Che significa? Riforma costituzionale

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Riforma costituzionale ex d.d.l. S. 1429: La revisione costituzionale prevista dal disegno di legge costituzionale S. 1429, presentato in Senato l’8 aprile 2014 e da questo approvato in prima lettura l’8 agosto 2014, prevede quale punto cardine la trasformazione del bicameralismo perfetto dell’attuale sistema parlamentare italiano in un bicameralismo imperfetto.

In particolare, il Parlamento sarebbe composto da:

—  una Camera dei deputati, i cui membri rappresentano la Nazione;

—  un Senato della Repubblica, i cui membri rappresentano le istituzioni territoriali.

Il nuovo Senato dovrebbe essere composto da 95 senatori, in luogo degli attuali 315, e da 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica.

In particolare, i 95 senatori verrebbero eletti:

—  dai Consigli regionali tra i propri componenti mediante sistema proporzionale. A ciascuna Regione i seggi sono assegnati in proporzione alla popolazione e, in ogni caso, nella misura minima di 2 per ciascuna;

—  dai Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano tra i propri componenti mediante sistema proporzionale nella misura di 2 per ciascuno;

—  tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori nella misura di uno per ciascuno.

La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti, per cui si verificheranno continui turn-over in considerazione dei mutevoli  cambi di colore politico all’interno delle differenti autonomie territoriali. Si eviterebbe così quella stagnazione che fa scadere la vivacità del dibattito per gli effetti di un «tranquillo» modus vivendi dei poteri che per lungo tempo coesistono e si consolidano, favorendo al contrario eventuali nuove istanze dei «neo-eletti» o «nominati».

Differenti sarebbero a questo punto le funzioni esercitate da ciascuno dei due rami del Parlamento.

La Camera sarebbe titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed eserciterebbe la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo.

Il Senato, invece, al di là della partecipazione alla funzione legislativa con la Camera secondo le modalità stabilite dalla Costituzione:

—  si occuperebbe del raccordo fra lo Stato, l’Unione europea e gli altri enti costitutivi della Repubblica (Regioni, Città metropolitane, Comuni etc.);

—  parteciperebbe alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea, valutandone altresì l’impatto;

—  verificherebbe l’attuazione delle leggi dello Stato e valuterebbe l’impatto delle politiche pubbliche sul territorio;

—  esprimerebbe pareri sulle nomine governative.

La novità introdotta dal testo approvato dall’Assemblea l’8 agosto 2014 rispetto al disegno di legge originario del Governo è costituita dall’introduzione all’art. 55, comma 2, dell’esplicito richiamo alle cd. quote rosa, ossia la garanzia che nella rappresentanza parlamentare venga garantito un equilibrio paritario fra donne e uomini. Inoltre, sono specificate, rispetto al testo approvato dalla Commissione il 6 maggio 2014, le materie nelle quali il Senato concorre paritariamente con la Camera, ossia famiglia e matrimonio (art. 29) e trattamenti sanitari obbligatori e diritti del malato (art. 32, comma 2).

Da quanto detto emerge come alla Camera spettano le decisioni fondamentali, su tutte la funzione legislativa, al fine di garantire uno snellimento dell’iter legislativo che attualmente si dipana in continue «navette» tra le due Assemblee. In tal modo si cerca di arginare anche il Governo che, per aggirare l’estrema lentezza del procedimento legislativo ordinario, ricorre troppo spesso all’adozione di atti aventi forza di legge (decreti-legge e decreti legislativi) accompagnata dalla richiesta in modo pressoché costante della questione di fiducia, determinando così la trasformazione della legge «ordinaria» in uno strumento «eccezionale».

Nelle intenzioni della riforma in esame è prevista anche una nuova ripartizione delle competenze legislative fra Stato e Regioni. Invero, si vorrebbe eliminare la legislazione concorrente andando ad ampliare il novero delle materie di competenza statale esclusiva e garantendo l’intervento dello Stato (clausola di supremazia) nelle materie di competenza regionale, in presenza di esigenze di tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, o per la realizzazione di riforme di interesse nazionale.

Un cambiamento ulteriore, cui si vorrebbe dare luogo e che riveste una certa importanza in questa sede, è l’abolizione all’interno del testo della Costituzione di qualunque riferimento all’ente Provincia. In altre parole, dal dettato costituzionale dovrebbe risultare che la Repubblica è formata da Comuni, Città metropolitane, Regioni e Stato. Infine, viene prevista la soppressione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), organo di rilievo costituzionale, da sempre considerato il “principe degli enti inutili”, tenuto conto della marginalità del suo operato nell’ambito dell’ordinamento italiano, forse troppo condizionato, per non dire asservito, dalla linea governativa con cui non è entrato mai in contrasto.


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