Accesso abusivo al conto online del coniuge: che si rischia?

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Autore: Redazione

03 aprile 2018

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

Separazione: accesso abusivo al sistema della banca per i marito che usa i dati della moglie.

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Un giorno hai dato a tuo marito le credenziali di accesso del tuo conto corrente online per poter eseguire dei controlli su alcuni bonifici e pagare, per tuo conto, le tasse. Si è trattato, però, di una occasione sporadica ed isolata, non di una delega generale. Per il resto hai gestito sempre da sola l’home banking, tanto è vero che hai custodito gelosamente la chiavetta (il token) fornitoti dalla banca per effettuare i pagamenti online. Un giorno, però, hai scoperto che lui è entrato, senza autorizzazione, nell’account del tuo conto per sapere quanti soldi ci sono e a quanto ammonta la giacenza. Probabilmente vuole usare questi dati come arma di ricatto per negarti l’assegno di mantenimento, visto che siete in procinto di separarvi. A tuo avviso però si è trattata di un’illegittima invasione di privacy che potrebbe darti il diritto di denunciarlo. Così ti chiedi

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che si rischia in caso di accesso abusivo al conto online del coniuge? Le prove così raccolte potrebbero essere usate contro di te anche se carpite contro il tuo volere? La questione è stata, di recente, decisa dalla Cassazione con una interessante sentenza [1] che definisce limiti e confini dei rapporti tra marito e moglie in tema di gestione dei rispettivi conti correnti bancari.

Secondo i giudici, il coniuge che entra nel conto online dell’altro, senza aver prima avuto da questi uno specifico consenso, magari solo perché agevolato dal fatto di aver ricevuto, in precedenza, le password di accesso, commette un reato: quello di accesso abusivo a sistema informatico

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per il quale il codice penale prevede la reclusione fino a tre anni [2]. Ci si può liberare dall’accusa solo dimostrando di avere ottenuto una delega apposita. Delega che, tuttavia, potrebbe essere anche tacita (non necessariamente con atto scritto, quindi): è il caso, ad esempio, di un comportamento concludente come la consegna del token, ossia la “chiavetta” generatrice di codici numerici necessari ai pagamenti online.

Chi controlla abusivamente il conto online del marito o della moglie può quindi essere denunciato. Il suo comportamento non può neanche essere consentito per difendersi, davanti al giudice, in una eventuale causa di separazione e divorzio, sebbene tale dato possa essere necessario per dimostrare la presenza di redditi “non dichiarati” del coniuge, ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento. È infatti vero che il codice penale

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[3] prevede, come «causa di giustificazione» nella commissione dei reati, l’esercizio di un proprio diritto; ed è anche vero che la difesa in giudizio è un diritto sommo, tutelato dalla stessa Costituzione. Ma ciò non giustifica un’intrusione nella sfera privata del partner, nei suoi cassetti chiusi a chiave, nella email, sul cellulare e quindi anche nel conto corrente online in quanto protetto da username e password. La norma del codice penale che esclude la punizione in caso di comportamento illegittimo necessario a esercitare un diritto, infatti, non può arrivare a giustificare indebite intromissioni nella sfera di riservatezza della controparte processuale, neppure quando si invoca un diritto di difesa particolarmente ampio. «L’azione di cui si sostiene l’irrilevanza penale per essere scriminata – si legge nella sentenza – deve pur sempre costituire una corretta estrinsecazione delle facoltà inerenti al diritto che si pretende di aver esercitato».

La conseguenza è che il marito che accede nel conto online della moglie o la moglie che controlla l’home banking del marito, oltre a rischiare una querela, non potrà neanche utilizzare le stampe degli estratti conto a proprio vantaggio nella causa contro il coniuge. Tali documenti, infatti, non possono costituire un elemento di prova in quanto acquisiti illegittimamente. Le prove raccolte in violazione della legge infatti sono inutilizzabili all’interno del processo. Nessun rischio, quindi, di perdere la causa se trapelano i dati del proprio c/c: il giudice non potrà tenerne conto.

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