Sacchetti di plastica: quali non si pagano

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Autore: Redazione

07 gennaio 2018

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

Shopper biodegradabili: ecco la verità su cosa il supermercato può farti pagare con la spesa.

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Dal 1° gennaio 2018 ogni supermercato deve addebitare al cliente le buste di plastica leggere (quelle che si trovano vicino cassa per portare via la spesa) e quelle ultraleggere (ossia quelle sottili, del reparto frutta e verdura, usate per imbustare gli alimenti sfusi). Il prezzo dovrà essere evidente nello scontrino e indicato separatamente in base al numero di unità utilizzate, in modo da rendere il consumatore consapevole del costo. Non si tratta di una novità per i sacchetti biodegradabili leggeri (l’obbligo era già in vigore, da diverso tempo, nel nostro Paese), ma lo è per quelli ultraleggeri, cosa che ha fatto montare la polemica sui media e sui social. In verità, non sempre bisogna pagare e, in alcuni casi, il rivenditore non può scaricare sul consumatore il prezzo degli involucri nei quali viene avvolto il cibo acquistato sfuso. In questo articolo cercheremo quindi di capire

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quali sacchetti di plastica non si pagano e quali invece vanno posti a carico del cliente.

Sacchetti di plastica: l’accusa al Governo

A imporre l’obbligo di pagamento dei sacchetti leggeri e ultraleggeri è una normativa italiana [1] frutto del recepimento di una direttiva comunitaria del 2015 [2]. In verità, la direttiva europea si limita a invitare gli Stati Membri a disincentivare l’uso della plastica nei supermercati, drogherie e altri negozi di generi alimentari; il tutto per fini ecologici e di tutela dell’ambiente. L’Ue inoltre ha imposto il pagamento solo per le buste leggere, mentre per tutte le altre buste (quelle ad esempio usate per pesare frutta e verdura) ha lasciato liberi gli Stati di stabilire con quali mezzi raggiungere l’obiettivo della diminuzione della plastica. C’è chi, come l’Irlanda, ha adottato la molla fiscale, imponendo una tassa e chi, come invece l’Italia, ha preferito addebitare il prezzo agli acquirenti. Si tratta di un costo simbolico, 1 o 2 centesimi, a seconda del supermercato. Fino a ieri i centesimi non valevano nulla, anzi si combatteva per toglierli dal mercato; c’è chi non si è mai chinato per raccoglierli da terra. Oggi invece è diventata una questione nazionale. La spesa media di una famiglia aumenterà di circa 5 euro all’anno in favore di quello stesso verde per cui si combatte la Tav e la Tap. Ma tanto basta per infuocare una campagna elettorale.

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La polemica che ne è uscita fuori è stata ingigantita peraltro dalle immancabili – e prevedibili – bufale. In particolare si è detto che il Governo avrebbe imposto il pagamento delle buste ultraleggeri solo per favorire un’azienda italiana, monopolista del settore, vicina all’ex Presidente del consiglio. Cosa tutt’altro che vera visto che le buste sono prodotte in gran parte all’estero. Peraltro i produttori di buste di plastica sono sempre stati pagati dai commercianti (e lo saranno anche dopo l’approvazione della nuova legge): per loro quindi le cose non cambiano e non aumenteranno gli utili. Saranno piuttosto i commercianti, a tutto voler concedere, a recuperare una parte del prezzo dalla clientela. Di tanto abbiamo parlato già nell’articolo

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Sacchetti bio per frutta e verdura: come non pagarli.

Sacchetti di plastica: quali sono le novità?

La legge vieta la fornitura gratuita dei sacchetti di plastica biodegradabili per la spesa: sia quelli leggeri che ultraleggeri. Solo per i primi l’Ue aveva imposto il divieto di gratuità, lasciando gli Stati Membri liberi di estenderlo anche alle buste più sottili, cosa che ha fatto l’Italia. Già prima dell’entrata in vigore della riforma, molti esercizi commerciali avevano scelto di far pagare i sacchetti della spesa; tuttavia, da oggi, l’addebito deve essere trasparente e il consumatore dovrà essere informato di cosa e quanto paga attraverso un’esplicita indicazione sullo scontrino. Ma poiché nessun supermercato intende allontanare la clientela, nella gran parte dei casi è stato previsto un costo simbolico di 1 centesimo a busta, in modo da rispettare nello stesso tempo la legge.

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Quali buste di plastica non si pagano?

Prima di scoprire quali sacchetti di plastica non si pagano vediamo quali possono andranno addebitati al cliente. Le buste, che non devono necessariamente essere finalizzate a contenere alimenti, devono essere tutte in materiale biodegradabile certificato. Per quanto riguarda le buste ultraleggere biodegradabili, si tratta di quelle realizzate con almeno il 40% di materia prima rinnovabile richieste ai fini di igiene da utilizzare come imballaggio di alimenti sfusi. Tanto per essere pratici, si tratta dei sacchetti usati per pesare o trasportare frutta, verdura e altri alimenti. Al cliente si può far pagare solo i sacchetti che arrivano sino alla cassa: non quindi quelli che preleva dal rotolo e poi non usa o che si strappano e vengono sostituiti con altri.

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Non possono essere addebitati ai clienti altri tipi di imballaggi di plastica come i foglietti con cui si incarta il prosciutto, la carta oleata che viene usata, ad esempio, per coprire le focacce o gli altri prodotti da forno, gli imballaggi dei prodotti surgelati e preconfezionati.

Non sono soggette a pagamento tutte le buste diverse da quelle suddette.

Si possono portare sacchetti da casa?

Sul punto dovrà decidere il ministero della Salute, anche se il ministro dell’ambiente ha anticipato che dovranno essere usate solo quelle adatte agli alimenti e comunque monouso (non riciclabili); tanto per capirci i sacchetti che si acquistano (anche quelli al supermercato) per surgelare. I negozi e supermercati potranno definire il tipo di buste utilizzabili -definendone i criteri igienici- comunicandoli alla propria clientela attraverso apposita segnaletica.

Come si vede il “chiarimento” su questo ultimo punto è in realtà generico e ambiguo e la questione rimane aperta, anche perché è difficile immaginare che il consumatore possa procurarsi gratuitamente buste monouso alternative a quelle vendute dal negozio. E inoltre: chi controlla che il consumatore stia utilizzando buste monouso nuove?

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