Si dice avvocato o avvocata? Ecco la soluzione

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Autore: Redazione

03 settembre 2020

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

Tutti i femminili professionali sono corretti secondo la lingua italiana; i dubbi e la resistenza al loro uso derivano da pregiudizi sociologici e culturali.

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Ci voleva la clamorosa morte dell’avvocato – o avvocata? – turca Ebru Timtik, avvenuta in carcere dopo un lungo sciopero della fame, per destare l’attenzione non solo sulla battaglia per i diritti umani sostenuta dall’attivista, ma anche sulla sempre accesa questione del nome: si dice avvocato o avvocata? O magari avvocatessa?

Oggi, spunta la soluzione: la sociolinguista Vera Gheno, docente presso l’Università di Firenze, afferma in maniera netta che in italiano corretto bisogna dire avvocata.

In una lunga intervista al quotidiano ‘

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Il Dubbio‘, l’esperta risponde alla lettera di un lettore, che prendendo spunto da un titolo del giornale (che riportava la vittima come avvocata) ha sollevato il quesito sostenendo che il termine “avvocato” non ha sesso e dovrebbe essere inteso come neutro, al pari di altri impieghi e professioni, come giudice, ministro o sindaco: per cui sarebbe scorretto dire “avvocata”.

In italiano è esatto dire avvocata

Ma la professoressa Gheno è del parere opposto e sostiene: «In italiano si dice avvocata. Basterebbe consultare un dizionario aggiornato negli ultimi dieci anni. I femminili professionali non solo sono corretti storicamente e linguisticamente: l’unica differenza tra

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maestra e avvocata, è che al primo termine il nostro orecchio è abituato».

Perciò, la spiegazione della difficoltà ad accettare il termine “avvocata” è sociologica: «La mancata presenza nell’uso è dovuta semplicemente all’assenza delle donne in determinati ruoli».

Per spiegare il fenomeno, l’esperta ricorda che «storicamente, prima nel latino e poi nell’italiano, i femminili professionali sono stati usati tutte le volte che ce n’era bisogno. Cioè tutte le volte che una donna ricopriva un certo ruolo, anche in maniera inattesa».

Ed infatti – prosegue – «già nel latino troviamo l’uso di ministra, in senso di governatrice. Più avanti troviamo la giudicessa o giudichessa riferito ad Eleonora d’Arborea, amministratrice del XIV secolo in Sardegna».

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Così, traendo le conseguenze, Gheno sostiene che «il femminile di magistrato è magistrata. Sarebbe da evitare l’uso di “magistrato donna”, per non moltiplicare le forme. Così come i femminili di procuratore legale e procuratore della Repubblica sono procuratrice legale e procuratrice della Repubblica. Non è necessario usare la forma procuratora, che pure sarebbe possibile».

Per raccapezzarsi in questa vasta casistica, la docente dà un suggerimento quando dice: «In ogni caso il genere neutro non esiste in italiano, altrimenti non avremmo la sarta, la professoressa. Negli ultimi 30 anni, il consiglio dei linguisti è quello di preferire, laddove la forma non sia particolarmente penetrata nell’uso, le forme a suffisso zero: quelle in ‘- a’ e non in ‘- essa’. La

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presidente, ad esempio, invece di presidentessa».

Qui la linguista fornisce una precisazione utile a capire come orientarsi in questi casi: «I femminili in “- essa” sono nati in un periodo storico in cui questo suffisso veniva spesso usato in modo canzonatorio, oppure per indicare la ‘ moglie di’ (come la sindachessa)».

Avvocatessa: attenzione, può essere canzonatorio

Perciò «la forma avvocatessa non è mai entrata troppo nell’uso. Il dizionario Zingarelli, uno dei più precoci in questo senso, registra oltre 800 forme femminili di nomina agentis a partire dal 1994: sfogliandolo si può agilmente constatare che la forma che termina in “a” è preferenziale».

Secondo l’esperta, «i problemi sorgono quando ci si confronta con femminili ‘insoliti’, poco sentiti e poco conosciuti. Alcuni li definiscono neologismi, e li trattano con la stessa diffidenza riservata generalmente alle parole nuove. Altri li reputano superflui, o cacofonici, o una corruzione dell’italiano tradizionale. Ma non è propriamente così», avverte.

Poi, evidenzia che «in ambito professionale, spesso sono proprio le donne le più refrattarie all’uso del femminile. La questione si è politicizzata, diventando un’istanza femminista: molte donne non vogliono essere additate come tali, per non rientrare in un certo stereotipo culturale».

Così accade che «in molti contesti, tra cui quello giuridico – aggiunge Gheno – il titolo maschile è percepito come corretto, mentre quello femminile risulta svilente. Questo è un problema che noi donne dobbiamo discutere con noi stesse: non è un problema linguistico, ma culturale».

Per approfondire leggi anche l’articolo: “si dice avvocata o avvocatessa?“.

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