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Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25075 del 23/10/2017



Cassazione civile, sez. VI, 23/10/2017, (ud. 05/09/2017, dep.23/10/2017),  n. 25075

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25025-2015 proposto da:

K.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CARSO 23,

presso lo studio dell’avvocato MARIO ANTONIO ANGELELLI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI BARI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 402/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 18/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 03/07/2017 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO.

Fatto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con sentenza del 10/02/2015 la Corte d’appello di Bari ha respinto l’impugnazione proposta da K.M., cittadino libanese, avverso la pronuncia con cui il Tribunale di Bari, confermando il provvedimento della Commissione territoriale, gli aveva negato il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

Lo straniero affermava di essere stato minacciato di morte nel 2007 da due appartenenti all’organizzazione Hezbollah, i quali pretendevano che egli fornisse loro alcune informazioni per il tramite di suo padre, che nel 2000 aveva affiancato l’esercito israeliano nell’occupazione del sud del Libano e aveva lavorato come carceriere ad Al Kiam. Per questo motivo K.M. abbandonava il proprio Paese e arrivava in Grecia nel 2009, per poi tornare nuovamente in Libano. A seguito di nuove minacce ricevute dagli uomini di Hezbollah, lasciava per la seconda volta il Libano e arrivava infine in Italia nel settembre 2010.

La Corte d’appello ha ritenuto assolutamente inverosimile il racconto dell’istante, apparendo innanzitutto poco plausibile l’interessamento da parte di Hezbollah per il solo fatto che il padre, diversi anni prima, aveva lavorato come membro dell’Esercito del Libano del Sud e come carceriere ad Al Kiam. Non si comprende, inoltre, perchè lo straniero abbia abbandonato il proprio Paese soltanto tre anni dopo le gravi minacce ricevute e soprattutto perchè vi abbia successivamente fatto ritorno. Non sussistono quindi fondati motivi per ritenere che, ove tornasse in Libano, correrebbe un rischio effettivo di subire un danno grave ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a e b. D’altro canto, la situazione socio-politica del Libano non è comunque qualificabile come “conflitto armato interno” ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c.

Per la cassazione di suddetta pronuncia ricorre K.M., affidandosi a un unico motivo, accompagnato da memoria.

Non svolge difese l’Amministrazione intimata.

Il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, perchè la Corte d’appello non ha valutato la credibilità del richiedente alla luce dei parametri stabiliti dalla norma; nonchè violazione del D.Lgs. n. 251 del 2008, art. 8, comma 3, della Convenzione di Ginevra e della direttiva 2004/83/CE. Il Collegio avrebbe dovuto tener conto che nei procedimenti in materia di riconoscimento della protezione internazionale l’onere probatorio gravante sul richiedente è fortemente attenuato, dovendo il giudice svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda; avrebbe dovuto, altresì, esaminare la situazione generale del Libano alla luce di informazioni aggiornate e precise.

Il ricorso, articolando censure di merito, è inammissibile.

La Corte d’appello non ha rigettato l’impugnazione sul presupposto che la domanda fosse carente dal punto di vista probatorio, ma perchè ha ritenuto quanto narrato dal sig. K.M. del tutto inverosimile e comunque non integrante un rischio effettivo di subire un “danno grave” come definito dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a e b (“la condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte” e “la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine”).

Il rigetto viene congruamente motivato e appare condivisibile la valutazione del giudice di merito nel punto in cui è stato dato rilievo alla circostanza che l’istante – nonostante abbia subito, a suo dire, gravissime minacce di morte – abbia abbandonato il proprio Paese soltanto tre (o due, come riportato nel ricorso) anni dopo tali episodi e abbia in seguito deciso di farvi comunque ritorno.

Parimenti motivata in modo congruo e, pertanto, insindacabile, l’insussistenza del requisito di cui all’art. 14, lett. c (“minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”).

Non è conferente quanto dedotto nella memoria circa l’integrazione sociale del ricorrente in ragione della buona conoscenza della lingua italiana, dello svolgimento di attività lavorativa in Italia e dell’assenza di condanne penali, trattandosi di profili non rilevanti come presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che consegue, al contrario, alla sussistenza di “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano” (D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6).

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Non occorre provvedere in ordine alle spese processuali, in considerazione della mancata attività difensiva della parte intimata.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2017



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