Che significa? | Termini giuridici

Termine

19 ottobre 2015 | Autore:


> Dizionario Pubblicato il 19 ottobre 2015



Termine

Termine nel diritto civile (d. civ.)

Nel negozio giuridico indica il momento a partire dal quale, cd. dies a quo [vedi] o Termine  iniziale, o fino al quale, cd. dies ad quem [vedi] o Termine finale, il negozio stesso avrà efficacia.

Nell’ambito della teoria generale del negozio giuridico il  Termine è definito, insieme alla condizione [vedi] e al modus [vedi], elemento accidentale del negozio.

La disciplina degli effetti del Termine è parzialmente diversa da quella della condizione.

In particolare, la verificazione del Termine, iniziale o finale, non ha mai effetto retroattivo: gli effetti negoziali iniziano o cessano a far tempo dal giorno in cui i due termini, rispettivamente, cadono.

Dal Termine   di efficacia del negozio differisce quello di adempimento, che riguarda il momento in cui un’obbligazione deve essere eseguita (artt. 1183-1186 c.c.).

L’art. 1185 c.c. stabilisce che finché il Termine (di adempimento) pende il diritto non può essere esercitato, ma se il debitore adempie, non può chiedere la restituzione della sua prestazione: potrà soltanto essere rimborsato del vantaggio arrecato all’altra parte adempiendo in anticipo.

Il Termine  essenziale (art. 1457 c.c.) fissa il momento al di là del quale il creditore non ha più interesse ad ottenere l’esecuzione della prestazione.

L’essenzialità può essere espressamente pattuita, ovvero può desumersi dalla natura o dall’oggetto del contratto.

Decorso inutilmente il Termine, il contratto si risolve ipso iure senza che sia necessaria alcuna dichiarazione della parte non inadempiente (come invece nel caso di clausola risolutiva espressa).

Termine nel processo civile (d. p. civ.)

Occorre preliminarmente distinguere i  Termini dilatori, che devono decorrere prima che un atto possa essere compiuto, e i Termini acceleratori, che indicano il tempo entro cui un atto va compiuto.

I Termini acceleratori sono di regola ordinatori, per cui la loro inosservanza non produce decadenza e possono essere prorogati o abbreviati dal giudice; vi sono però delle ipotesi, espressamente previste dalla legge, di  Termini perentori la cui inosservanza comporta, ipso iure, decadenza dal compimento dell’atto processuale: unico rimedio è la rimessione in Termini.

I Termini  perentori non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno se c’è l’accordo delle parti.

Il Termine si computa in ore, giorni, mesi ed anni; nel computo non si tiene conto del giorno e dell’ora di inizio (dies a quo non computatur in termino), ma vengono computati il giorno e l’ora finale. Il Termine finale che cade in un giorno festivo va prorogato al primo giorno feriale successivo. Tale proroga si applica altresì ai Termini  per il compimento degli atti processuali svolti fuori dell’udienza che scadono nella giornata del sabato.

Resta fermo il regolare svolgimento delle udienze e di ogni altra attività giudiziaria, anche svolta da ausiliari, nella giornata del sabato, che ad ogni effetto è considerata lavorativa.

La L. 7-10-1969, n. 742, inoltre, dispone la sospensione dei Termini processuali nel periodo che va dal 1° agosto al 15 settembre, per cui i termini riprenderanno la loro decorrenza alla fine del succitato periodo (cd. ferie giudiziarie [vedi]).

Sono escluse dalla disciplina della L. 742/1969, tuttavia, i Termini riguardanti processi che il legislatore ritiene (con tassativa elencazione) urgenti (ad es.: controversie di lavoro e previdenza, giudizi di sfratto, cause di alimenti).

Termine nel processo penale (d. p. pen.)

I  Termini si distinguono in:

—  ordinatori, se il loro mancato rispetto non produce alcuna sanzione processuale;

—  dilatori, allorché durante il loro decorso non possono essere compiuti determinati atti;

—  perentori (o di decadenza) se entro quel Termine  deve essere necessariamente compiuto un determinato atto.

Il codice di procedura penale indica le regole generali di computo dei  Termini e dispone che essi si considerano stabiliti a pena di decadenza solo nei casi tassativamente indicati dalla legge (in quest’ultimo caso essi, salvo che la legge non disponga altrimenti, non sono prorogabili).

Un’attenzione particolare è riservata all’istituto, già presente nel vecchio codice, della restituzione in Termini [vedi]. Con la richiesta di restituzione il soggetto che non abbia rispettato il Termine previsto può chiedere che gli sia assegnato un nuovo Termine per il compimento dell’atto; a tal fine dovrà dimostrare che l’inosservanza del  Termine è dovuta a caso fortuito o forza maggiore.

Termine ragionevole del processo (d. cost.)

L’art. 111 Cost., nel garantire ai cittadini il cd. giusto processo [vedi], assicura che lo stesso abbia una ragionevole durata.

La L. 24-3-2001, n. 89 ha stabilito il diritto ad un’equa riparazione del danno, patrimoniale e non, subito per effetto del mancato rispetto del Termine di cui all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (ratificata in Italia con L. 4-8-1955, n. 848). Rilevante per accertare l’eventuale violazione del Termine è il comportamento delle parti e soprattutto del giudice e delle altre autorità chiamate a contribuire alla definizione del processo.

La domanda di equa riparazione si propone, con ricorso [vedi], alla Corte d’Appello del distretto in cui ha sede il giudice competente a giudicare i procedimenti riguardanti eventuali violazioni dei magistrati (il giudice competente, in tali casi, si determina in base alla tabella allegata alla L. 420/1998, che individua un criterio di competenza tale da evitare pericolose reciprocità).

La domanda può essere proposta in pendenza del procedimento nel cui ambito si è verificata la violazione del Termine  ovvero, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione dello stesso è divenuta definitiva.

La Corte provvede in camera di consiglio [vedi], ai sensi degli artt. 737 ss. c.p.c.

Le parti, che hanno diritto di essere sentite se compaiono, hanno facoltà di richiedere l’acquisizione, in tutto o in parte, degli atti del procedimento in cui si assume essersi verificata la violazione del Termine.

La Corte pronuncia, entro quattro mesi dal deposito del ricorso, con decreto [vedi], immediatamente esecutivo ed impugnabile in Cassazione [vedi].

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