Posso mostrare i tatuaggi al lavoro?
È lecito non assumere o licenziare una persona con tattoo molto vistosi? Ci sono dei lavori che non si possono fare con disegni in vista sul corpo?
Devi fare un colloquio di lavoro ma temi che per via di quel tatuaggio che hai sul braccio potrebbero non prenderti? Pensi che dovresti presentarti con la camicia a maniche lunghe per nascondere il disegno che porti, che per te rappresenta qualcosa di importante ma che per il tuo datore di lavoro potrebbe rappresentare un elemento di disturbo? Quando ti hanno fissato l’appuntamento ti sarai chiesto: «Posso mostrare il tatuaggio al lavoro?» Domanda legittima. Risposta altrettanto legittima: dipende da dove vuoi andare a lavorare.
Non c’è una legge che vieti il tatuaggio al lavoro, a meno che tu voglia fare il soldato o il poliziotto. In questo caso, ti conveniva non farlo prima oppure cambiare destinazione. Ma non è detto che ti vada bene.
Tanto sei libero tu di farti un tattoo quanto l’azienda di non prenderti. Perché un datore di lavoro può stilare un codice etico che contempli il divieto di esibire (non di portare, ma sì di esibire) dei disegni sulla pelle, soprattutto se troppo vistosi.
Discriminatorio? Può darsi. Pensa, però, a chi deve condurre un telegiornale e si fa tatuare la faccia come il cantante Achille Lauro: cuoricino sotto un occhio, scritta sotto l’altro e su una guancia. Certo, potrebbe farlo, se è bravo. Ma qualcuno potrebbe anche preferire una faccia pulita, senza connotati colorati, neutrale, che vada bene a chi ama i tatuaggi e a chi non può proprio vederli.
Anni fa (erano i primi 2000), andai ad una conferenza stampa di presentazione della nuova stagione di Zelig su Canale 5. Bisio, Ale e Franz, Raoul Cremona, Anna Maria Barbera tra i personaggi intervistati. Con me, come operatore di ripresa, c’era una ragazza talmente piena di tatuaggi e di piercing sul corpo e sul viso che si faceva fatica a vedere di che colore fosse la pelle. Era estate, per cui aveva pantaloncini e canottiera. Alla fine di qualche intervista, inevitabile, arrivò la battuta di un paio di comici all’indirizzo della collega: «Aspetta, non muoverti: non ho finito di leggerti».
Erano comici, la battuta ci poteva stare. Ma se capiti in un posto più serio,
Indice
Tatuaggi al lavoro: cosa dice la legge?
Il problema è proprio questo: sulla possibilità di mostrare i tatuaggi al lavoro la legge non dice niente. Né sulla normativa italiana né su quella europea si trova una sola riga (che sia pure fatta con l’inchiostro puntinato dagli aghi del tattoo) che vieti al lavoro di esibire un disegno su una parte del corpo.
Con una sola eccezione: le forze dell’ordine, intese come Esercito, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. Una sorta di rispetto per l’uniforme e per ciò che si rappresenta, insomma. Inoltre, chi ha un segno molto riconoscibile sul corpo difficilmente potrebbe essere mandato a fare una missione come infiltrato. Ma per il resto, niente di niente.
Per farla breve: se un lavoratore che non fa né il poliziotto, né il finanziere né il soldato decide di farsi un tatuaggio lungo tutto il braccio, può farlo. In fin dei conti, ciascuno è libero di scegliere il proprio look. Purché sia pronto a prendersene le conseguenze.
Anche le aziende, infatti, sono libere di fare le loro di scelte. E di scrivere un codice interno, un regolamento in cui scrivere che i tatuaggi – o certi tipi di tatuaggi – sono sgraditi.
Quindi la legge – forze armate a parte – non dice nulla. E il giudice che cosa direbbe se si arrivasse ad una causa per colpa di un tatuaggio? In assenza di norme al riguardo, sarebbe difficile sostenere le ragioni di un licenziamento. Ma si affiderebbe, sicuramente, al buon senso in base al tipo di lavoro e al luogo in cui il tattoo resta in vista.
Tatuaggi al lavoro: si può rifiutare l’assunzione?
Come si diceva, escluse le categorie citate, ciascuno è libero di farsi un tatuaggio e ha il diritto di non essere discriminato. Ma anche le aziende private hanno il diritto di fare un proprio regolamento che riguardi l’aspetto fisico. E di respingere il lavoratore che ha dei tatuaggi sgraditi, specie se offensivi o troppo vistosi.
In fase di colloquio, un datore di lavoro può dire di no a chi ha disegnato su una parte del corpo ben visibile un messaggio violento, razzista, sessista, offensivo o di cattivo gusto.
In alcuni lavori i tattoo troppo vistosi non rappresentano un problema. Raramente, per fare qualche esempio, un dj o un magazziniere viene lasciato a casa perché ha delle scritte o dei disegni sui bicipiti o sul collo. Un agente di commercio, probabilmente sì. Una hostess di Ryanair (per citare una compagnia che, manifestamente, li respinge) anche.
Ma, a meno che ci sia un regolamento in cui esplicitamente si dice che le persone tatuate non sono ammesse alle selezioni, è assai probabile che il «no» ad un’assunzione venga motivato con qualche altra scusa.
Il punto è: l’azienda pubblica assume in base ad un concorso e non all’aspetto fisico del candidato. L’azienda privata, invece, fa le sue scelte.
È una discriminazione escludere a priori che chi non parla bene l’inglese anche se il suo lavoro non prevede più di tanto l’uso della lingua straniera? Lo è escludere in una palestra un istruttore in sovrappeso anche se, prima di diventare così, ha maturato l’esperienza necessaria per insegnare come evitare di accumulare troppi chili? Lo è imporre la giacca e la cravatta ad un addetto alle vendite? Se queste scelte vengono normalmente viste come qualcosa di scontato, è lecito stupirsi se un’azienda esclude una persona con i tatuaggi in vista?