Principio di competenza: cos'è e come funziona

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Autore: Carlos Arija Garcia

12 dicembre 2021

Giornalista professionista, speaker, blogger e video editor. Ha lavorato per la Cadena SER, la più grande emittente radiofonica privata spagnola (gruppo Prisa). In Italia, impegnato in alcune start up su Internet e dipendente di Rai e Class Editori, dove ha svolto il ruolo di caporedattore a Class Tv e scritto per il quotidiano Italia Oggi. Collaborazioni anche nel campo dell'e-learning per assicurazioni e banche.

La differenza con il criterio contabile di cassa: chi lo può applicare e cosa sono i tre corollari.

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Se hai un’attività, ti sarà sicuramente capitato di vendere dei beni o di prestare dei servizi e di essere costretto a rinviare il momento in cui paghi la materia prima, sostieni le spese vive o incassi il frutto del tuo lavoro. A fine anno, però, il bilancio va fatto e occorrerà indicare entrate e uscite. Con quale criterio, nel caso in cui non tu non abbia ancora pagato un fornitore o non abbia ricevuto i soldi che ti spettano al 31 dicembre? Con il cosiddetto principio di competenza. Cos’è e come funziona il principio di competenza? Si tratta del concetto opposto al principio di cassa, per quanto in entrambi i casi parliamo di princìpi contabili. Quest’ultimo prevede che venga indicato nel bilancio di un determinato anno d’imposta quello che effettivamente è entrato e uscito dal 1° gennaio al 31 dicembre.

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In altre parole: la differenza tra i due consiste nel fatto che con il principio di competenza vanno registrate le transazioni nel periodo di imposta a cui si riferiscono indipendentemente dal momento in cui avvengono i pagamenti. Con il principio di cassa, invece, vanno calcolati nel reddito solo i costi e i ricavi che rappresentano una manifestazione finanziaria, cioè che sono stati effettivamente eseguiti. Vediamo nel dettaglio come funziona il principio di competenza.

Principio di competenza: cosa si intende?

Come anticipato, il

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principio di competenza si basa sul rapporto tra costi e ricavi che determinerà un certo risultato economico in un preciso periodo di tempo senza prendere in considerazione quella che viene chiamata la «manifestazione finanziaria», cioè l’effettivo pagamento di prestazioni o beni. Su questo principio di competenza si farà il calcolo annuale delle tasse.

Un esempio aiuterà a capire meglio questo concetto. Immagina che nella tua attività tu abbia emesso una fattura elettronica il 15 ottobre 2021 per la vendita di un bene o per la prestazione di un servizio nel corso dello stesso anno, cioè del 2021. Il pagamento è stato stabilito a 90 giorni, cioè a tre mesi, il che vuol dire che il tuo cliente ti pagherà quanto dovuto entro il 15 gennaio 2022. Pertanto, incasserai quei soldi quando l’anno d’imposta 2021 sarà finito da un paio di settimane. Ciò nonostante, in base al principio di competenza, ti dovrai pagare per il 2021 le tasse e l’Iva relative a quella fattura, poiché il documento fiscale deve essere calcolato nel bilancio di chiusura del 2021.

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Lo stesso vale per quanto riguarda i costi sostenuti. Il concetto generale è che tutto ciò che prevede una manifestazione finanziaria, cioè un movimento di denaro (un pagamento, via) deve essere tenuto in considerazione nel corso dell’anno d’imposta, indipendentemente dal fatto che i soldi siano entrati o usciti entro il 31 dicembre.

Principio di competenza: cosa sono «i tre corollari»?

Il principio di competenza comprende tre regole o corollari che ci dicono quando e come applicare questo criterio contabile nel bilancio di un’attività.

Il primo corollario sancisce: «Non si possono imputare al conto economico costi o ricavi per i quali non siano stati conseguiti i relativi ricavi o sostenuti i correlativi costi». Significa che se non c’è una manifestazione economica, non si può ricorrere in bilancio al principio di competenza. Se, invece, l’anno successivo c’è il pagamento relativo ad una fattura emessa l’anno in corso, allora tale manifestazione economica deve essere registrata in bilancio tramite rimanenze, ammortamenti o riscontri.

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Per rimanenze si intende l’insieme dei beni che devono essere venduti o che vengono utilizzati per la produzione dei beni da vendere ma che, al momento della chiusura dell’esercizio, rimangono in magazzino. Parliamo, quindi, di materie prime e di semilavorati, di prodotti in corso di produzione, di merce già finita ma rimasta invenduta, ecc.

Per quanto riguarda gli ammortamenti, sono delle voci inserite nel conto economico solo alla fine dell’esercizio. Ad esempio, il capannone, i macchinari, i veicoli, ecc.

I riscontri, infine, sono voci inserite nel bilancio per correggere dei costi e dei ricavi compresi tra le due annualità.

Il secondo corollario, o seconda regola del principio di competenza, recita: «Si rinviano costi già sostenuti o ricavi già conseguiti al risultato economico dell’esercizio successivo, in quanto sia attendibile che, nel futuro esercizio, debbano essere conseguiti o sostenuti i correlativi costi o ricavi». In questo modo, le rettifiche dell’anno in corso diventano costi e ricavi per l’anno successivo.

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Il terzo e ultimo corollario dice: «È necessario imputare al conto economico costi o ricavi che durante l’esercizio non si sono manifestati finanziariamente, qualora i correlativi ricavi o costi abbiano già avuto sostenimento o conseguimento». Si tratta della regola che interessa costi e ricavi non ancora pagati o incassati ma che hanno avuto una manifestazione economica durante l’anno in corso sotto forma di accantonamenti o di ratei.

Principio di competenza: chi può applicarlo?

Nella maggior parte dei bilanci, si trova applicato il principio di competenza. Lo seguono obbligatoriamente le società di persone e di capitali.

Ditte individuali e liberi professionisti, invece, adottano un regime contabile semplificato che si basa sul principio di cassa.

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