Stop alle cause senza pagamento del contributo unificato

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Autore: Paolo Remer

15 novembre 2021

Laureato con lode in Giurisprudenza e Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria. Già magistrato ordinario, giudice tributario ed ufficiale nella Guardia di Finanza. Attualmente, è consulente di direzione aziendale.

La nuova legge di Bilancio introduce il divieto di iscrizione a ruolo in caso di omesso o insufficiente versamento. Protestano gli avvocati.

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La tassa per l’accesso alla giustizia, ufficialmente nota come contributo unificato, sarà rafforzata con una nuova misura introdotta nella bozza della legge di Bilancio in discussione al Senato [1]: la causa non potrà essere iscritta a ruolo se non si paga prima l’intero importo dovuto.

La norma in arrivo modifica il Testo unico sulle spese di giustizia [2] disponendo che: «In caso di omesso pagamento del contributo unificato, ovvero nel caso in cui l’importo versato non è corrispondente al valore della causa dichiarato dalla parte

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[3], anche quando sono utilizzate modalità di pagamento con sistemi telematici, il personale incaricato non deve procedere all’iscrizione al ruolo».

Le cancellerie, quindi, dovranno rifiutare di iscrivere la causa a ruolo in tutti i casi in cui il pagamento manca o è stato effettuato solo in parte. La verifica sarà compiuta in base al valore della lite, che viene dichiarato dalla parte nell’atto introduttivo del giudizio; ad ogni cifra corrisponde un importo del contributo unificato da versare, secondo lo scaglione in cui rientra (si va da 43 euro per le liti di valore minimo a migliaia di euro per le cause di elevato valore).

Finora, il contributo unificato non pagato

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non bloccava la causa, ma comportava soltanto il recupero successivo del dovuto, mediante la riscossione a cura di Equitalia Giustizia, secondo una procedura di riscossione che il Governo, nella Relazione tecnica di accompagnamento alla riforma, ha definito «farraginosa» e spesso inefficace.

Gli avvocati stanno protestando contro questa nuova norma: «L’accesso alla giurisdizione deve essere assicurato a tutti, senza discriminazioni di censo e senza che l’entità dei costi costituisca elemento dissuasivo – spiega Giovanni Malinconico, coordinatore dell’Ocf (l’Organismo congressuale forense) che ha indetto un’assemblea straordinaria. L’obiettivo evidente della riforma voluta dal Governo è, evidentemente, quello di combattere l’

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evasione del contributo unificato (divenuta più facile con il processo civile telematico che consente il deposito a distanza, in modalità online; alcuni ne approfittano, senza poi eseguire ed attestare il versamento): infatti la Relazione tecnica al provvedimento spiega che la possibilità di iscrizione a ruolo telematica ha realizzato, dal 2014 in poi, «un progressivo aumento dell’evasione del pagamento del contributo unificato».

Ma gli avvocati temono fortemente che ciò possa diventare un pretesto per colpire i cittadini che chiedono l’accesso alla giustizia, punendo con una decadenza anche i semplici errori o disguidi. Così le associazioni forensi sono pronte a dare battaglia per far revocare il provvedimento: il presidente del Movimento Forense, Antonino Lumia, parla di «disposizione abnorme, che lede i diritti costituzionali e si inserisce in un costante percorso di disarticolazione del ‘sistema Giustizia’, che sta portando la tutela dei diritti a cedere all’interesse economico». E c’è anche chi parla apertamente di incostituzionalità della norma, richiamando alcune pronunce della Corte Costituzionale [4], per aperto contrasto con il diritto di difesa, che non può essere ostacolato o impedito da un funzionario di cancelleria che riscontri il mancato versamento del contributo unificato.

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