente tesi alla salvezza eterna. Dio informa di sé tutte le cose e l’ordine della città terrena è il riflesso dell’ordine celeste. Anche il potere temporale di imperatori e re deriva da Dio e per questo ogni buon cristiano vi deve obbedienza.

Fu solo nel XVI secolo che emersero teorie politiche laiche più realistiche sulle prerogative e le attribuzioni del Potere. Secondo Machiavelli, l’ordine sociale non si fonda su equilibri prestabiliti dettati dalla legge naturale e soprattutto il Potere non persegue necessariamente i fini prescritti dalla morale corrente. Il Potere può proporsi obiettivi diversi e la sua capacità consiste nel conoscere effettivamente le forze che si oppongono alla sua estrinsecazione e nel predisporre, attraverso calcoli di utilità e valutazioni d’interessi, i mezzi adeguati al perseguimento degli obiettivi prefissati.

Anche per Bodin il Potere si esprime senza condizionamenti. Nei Sei libri della Repubblica (1576) egli identifica il Potere con la sovranità dello Stato, da cui deriva l’ordine politico e giuridico.

Le tendenze assolutistiche di Bodin trovano un ordine definito nel pensiero di Hobbes. Nel Leviatano (1651) egli individua nell’attribuzione allo Stato di un potere (politico e giuridico) egemonico la soluzione inevitabile per conferire alla realtà sociale il giusto assetto e superare la brutalità degli uomini insita nello stato di natura. L’obbedienza che i consociati riservano al Potere dello Stato, rinunciando ai propri diritti e alle proprie libertà, è frutto di un sostanziale utilitarismo, ed è volta a rendere possibile la pace sociale e la sopravvivenza dei singoli.

La posizione di Locke, espressa nei Due Trattati sul Governo (1690), denota una critica dell’assolutismo. Secondo il filosofo inglese nello stato di natura, preesistente allo stato politico, è già possibile una vita sociale ma manca un giudice imparziale, che risolva i conflitti tra gli individui. A ciò provvede lo Stato, il cui Potere non è quindi esclusivo e incondizionato, ma persegue il mero obiettivo di garantire i diritti naturali, senza alcuna rinuncia da parte degli uomini delle proprie libertà.

Il pensiero illuminista pone l’accento sugli individui e sulle loro capacità di dare vita a formazioni sociali stabili e rette dalla ragione. Il Potere rinviene dunque il suo fondamento in un sistema contrattualististico cui viene affidato il compito di tutelare i diritti individuali, preesistenti alla formazione dello Stato.

Per Rousseau il Potere ha la sua legittimazione nella sovranità popolare. Allo Stato viene attribuito il compito di interpretare la volontà collettiva attraverso un sistema di norme cogenti e incondizionate.

I rivolgimenti economici e sociali verificatisi nel corso del XIX secolo in seguito alla rivoluzione industriale danno vita a numerose teorie riformiste che fondarono la legittimazione del Potere tenendo conto di nuovi fattori come il lavoro e l’attività produttiva.

Secondo Saint-Simon è legittimo il Potere che ha come obiettivo uno sviluppo economico della società attuato attraverso l’impiego della scienza e della tecnica. Fourier [v. ®] configura un Potere  che, anziché reprimere o condizionare le attività sociali, intellettuali e morali degli individui, ne esalti la spontaneità e renda attraente il lavoro.

Marx rifiuta sia le tradizionali teorie giustificative del Potere, sia le diverse tesi riformiste. Egli considera il Potere come lo strumento utilizzato dalle classi dominanti per ostacolare e reprimere i tentativi di emancipazione delle classi meno avvantaggiate. Allo scopo di porre fine alle discriminazioni e ingiustizie diffuse nella società divisa in classi è necessario abbattere le classi stesse e per riformare completamente il sistema economico e produttivo, non limitandosi a cercare semplici forme di controllo delle strutture del Potere.

Per Weber la fonte del Potere è la legge, a cui sono sottoposti non solo coloro che devono obbedienza (i consociati) ma anche chi comanda.

Di tale potere legittimo, Weber individua tre tipi puri:

— il Potere legale (fondato sulla convinzione della legittimità di ordinamenti che espressamente definiscono il ruolo di chi governa);

— il Potere tradizionale (fondato sul carattere sacro del potere, che si presume esistente da sempre);

— il Potere carismatico (fondato sul carattere affettivo che lega ad un capo, dotato di personalità eccezionale).

Potere amministrativo (d. amm.): È una situazione giuridica soggettiva attiva che si concreta nella possibilità, per la P.A., di produrre delle modificazioni nella sfera giuridica altrui, unilateralmente, con o senza l’assenso dei soggetti interessati.

Non sempre, quindi, le modificazioni si producono autoritativamente [vedi Provvedimenti amministrativi]; anzi sempre più spesso si realizzano con l’assenso dei soggetti interessati, che può assumere la configurazione giuridica del presupposto per l’esercizio del Potere (come nel caso della domanda per ottenere un’autorizzazione [vedi]), oppure come condizione di efficacia (come nel caso dell’assenso ad una nomina).

Il Potere è finalizzato alla cura concreta di un interesse pubblico determinato dalla legge [vedi Legalità (Principio di)], e quindi si configura anche come un dovere, in quanto situazione necessitata nel se ed eventualmente discrezionale [vedi Discrezionalità] solo nel come e nel quando. In quest’ultimo caso l’interesse pubblico è definito dalla legge, che individua la struttura degli atti giuridici che sono idonei a curarlo e ne fissa gli effetti tipici, ma lascia all’amministrazione spazi più o meno ampi di scelta circa il tempo e le modalità effettive di esercizio in concreto del Potere. Accanto al Potere discrezionale, però, si colloca anche il Potere non discrezionale, il cui esercizio non lascia alcuna possibilità di scelta di fronte ad un determinato assetto di interessi, configurandosi come mera attività di attuazione della legge.

Potere costituente (d. cost.): La Costituzione è un atto decisionale originario e libero nel fine, ossia non disciplinato da norme giuridiche precedenti, che dispone il sorgere dell’ordinamento statale indicando principi e valori democratici posti a fondamento di esso.

Il soggetto cui è conferito il Potere di decidere i contenuti e i requisiti della Costituzione da dare ad uno Stato rappresenta il Potere, che può essere definito il Potere che «pone» la Costituzione (disciplinando determinati compiti e funzioni) e che contemporaneamente ad essa è indissolubilmente legato.

Quanto all’identificazione del titolare del Potere, appare ormai pacifico che è rappresentato dal popolo che nella veste di corpo elettorale [vedi] esprime la sua volontà politica, ed è così in grado di assicurare la vita e la prosecuzione dello Stato.

Storicamente tale titolarità è stata riconosciuta, a partire dalle dichiarazioni dell’abate Sieyes, al concetto di Nazione, intesa come momento sociale aggregante dello Stato nazionale.

Nella sua opera «Che cos’è il Terzo stato?», in particolare, Sieyes concepisce la nazione come corpo unitario di cittadini, generato dal diritto naturale e non da quello positivo (Galli): ne deriva che il Potere costituente costituisce espressione della volontà della nazione, ed è la sola fonte di legittimazione di ogni altra norma derivata. Con la Rivoluzione francese, infatti, i concetti di «nazione» e «cittadinanza» vengono a essere strettamente correlati. «Fra gli individui e lo Stato c’è il vuoto e la nazione lo colma» (Gil), per cui la «comunità che condivide destino, memoria, lingua e religione» acquista potestà legittimante, divenendo essa stessa Stato.

Secondo altri pensatori successivi (soprattutto il filosofo idealista Fichte nei «Discorsi alla nazione tedesca), la «nazione» è un «assoluto» con gli stessi attributi della «divinità». Ciò spiega perché i politologi dei secoli passati considerano la nazione come il nucleo vitale del Potere che trasforma i sudditi in cittadini, le «assemblee dei ceti» in quelle dei «legittimi rappresentanti della nazione».

Potere dello Stato (d. pub.): La nozione di Potere è stata elaborata sia dalla dottrina, sia dalla giurisprudenza della Corte costituzionale [vedi], chiamata ad integrare l’estrema laconicità degli artt. 134 Cost. e 37 della L. 87/1953, che disciplinano proprio la risoluzione dei conflitti di attribuzione tra i Potere.

L’art. 134 Cost. si limita ad attribuire tale compito alla Corte costituzionale, mentre l’art. 37 citato definisce il conflitto fra Potere dello Stato quello che «insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali».

La lettura dell’art. 37 ribadisce la tradizionale configurazione del Potere intenso come complesso omogeneo di organi che svolgono attività rientranti in una stessa funzione, dei quali solo quello posto al vertice dell’organizzazione è in grado di manifestare la volontà del Potere nella sua interezza.

La Corte costituzionale ha, però, precisato che l’art. 37 allude «ad organi i cui atti o comportamenti siano idonei a configurarsi come espressione ultima ed immodificabile dei Potere rispettivi: nel senso che nessun altro organo, all’interno di ciascun Potere, sia abilitato ad intervenire d’ufficio o dietro sollecitazione del Poterecontrointeressato rimuovendo o provocando la rimozione dell’atto o del comportamento che si assumono lesivi» (ord. 8-17 luglio 1975). Tale precisazione consente di includere nella cerchia degli organi legittimati a sollevare il conflitto non solo gli organi comunemente detti supremi, in quanto strutturalmente collocati al vertice di un Potere ma, più in generale, tutti quegli organi che si trovano ad esercitare attribuzioni costituzionalmente riconosciute in maniera autonoma e indipendente, ponendo in essere comportamenti qualificabili come definitivi (ad es.: i comitati promotori di referendum).

Potere di accusa (d. p. pen.): La Costituzione afferma, all’art. 112, che il P.M. ha l’obbligo di esercitare l’azione penale: il codice di procedura penale ha rispettato tali canoni, affidando al P.M. [vedi] l’esercizio dell’azione penale (art. 50 c.p.p.) e la funzione investigativa.

Il D.Lgs. 106/2006 precisa che il Procuratore della Repubblica [vedi], quale preposto all’ufficio del P.M., è titolare esclusivo dell’azione penale, che esercita nei modi e nei termini fissati dalla legge, assicurando il corretto e uniforme esercizio della stessa e il rispetto delle norme sul giusto processo (art. 1). Lo stesso procuratore può delegare a uno o più magistrati addetti all’ufficio la trattazione di uno o più procedimenti.

Con l’atto di assegnazione per la trattazione di un procedimento, il procuratore della Repubblica può stabilire i criteri ai quali il magistrato deve attenersi nell’esercizio della relativa attività. Se il magistrato non si attiene ai principi e criteri definiti in via generale o con l’assegnazione, ovvero insorge tra il magistrato ed il procuratore della Repubblica un contrasto circa le modalità di esercizio, il procuratore della Repubblica può, con provvedimento motivato, revocare l’assegnazione; entro dieci giorni dalla comunicazione della revoca, il magistrato può presentare osservazioni scritte al procuratore della Repubblica (art. 2).

Per contro, al giudice non competono poteri di ricerca e di scelta delle prove, la cui allegazione è rimessa alle parti. Tuttavia, in caso di richiesta di archiviazione [vedi], il giudice, se dissente, dopo avere fissata un’apposita udienza, dispone con ordinanza che, entro dieci giorni, il P.M. formuli l’imputazione (art. 409, co. 5, c.p.p.). In tal caso, l’esigenza del controllo giurisdizionale sull’operato del P.M., superando il principio ne procedat iudex ex officio, affida al magistrato giudicante il Potere, sicché al P.M. non resta che l’esecuzione tecnica della formulazione dell’incolpazione (atto dovuto).

Potere sostitutivo (d. cost.): Si tratta di un potere che lo Stato può esercitare nel caso in cui gli enti territoriali [vedi Enti pubblici] non adempiano correttamente o nel termine fissato a precisi obblighi loro imposti; provvedimenti analoghi possono essere adottati dalle Regioni nel caso in cui gli enti inadempienti siano Comuni e Province.

Esiste, innanzitutto, un Potere straordinario assegnato al livello di governo statale dall’art. 120, co. 2, Cost., che prevede che il Governo possa sostituirsi ad organi delle Regioni e degli enti locali:

nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria;

oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica;

ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

La procedura per l’esercizio di tale Potere è prevista dall’art. 8 L. 131/2003.

Un’altra tipologia di Potere è quella prevista dall’art. 117, co. 5, Cost., che attribuisce ad una legge statale il compito di disciplinare tale intervento in caso di mancata attuazione ed esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea [vedi]. Si tratta di una sostituzione di tipo legislativo (la disposizione costituzionale assegna la funzione sostitutiva allo Stato e non al Governo) che consente al livello di governo centrale di evitare censure in ambito internazionale e comunitario attraverso un tempestivo intervento surrogatorio.

L’art. 6 L. 131/2003 estende le norme procedurali previste dall’art. 8 in quanto compatibili anche all’esercizio di tale Potere.

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