Covid: da dov’è uscita la variante inglese

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Autore: Carlos Arija Garcia

21 dicembre 2020

Giornalista professionista, speaker, blogger e video editor. Ha lavorato per la Cadena SER, la più grande emittente radiofonica privata spagnola (gruppo Prisa). In Italia, impegnato in alcune start up su Internet e dipendente di Rai e Class Editori, dove ha svolto il ruolo di caporedattore a Class Tv e scritto per il quotidiano Italia Oggi. Collaborazioni anche nel campo dell'e-learning per assicurazioni e banche.

Gli esperti: nessun allarmismo, ci vogliono degli studi. C’era una mutazione rilevata già l’estate scorsa. Ecco come può essersi diffusa.

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Non c’è bisogno di fare degli allarmismi: al momento, non c’è alcuna evidenza in grado di far pensare che la variante inglese del Covid abbia delle caratteristiche biologiche diverse. E ciò non sarà possibile finché non verranno effettuati i dovuti studi. Lo sostiene il direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano, Massimo Clementi. «Non lo possiamo affermare finché non mettiamo il virus su colture cellulari e vediamo che sfugge agli anticorpi», spiega lo scienziato. «Abbiamo dei dati relativi alla sequenza nucleotidica del virus che ci dicono che c’è stata

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mutazione importante sulla proteina S che favorisce una maggiore diffusione del virus, perché questa variante era stata identificata nel settembre di quest’anno nel Kent», cioè nella Gran Bretagna, «e in tempo medio è arrivata a essere il 60-70% del virus che circola nel Regno Unito. Ha dunque un vantaggio sulla diffusione, però questo non vuol dire che la variante sia più patogena».

Secondo il virologo, «si è visto che è una mutazione minima che non interferisce con la risposta immunitaria che si ottiene nei confronti della sequenza prodotta col vaccino. Quindi tutte le forme di allarmismo che ho visto da ieri, inclusa la richiesta di lockdown – osserva Clementi – mi sembrano cervellotiche».

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Quanto all’origine della variante, ci sono diverse possibilità. Innanzitutto, l’Istituto Spallanzani di Roma tiene a precisare che «i virus mutati sono un’evenienza che si è già verificata in questa pandemia», quindi non ci troveremmo davanti ad una novità assoluta, anzi: «Subito dopo l’estate – ricordano gli esperti del reparto malattie infettive della struttura romana – il ceppo predominante in Europa, compresa l’Italia, è stata una variante probabilmente introdotta dalla Spagna».

Perché parlare di «variante inglese», allora? Il Centro europeo per la sorveglianza delle malattie infettive, in un documento pubblicato sul suo sito, ha scritto il percorso di questo nuovo mutamento. Viene mostrato come la curva dell’epidemia cominci a salire nel Regno Unito a settembre e si impenni in modo deciso già da ottobre. Non appaiono dei cambiamenti evidenti sul piano della malattia, ma si osserva una maggiore capacità di trasmissione.

Le ipotesi avanzate dal Centro europeo per la sorveglianza delle malattie infettive sono tre. La variante può essersi sviluppata in un paziente immunodepresso che, rimasto contagiato, ci ha messo del tempo a guarire favorendo l’accumulo di tante piccole mutazioni. Oppure – anche se appare meno probabile – il virus è passato dall’uomo all’animale per poi tornare di nuovo all’uomo dopo avere subìto una mutazione. È il caso degli episodi di contagio dai visoni danesi. Infine, l’ipotesi più preoccupante: la variante è in circolazione da tempo in Europa ma nessuno se ne era mai accorto. Finché, solo ora, Londra ha saputo scovarla.

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