Innovativa sentenza negli USA sulle opere artistiche. Quando l’opera scappa dal suo autore

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Autore: Angelo Greco

21 gennaio 2012

Avvocato, direttore responsabile del giornale "La Legge per Tutti", autore di numerose pubblicazioni (tra cui alcune per il gruppo Feltrinelli, Sole24Ore, Mondadori) si è formato all'università LUISS di Roma. Già collaboratore presso l'Università della Calabria e la Columbia University di New York, è altresì ospite di spazi televisivi e radiofonici per questioni giuridiche. Ha co-condotto uno spazio su Uno Mattina (RaiUno) dal titolo "Tempo e Denaro" tra il 2016 e il 2017. Definito dal Sole24Ore, nel 2020, «il professionista più influente d'Italia» è uno dei primi divulgatori del diritto in Italia, titolare del canale YouTube che porta il suo stesso nome con quasi un milione di followers. Maggiori informazioni su www.avvangelogreco.it

Una sentenza che farà discutere: un giudice statunitense ha condannato un tal Richard Price, artista del nuovo millennio, accusato di aver utilizzato frammenti di opere di un altro fotografo per creare collage e rivenderli poi a prezzi elevatissimi.

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Se Andy Warhol avesse creato la pop art nel nostro secolo, sarebbe stato perseguito dalle leggi federali, questo è certo. Le lattine “Campbell” non sarebbero mai state conosciute e, forse, l’azienda alimentare statunitense non avrebbe avuto la fortuna che ha invece riscosso grazie a questa pubblicità “artistica”.

Ritorna il problema della distinzione tra plagio e diritto di citazione: una linea di confine troppo spesso volubile e poco chiara, ma solo per quanti fingono di non capire l’importanza della

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citazione. Comporre, partendo da un’opera di altri, una nuova opera è solo un modo per onorare l’autore della prima creazione ed esaltarne la bellezza.

Lo stesso concetto di “fair use”, che negli USA ha favorito la nascita di commistioni artistiche favolose, sembra già al declino. Quel principio del fair use che ha reso, per decenni, le opere protette da copyright disponibili al pubblico come materiale grezzo, senza la necessità di autorizzazione, a condizione che tale libero utilizzo sia messo al servizio del progresso della scienza e delle arti utili.

L’interpretazione delle leggi sul copyright, offerta nelle aule dei tribunali, si è indubbiamente irrigidita negli ultimi anni. Complice di questo atteggiamento cieco e ostinato, la paura dell’industria dei contenuti nei confronti della pirateria informatica e, soprattutto, della possibilità che la tecnologia offre di manipolare le opere e sfruttarle per crearne di nuove. Lo showbitz sta sfuggendo dalle mani dei suoi padroni: è l’opera che scappa dal suo autore.

È la cultura attiva del “remix”, che sta prevalendo su quella della passivafruizione” e di cui abbiamo parlato non molti giorni fa in questa pagina. Una cultura osteggiata da chi ha paura di perdere il controllo sui contenuti.

Come dire dei genitori che pretendono di avere in casa i figli anche dopo il matrimonio

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