Chi è in buona fede può essere scusato?
La buona fede giustifica un delitto? Quali sono gli elementi psicologici del reato? Cosa sono il dolo e la colpa? Quando l’ignoranza scusa? Come si dimostra la buona fede?
«Non l’ho fatto con cattiveria», «non l’ho fatto apposta». Quante volte, dinanzi ad una accusa, ci siamo scusati sbandierando le nostre buone intenzioni o trincerandoci dietro un comportamento semplicemente negligente ma non intenzionale. Cosa dice la legge a riguardo? Chi è in buona fede può essere scusato? Nel caso in cui commettiamo un reato, una violazione del codice della strada, un illecito civile, il trattamento sanzionatorio sarà meno grave oppure non c’è alcuna differenza tra buona e malafede?
Di tanto ci occuperemo qui di seguito. E lo faremo inizialmente con riferimento agli illeciti penali, per poi considerare quelli amministrativi e infine quelli di natura civilistica, che coinvolgono cioè condotte che non integrano reato. Ma procediamo con ordine.
Indice
Malafede e buona fede nei reati: nozioni introduttive
Nell’ambito del diritto penale, esistono due capi di imputazione:
- il dolo, ossia la malafede: si pensi a una persona che ruba volontariamente l’oggetto altrui;
- la colpa, ossia la semplice imprudenza (si pensi a una persona che guidi velocemente e investa un passante, pur non volendolo), negligenza (si pensi a una madre che lascia solo il figlio piccolo per qualche ora, mettendone a repentaglio la salute) o imperizia (si pensi al medico che esegue una operazione non correttamente).
Quasi tutti i reati sono puniti sia a titolo di dolo, ma in forma più grave, che a titolo di colpa, ma in modo più lieve. Alcuni reati possono invece essere puniti solo a titolo di dolo: ad esempio il danneggiamento (chi rompe una cosa altrui senza volerlo deve solo risarcire i danni ma non può essere incriminato penalmente).
Ci sono però tanti altri casi in cui una condotta apparentemente riconducibile ad un reato in realtà non è punibile come tale. Com’è possibile? Questo avviene perché il reato è composto non soltanto da un elemento oggettivo, cioè dalla condotta, ma anche da uno soggettivo o psicologico, cioè dalla volontà di delinquere. Per questo si sente tante volte parlare di delitto doloso o colposo: il dolo e la colpa rappresentano proprio gli elementi psicologici del reato, quelli che ci permettono di capire se un reato è stato commesso apposta oppure no.
Se un comportamento come quello di prendere una cosa altrui è fatto in buona fede, allora non si potrà parlare di furto, anche se apparentemente esso sembra proprio corrispondere alla descrizione che la legge fa del furto. Vediamo allora se
Dolo e colpa: cosa sono?
Prima di comprendere se chi è in buona fede può essere scusato, bisogna premettere che la legge distingue i reati in
- dolosi: sono quelli commessi volontariamente, proprio con l’intenzione di realizzare la condotta illecita;,
- colposi: invece, sono frutto di disattenzione, negligenza o imprudenza e, pertanto, non sono realmente voluti. Facciamo un esempio di reato doloso e uno di reato colposo.
Se Tizio sottrae a Caio il portafogli al fine di arricchirsi, commette un delitto doloso, che è quello di furto. Se Sempronio, correndo con la macchina oltre i limiti di velocità, investe, pur non volendo, un pedone, risponde di omicidio stradale colposo. La differenza è che nel primo caso Tizio agisce deliberatamente con lo scopo di arrecare un danno e, in buona sostanza, di commettere un furto; nel secondo, invece, Sempronio non intende uccidere lo sfortunato pedone, ma ciò avviene a causa della sua condotta spericolata.
Reati dolosi e reati colposi: cosa sono?
La legge dice che il dolo è l’elemento psicologico per eccellenza del reato. Che significa? Vuol dire che, di solito, i delitti vengono puniti solamente se commessi intenzionalmente; solo eccezionalmente, quando la legge lo prevede espressamente, un delitto sarà punito anche se commesso con colpa. Esemplifichiamo. Tornando al caso precedente, se Tizio si impossessa del portafogli di Caio per errore, pensando che in realtà sia il proprio, allora non risponderà di furto colposo, per il semplice fatto che il delitto di furto è solo doloso! Invece, l’omicidio è punito anche se colposo, poiché la vita dell’uomo va tutelata anche contro comportamenti sprovveduti come quello dell’autista spericolato che abbiamo riportato nel paragrafo precedente. In buona sostanza, quindi, i delitti sono puniti solamente se commessi con intenzionalità, salvo alcune eccezioni espressamente previste dalla legge.
Buona fede: cos’è?
Al dolo e la colpa quali elementi psicologici del reato si contrappone la buona fede. In cosa consiste? La buona fede non è altro che l’assenza di intenzionalità nel realizzare un reato: Tizio non sa che per conservare in casa una pistola è necessaria l’apposita autorizzazione, e così la tiene nella sua abitazione, se mai vantandosene con gli amici. In questo caso, Tizio è inconsapevole di commettere un reato. In parole semplici, possiamo equiparare la buona fede all’ignoranza: chi è in buona fede ignora di infrangere la legge.
Buona fede: scusa?
Da quanto detto finora possiamo rispondere alla domanda posta nel titolo di questo articolo: chi è in buona fede può essere scusato?
Quindi, la persona che in buona fede pone in essere una condotta che presenta, esteriormente, tutti i tratti dell’illecito penale, risponderà penalmente soltanto se il reato è punito anche a titolo di colpa; al contrario, se il delitto è solo doloso (come il furto, la rapina, l’estorsione, il danneggiamento, ecc.), egli sarà scusato in quanto non aveva intenzione di realizzare il delitto.
Tirando le fila di quanto detto finora, possiamo dire che:
- se il delitto è punito solo a titolo di dolo, la buona fede scusa e, pertanto, l’autore del fatto non potrà rispondere penalmente;
- se il delitto è punito anche a titolo di colpa, allora la buona fede non sarà sufficiente a scusare l’autore, in quanto la colpa può convivere con l’assenza di intenzionalità.
Come dimostrare la buona fede?
Veniamo al punto più delicato: come dimostrare di essere in buona fede? Prendiamo il caso che tu stia coltivando un terreno che credi tuo; un bel giorno, dopo anni, si presenta un signore che dice che quella striscia di terra, in realtà, è sua. Non contento della restituzione, ti denuncia per invasione di terreni o edifici. Come provare che, in realtà, stavi agendo in assoluta buona fede?
Dimostrare l’elemento psicologico (cioè, il dolo o la colpa) di un reato è sempre cosa ardua. Non esiste una risposta univoca: bisogna valutare ogni volta la situazione concreta. Certamente, sarà difficile dimostrare la buona fede nel caso in cui una persona commetta un reato molto grave, come il ferimento di una persona o la realizzazione di una rapina. In questi casi, giammai si potrà invocare come scusa la propria buona fede: si potrà mai dire al giudice che non si sapeva di commettere una rapina, oppure che colpire con un coltello un altro uomo costituiva reato?
Invece, nelle ipotesi di reati meno gravi, se mai legati a fattispecie di natura diversa dai delitti di sangue o da quelli che offendono il patrimonio altrui, sarà più semplice dimostrare la propria buona fede. Tornando all’esempio sopra riportato dell’invasione di terreni, ci si potrà giustificare dimostrando un errore nell’atto notarile, il quale non era in linea con le disposizioni del catasto. Oppure, facendo un altro esempio, si immagini chi evada il fisco su consiglio del proprio commercialista, nella convinzione di non star commettendo nulla di sbagliato: in questo caso, la buona fede sta nell’aver seguito i consigli di un esperto.
L’ignoranza della legge scusa?
Abbiamo detto che la buona fede si concretizza in uno stato di inconsapevolezza circa la natura delittuosa della propria condotta. La buona fede, però, può scusare solamente se dimostrata e giustificata. Ad esempio, un professionista del diritto (tipo un avvocato) non potrà mai invocare come scusante l’ignoranza della legge!
La buona fede, infatti, rileva sotto due punti di vista: come ignoranza (cioè, non conoscenza) della norma incriminatrice (ovvero del precetto penale), oppure come ignoranza circa l’oggetto della propria condotta. Facciamo due esempi. Se Tizio, separato giudizialmente dalla moglie, sposa un’altra donna, commette il reato di bigamia. Questa sua condotta, però, potrebbe essere giustificata dall’erronea convinzione che la sola separazione sia sufficiente a restituire la libertà di stato, oppure dall’ignoranza dell’esistenza di una norma
Ecco allora due casi di buona fede, entrambi da dimostrare in tribunale. Certo, vale sempre l’antico principio secondo cui l’ignoranza della legge non scusa (in latino: ignorantia legis non excusat), ma se la buona fede è dimostrata con rigore, allora il giudice non potrà condannare l’autore del fatto perché manca l’elemento soggettivo del reato. L’imputato, quindi, verrà assolto perché il fatto non costituisce reato.
Sanzioni amministrative e codice della strada: la buona fede scusa?
Nell’ambito delle sanzioni amministrative e delle infrazioni al codice della strada la buona fede non scusa mai. Quindi è del tutto irrilevante se una persona commette un illecito con l’intenzione o meno di violare la legge. Anche perché la legge non ammette ignoranza: sicché ogni persona deve essere consapevole dei limiti o dei diritti che gli riconosce il nostro ordinamento.
In materia di illeciti amministrativi, l’art. 3 della legge n. 689/1981 prevede che l’errore sulla liceità del fatto esclude la responsabilità solo quando l’errore non è determinato da colpa. La giurisprudenza ha chiarito che l’esimente della buona fede rileva.
In ambito di multe stradali e altri illeciti amministrativi esiste la possibilità, quando la stessa condotta, posta nella medesima occasione, viola più norme, di applicare la sanzione più grave aumentata di un terzo: è una sorta di “cumulo” che consente di ottenere uno sconto sulle conseguenze della propria negligenza.
Illeciti civili: chi è in buona fede può essere scusato?
Veniamo ora agli illeciti civili. Chiariamo innanzitutto quali sono: una persona rompe per errore un oggetto altrui; l’appartamento del piano di sopra ha una perdita nelle condutture che provoca infiltrazioni al vicino sottostante; una persona non paga i debiti col condominio o le rate del mutuo della banca.
Da un punto di vista degli illeciti civili, chi è in buona fede può essere scusato? In tale contesto, la buona fede può costituire una causa di esclusione della responsabilità solo in determinate circostanze. La buona fede, intesa come ignoranza incolpevole di ledere l’altrui diritto, è riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico e può influenzare la responsabilità civile. Vediamo quando ciò succede.
Pagamento dei debiti
L’omesso pagamento dei debiti non scusa solo perché il soggetto obbligato si è trovato nell’impossibilità di adempiere per cause indipendenti alla sua volontà. Tuttavia la legge non punisce chi non ha beni per soddisfare le pretese del creditore (beni cioè pignorabili). Sicché, oltre al pignoramento, il creditore non ha altre azioni per far valere i propri diritti.
In determinati casi, anche l’omesso pagamento delle imposte per mancata riscossione dei crediti vantati da parte della Pubblica Amministrazione esclude il reato tributario.
In ambito condominiale invece il mancato versamento delle quote può sempre essere “punito” con il pignoramento della casa, che non incontra limiti di importo, anche se si tratta della prima casa.
Il divieto di pignoramento della prima casa (purché non di lusso e luogo di residenza) vale solo nei confronti dell’Agente della Riscossione Esattoriale (ossia per le cartelle di pagamento).
Possesso di buona fede
L’art. 1147 c.c. definisce il possesso di buona fede come la situazione in cui il possessore ignora di ledere l’altrui diritto. La buona fede è presunta e basta che vi sia stata al momento dell’acquisto. Questo principio è rilevante, ad esempio, in materia di usucapione, dove il possesso di buona fede può abbreviare i termini per l’acquisto della proprietà a titolo di
Indebito oggettivo e soggettivo
In materia di indebito oggettivo, l’art. 2033 c.c. prevede che chi ha ricevuto un pagamento non dovuto è tenuto a restituirlo, ma se era in buona fede, deve restituire i frutti e gli interessi solo dal giorno della domanda.
Analogamente, nell’indebito soggettivo, l’art. 2036 c.c. stabilisce che chi ha pagato un debito altrui credendosi debitore in base a un errore scusabile può ripetere quanto pagato, salvo che il creditore non si sia privato in buona fede del titolo o delle garanzie del credito.
Pagamento al creditore apparente
L’art. 1189 c.c. dispone che il debitore che paga a chi appare legittimato a ricevere il pagamento è liberato se prova di essere stato in buona fede. In tal caso, chi ha ricevuto il pagamento è tenuto alla restituzione verso il vero creditore secondo le regole dell’indebito.
Responsabilità precontrattuale
La buona fede è fondamentale anche nella fase delle trattative. L’art. 1337 c.c. impone alle parti di comportarsi secondo buona fede nelle trattative e nella formazione del contratto. La violazione di questo dovere può dar luogo a responsabilità precontrattuale.
Responsabilità contrattuale
Nell’ambito contrattuale, l’art. 1375 c.c. stabilisce che il contratto deve essere eseguito secondo buona fede. La buona fede oggettiva impone alle parti di comportarsi lealmente e di salvaguardare gli interessi reciproci [Cass. Civ., Sez. 3, N. 16918 del 25-06-2019]. La violazione di questo dovere può comportare responsabilità contrattuale.
La Corte di Cassazione ha affermato che la buona fede può escludere la responsabilità civile quando l’errore è incolpevole e non superabile con l’ordinaria diligenza (sent. n. 3130/2021, n. 8788/2020, n. 23739/2023). Ad esempio, in tema di segnalazione alla Centrale dei Rischi, la Cassazione ha stabilito che la banca deve valutare la meritevolezza delle ragioni del debitore e la diligenza impiegata, e che l’onere della prova della buona fede spetta all’attore (sent. n. 3130/2021).