Che significa? Soccombenza

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Soccombenza [principio della] (d. p. civ.): È il principio che pone a carico del soccombente e a favore della parte vittoriosa la responsabilità per le spese del processo.

L’art. 91 c.p.c. dispone che il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte. Tale disposizione trova il suo fondamento nel principio per cui la necessità di ricorrere al giudice non deve tornare a danno di chi ha ragione. Tuttavia, il principio della Soccombenza non ha sempre una rigorosa applicazione: il giudice, infatti, può escludere la ripetizione delle spese che ritiene eccessive o superflue o può, indipendentemente dalla  Soccombenza, condannare una parte al rimborso delle spese, anche non ripetibili, che ha causato all’altra parte per la violazione dei doveri di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c.

La riforma del 2009 ha introdotto la possibilità per il giudice, che accolga la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, di condannare la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta, al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta medesima (art. 91 c.p.c.). Inoltre, nelle cause davanti al giudice di pace, se le parti stanno in giudizio personalmente, la liquidazione delle spese e dei compensi non può superare il valore della domanda (D.L. 212/2011 conv. in L. 10/2012).

La L. 69/2009 ha modificato anche l’art. 92 c.p.c. prevedendo che solo se vi è Soccombenza reciproca o concorrono gravi ed eccezionali ragioni, il giudice può compensare tra le parti le spese: deve però indicare esplicitamente nella motivazione dette ragioni.

La Soccombenza che, da un lato, può essere derogata o attenuata, dall’altro lato può essere resa più rigorosa fino ad assumere i caratteri propri di un risarcimento dei danni, come nell’ipotesi di lite temeraria. La riforma del 2009 ha valorizzato le conseguenze relative all’istituto della lite temeraria, prevedendo che il giudice, anche d’ufficio, può condannare il soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma da determinare in via equitativa (art. 96 c.p.c.). In questo la norma ha fatto proprio il contenuto dell’art. 385 c.p.c. (riferito al giudizio in Cassazione).

La riforma del 2009 ha aggiunto la previsione secondo la quale le spese e i compensi liquidati dal giudice per prestazioni previdenziali non possono superare il valore della prestazione dedotta in giudizio (art. 152 disp. att. c.p.c.).


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