Presunzione di innocenza: cos'è e come funziona?

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Autore: Mariano Acquaviva

26 febbraio 2022

Conseguita nel 2011 la laurea magistrale in Giurisprudenza con pieni voti presso l’Università degli Studi di Salerno, successivamente si iscrive alla Scuola di Specializzazione per le Professioni legali presso lo stesso ateneo, ottenendo anche qui la votazione massima. Attualmente esercita la professione forense quale avvocato iscritto all’albo del foro di Salerno e collabora con diversi studi legali, dedicandosi prevalentemente all’ambito penalistico e civilistico.

Principio di non colpevolezza: quando una sentenza diventa definitiva? Quali sono le tutele per una persona accusata di reato?

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Nessuno può essere definito colpevole fino a quando non sia un giudice a stabilirlo in maniera definitiva. Questo principio, tanto elementare quanto fondamentale, è spesso messo in discussione dalla pessima abitudine dei mass media di saltare immediatamente a conclusioni affrettate. Sbattere il mostro in prima pagina è sempre stato un modo per attirare l’attenzione del pubblico e ottenere facili consensi. Tutto questo, però, è in contrasto con la legge italiana, la quale prevede la presunzione di innocenza. Cos’è e come funziona?

Nel prosieguo di questo articolo spiegheremo non solo il significato del principio di non colpevolezza, ma anche le conseguenze concrete che esso ha per la persona accusata di aver commesso un reato.

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Principio di non colpevolezza: cos’è?

Presunzione di innocenza significa che una persona non può essere considerata colpevole di reato fino alla sentenza definitiva di condanna.

La presunzione di innocenza può quindi essere espressa come principio di non colpevolezza: non si è colpevoli fino a che non lo stabilisce un giudice con sentenza contro cui non è più possibile proporre impugnazione.

Indagato: è presunto innocente?

La presunzione di innocenza vale anche per la

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persona solamente indagata di aver commesso un reato. In questo caso, l’indagato deve essere considerato innocente fino a che non sia rinviato a giudizio e non sia stato condannato in maniera definitiva.

Imputato: è presunto innocente?

L’imputato è un presunto innocente sino alla sentenza definitiva di condanna. Durante tutti i gradi di giudizio, dunque, egli dovrà essere considerato innocente rispetto al reato di cui è accusato.

Condannato: è presunto innocente?

Anche il condannato in via non definitiva deve essere considerato innocente. Come detto sopra, infatti, la presunzione di innocenza impone di considerare non colpevole anche la persona riconosciuta tale da una sentenza ancora impugnabile.

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E così, la persona condannata in primo grado che abbia proposto appello oppure che sia ancora in tempo per farlo deve essere considerata innocente.

Sentenza di condanna: quand’è definitiva?

Una sentenza di condanna è definitiva quando:

Solo quando la sentenza di condanna è definitiva l’imputato acquisisce a ogni effetto lo status di condannato.

Presunzione di innocenza: come funziona?

Come funziona concretamente la presunzione di innocenza? Quali sono le sue principali conseguenze? Eccole di seguito indicate:

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Insomma: la presunzione di innocenza obbliga la giustizia a trattare l’imputato come una persona innocente, senza ingiustificati accanimenti nei suoi riguardi.

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Le nuove garanzie per l’imputato

Recentemente, la legge italiana [1] ha introdotto nuove garanzie a favore della persona accusata di un crimine, rafforzando così ulteriormente il principio di non colpevolezza.

Innanzitutto, è sancito il divieto assoluto per le autorità pubbliche di qualificare l’indagato o l’imputato come colpevole, per tutta la durata del processo, fino a quando non sia intervenuta condanna irrevocabile.

Per autorità pubbliche si intendono giudici, polizia, ministri e qualsiasi funzionario pubblico. In pratica, lo Stato non potrà mai rivolgersi a un indagato/imputato con il termine “colpevole” fino alla condanna definitiva.

In caso di violazione di questo divieto, oltre alle eventuali sanzioni penali già previste dalla legge (ad esempio, il rischio di incorrere in diffamazione), l’indagato/imputato può chiedere la

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rettifica della dichiarazione, da effettuarsi entro 48 ore, attraverso le stesse modalità con cui è stata resa la notizia.

E così, se un ministro ha emesso un comunicato stampa con cui si rivolgeva a un imputato come a un colpevole, con le stesse modalità (cioè, sempre con un comunicato stampa) dovrà procedere alla rettifica.

Se l’istanza non è accolta oppure la rettifica non è stata pubblicizzata in modo adeguato, l’interessato potrà ricorrere al giudice chiedendo, con provvedimento d’urgenza, che sia ordinata la pubblicazione della rettifica.

La legge vieta severamente alla Procura della Repubblica e alla polizia giudiziaria di diffondere notizie riguardanti persone indagate.

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Nello specifico, è stabilito che i rapporti con gli organi di informazione devono essere tenuti solo dal Procuratore della Repubblica o da magistrato delegato, esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica, tramite conferenza stampa.

La legge intende quindi evitare pericolose “fughe di notizie”, le quali favoriscono il sorgere di pregiudizi in capo alla persona indagata, con conseguente violazione del principio di non colpevolezza.

La diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando sia strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrano altre specifiche ragioni di interesse pubblico. Ad esempio, può essere giustificata la diffusione di un video con invito al pubblico a collaborare nell’individuazione del presunto autore del reato.

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