Quando la critica diventa diffamazione

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Autore: Sabina Coppola

03 novembre 2017

Laureata, con vecchio corso quadriennale, presso l'Università di Napoli Federico II (con 110/110 e lode) ha conseguito diploma specialistico in professioni legali al Suor Orsola Benincasa e si è iscritta al COA di Napoli nel 2008. Specializzata in diritto penale, si impegna nella tutela dei diritti dei detenuti con il Carcere Possibile O.N.L.U.S.. E' iscritta nell'Albo speciale dei difensori di ufficio presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli, avendo conseguito una particolare specializzazione in diritto civile minorile.

Esercitare la libertà di espressione con un linguaggio garbato, non denigratorio e privo di insinuazioni ti tutela da eventuali azioni penali per diffamazione.

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Il confine tra la critica e la diffamazione, benché sottile, esiste ed è fondamentale perché distingue una semplice chiacchiera negativa o una critica giornalistica da un reato penale; ci troviamo nel campo della diffamazione quando usiamo espressioni offensive, denigratorie e insinuanti che, più che comunicare una notizia, si trasformano in attacchi personali. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire quando la critica diventa diffamazione.

La libertà di manifestazione del pensiero

Il diritto di critica è tutelato dal nostro ordinamento giuridico in quanto rientra nel più ampio diritto di manifestazione del pensiero. Tutti, infatti, abbiamo il diritto di esternare liberamente le nostre opinioni, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di comunicazione

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[1]. Un privato cittadino, un giornalista, uno scrittore, chiunque può dire ciò che pensa in merito a qualsiasi fatto, avvenimento o persona purché lo faccia rispettando il buon costume e la riservatezza, l’onore e la reputazione del soggetto di cui parla.

Nell’era moderna, grazie anche all’uso dei social network i commenti e le opinioni sono all’ordine del giorno, per cui è necessario comprendere quando la critica diventa diffamazione e può essere perseguita penalmente dal soggetto danneggiato. Le opinioni personali (intese come critica) sono lecite (e, quindi, non punibili penalmente anche se fastidiose per il soggetto a cui si riferiscono) quando sono esternate con un linguaggio garbato (che, quindi, non sembri volutamente e gratuitamente offensivo), seppur deciso, ma non denigratorio o insinuante e soprattutto senza la volontà e la consapevolezza di offendere. Sono illecite, al contrario, le espressioni (offensive, denigratorie e insinuanti) che trascendono in attacchi personali diretti a colpire gratuitamente la sfera morale e privata altrui.

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La diffamazione

La critica diventa diffamazione quando:

Per reputazione si intendono sia l’onore che il decoro (di una persona) ma non, invece, i sentimenti individuali o l’amor proprio. Ciò per evitare che possa rispondere di un reato chi non ha leso oggettivamente la dignità di un terzo ma, ad esempio, ne abbia solo toccato la suscettibilità, essendo costui un soggetto particolarmente permaloso. Ovviamente con l’evolversi della società, anche il senso della dignità è mutato per cui oggi ci sembra normale ciò che cinquant’anni fa sarebbe stato offensivo: oggi il linguaggio è meno formale e concede anche l’utilizzo di vocaboli non aulici.

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Facciamo un esempio. Se dico che il mio ex marito è un nullafacente o un bastardo oppure che il mio capo è un cretino, commetto il reato di diffamazione; se, invece, semplicemente usando delle parole diverse, racconto che il mio ex marito non lavora o non versa il mantenimento ai figli ed ama oziare, faccio una semplice critica (non punibile penalmente).

La condanna per diffamazione

Il delitto di diffamazione è sempre perseguibile a querela della persona offesa; ciò significa che se la vittima del reato (la persona diffamata) non presenta la querela entro tre mesi dal momento in cui ha subito l’offesa o ne è venuto a conoscenza, il reato non sarà perseguibile ed il responsabile resterà impunito.

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La diffamazione può essere di diversi tipi e per ognuna di esse è prevista una pena diversa:

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