Unioni “d’amore” combinate dai genitori: è reato

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Autore: Nicola Giofrè

12 settembre 2012

1988. Praticante avvocato abilitato al patrocinio. Laureato in giurisprudenza presso l’Università della Calabria.

Genitori consapevoli e consenzienti, per “accasare” le figlie, a rapporti sessuali da queste ultime intrattenuti già da minori: per la legge è reato (concorso in prostituzione minorile).

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Il pensiero prevalente di ogni padre e di ogni madre, si sa, è quello di assicurare una vita agiata ai propri figli, cercando per loro una tranquillità economica e sociale quanto più confacente e dignitosa possibile. Nulla di strano in tutto ciò se non fosse che c’è chi, per tale motivo, dovrà scontare 3 anni, 4 mesi e 15 giorni di reclusione.

A tanto ammonta infatti la condanna, confermata dalla Corte di Cassazione [1], ai genitori di una tredicenne, colpevoli di aver consentito e incoraggiato la propria figlia a intrattenere una

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stabile convivenza con il vicino di casa, in tal modo agevolando la consumazione di rapporti sessuali tra quest’ultimo e la minore. La premature preoccupazioni di “sistemare” la figlia sono in realtà configurabili come un concorso di persone nel reato di prostituzione minorile[2] poiché la legge punisce, non solo, chi compie atti sessuali con un minore di anni quattordici, ma anche chi, in qualsiasi modo, partecipa o favorisce la realizzazione del fatto illecito.

Secondo i giudici, il reato si configura perché la madre e il padre sono venuti meno all’obbligo – imposto loro dalla legge – di impedire che la figlia sotto i quattordici anni avesse rapporti sessuali, pur avendone contezza.

A nulla è valsa la giustificazione di aver agito nell’interesse della bambina. Non c’è dubbio che l’esperienza vissuta abbia causato alla piccola dei traumi psichici che, probabilmente, manifesteranno i loro effetti negativi negli anni a venire.

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