Omicidio Yara Gambirasio - I grandi processi d'Italia

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Autore: Paolo Remer

19 agosto 2022

Laureato con lode in Giurisprudenza e Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria. Già magistrato ordinario, giudice tributario ed ufficiale nella Guardia di Finanza. Attualmente, è consulente di direzione aziendale.

Come e perché si è arrivati alla condanna di Massimo Bossetti per l’assassinio della 13enne; i tentativi della difesa per far riaprire il processo; le piste alternative.

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È il tardo pomeriggio del 26 novembre 2010. Una ragazza di 13 anni, Yara Gambirasio, esce di casa per andare in palestra ad allenarsi. È l’ultima volta in cui i suoi genitori la vedono viva. Quando esce dal centro sportivo scompare. Eppure, abita a poche centinaia di metri e Brembate è un tranquillo paese della bergamasca. Il suo cellulare manda il segnale ancora per alcuni minuti e aggancia la cella di Mapello, a tre chilometri di distanza, poi scompare. Il corpo di Yara verrà ritrovato tre mesi dopo, in un campo di Chignolo d’Isola, a 10 chilometri dal luogo della scomparsa. Il cadavere è straziato da colpi di spranga e ferite inferte con un’arma da taglio, forse un coltello. L’

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omicidio di Yara Gambirasio è inequivocabile e getta l’Italia intera nello sgomento: oltretutto, la ragazza era morta parecchio tempo dopo l’aggressione, per il freddo e il dissanguamento.

Massimo Bossetti: le prove che lo inchiodano

Chi poteva essere stato l’autore di un delitto così atroce? Dopo la falsa pista di un operaio marocchino che lavorava in un cantiere edile di Mapello, gli investigatori, nel giro di pochi mesi, stringono il cerchio, attorno a un muratore italiano che abitava nella medesima località: si chiama

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Massimo Bossetti, ha 43 anni, è sposato ed incensurato. A inchiodarlo è una traccia di Dna rinvenuta sugli indumenti intimi di Yara: una microscopica quantità di materiale organico sugli slip e sui leggins della ragazza, che è perfettamente sovrapponibile con il suo profilo genetico. L’assassino aveva commesso un errore.

Bossetti viene arrestato a giugno del 2014. Si professa innocente, ma numerosi elementi fanno propendere per la sua colpevolezza. Le telecamere dimostravano che un furgone uguale al suo era passato e ripassato davanti alla palestra nell’orario della scomparsa di Yara; le celle telefoniche agganciate dal cellulare di Bossetti erano le medesime del telefonino di Yara sino al momento della sua scomparsa; inoltre l’

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alibi di Bossetti, secondo cui quella sera era stato tranquillamente a casa con sua moglie, vacillava. D’altronde, anche a volerle credere, il fatto che anche quella sera il marito fosse tornato a casa dopo il lavoro non era incompatibile con un omicidio perpetrato a poca distanza una o due ore prima.

Il Dna di Ignoto 1 apparteneva veramente a Bossetti?

Bossetti viene così rinviato a giudizio per omicidio volontario aggravato. Al processo la difesa tenta di contestare la prova genetica, facendo leva sulla mancanza del «Dna mitocontriale» nella traccia genetica repertata e sulla presenza, sugli indumenti della ragazza, del Dna di un altro soggetto, non riconducibile né alla vittima né a Bossetti. La pubblica accusa, invece, ritiene più che sufficiente la presenza del «Dna nucleare», appartenente a Bossetti, e spiega il Dna estraneo come appartenente ad una persona sicuramente non coinvolta nell’omicidio: ad esempio, anche l’insegnante di danza e ginnastica ritmica aveva lasciato casualmente il proprio materiale genetico sulla manica del giubbotto di Yara.

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Il muratore di Mapello, intanto, si proclama innocente e si difende sostenendo che qualcuno, per calunniarlo, avrebbe falsificato le prove a suo carico, oppure che il trasferimento del suo Dna sul cadavere della ragazza era stato involontario e dovuto a contaminazione (Bossetti affermava di soffrire spesso di «epistassi», cioè fuoriuscita di sangue dal naso, e perciò i suoi attrezzi, maneggiati anche da altri colleghi, potevano essersi sporcati).

In punto di diritto, gli avvocati contestano che l’esame del Dna era stato compiuto senza la presenza della difesa, e, trattandosi di un «atto irripetibile», i risultati erano inutilizzabili nei confronti dell’indagato. Ma l’eccezione viene respinta dai giudici. In realtà, al momento del test Bossetti non era stato ancora identificato, e il suo

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profilo genetico era stato attribuito a un soggetto ancora senza nome, provvisoriamente chiamato “Ignoto 1”. In effetti, l’individuazione di Massimo Bossetti era stata ostacolata dal fatto che egli era il figlio naturale di un uomo con il quale sua madre aveva avuto una relazione molti anni prima; e Massimo Bossetti, essendo fino a quel momento incensurato, non compariva nella banca dati del Dna.

Quindi, il profilo genetico del “padre di Ignoto 1” era stato accostato a quello di Massimo Bossetti soltanto in seguito, e precisamente dopo che il suo Dna era stato acquisito, durante un controllo stradale, con l’etilometro. A quel punto, gli inquirenti gli hanno attribuito la piena ed esclusiva

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responsabilità dell’omicidio di Yara. La Corte d’Assise di Bergamo non ha dubbi e condanna Bossetti all’ergastolo, per omicidio aggravato dalla crudeltà. La Corte d’Assise d’appello conferma la pronuncia e il giudizio regge anche in Cassazione: la sentenza di condanna diventa definitiva nel 2018.

Le obiezioni della difesa

La vicenda non finisce qui, perché la difesa continua ancora oggi a sollevare obiezioni sulla validità del test sul Dna, che rappresenta l’unica vera prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di Bossetti. Rimettere in discussione quella “prova regina” potrebbe far cadere l’intero impianto accusatorio e la condanna già emessa. Gli avvocati avanzano istanza di

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revisione della sentenza e vengono autorizzati ad esaminare i reperti, ma c’è un colpo di scena: la traccia da cui era stato estratto il Dna di “Ignoto 1” risulta esaurita, quindi non è più utilizzabile per altri esami; inoltre, tutti gli altri reperti risultano degradati per cattivo stato di conservazione. Così i nuovi approfondimenti che la difesa vorrebbe compiere appaiono preclusi.

Ci sono altre ombre nel processo. Le indagini non hanno mai chiarito quale fu il movente dell’omicidio di Yara, anche se gli investigatori propendono per un rapimento a scopo sessuale. La ragazza sarebbe stata convinta dall’assassino a salire sul suo furgone e poi portata in una località isolata. Qui, di fronte al suo rifiuto ad avere un rapporto, sarebbe stata massacrata e uccisa. Le prove oggettive portano a Bossetti, che però non ha mai confessato e non esistono testimoni presenti a quella orribile scena. L

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‘avvocato Claudio Salvagni, difensore di Bossetti, proclama: «Noi non ci arrendiamo», e annuncia ulteriori ricorsi in Cassazione per ottenere la riapertura del processo.

Il legale sostiene anche una possibile «manomissione delle prove» che sarebbe avvenuta addirittura presso l’ufficio corpi di reato in cui i reperti sono stati conservati per anni ma senza le necessarie cautele. Attualmente, sulla base di queste dichiarazioni della difesa, pendono denunce per frode processuale e depistaggio, che coinvolgono anche alcuni magistrati e funzionari degli uffici giudiziari interessati. Non si escludono ulteriori inchieste.

Le piste alternative

Al di là della colpevolezza di Massimo Bossetti, che come detto è stata acclarata nel processo (salvo future revisioni), ancor oggi fioccano le

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ricostruzioni alternative. Una delle più interessanti è quella dello scrittore Roberto Saviano, che intravede un legame tra l’omicidio di Yara e alcune attività illecite della criminalità organizzata nei cantieri edili del bergamasco: in uno di essi lavorava il padre di Yara e, secondo Saviano, diverse imprese che operavano in quella zona erano coinvolte nel traffico di sostanze stupefacenti. Quindi, l’omicidio di Yara Gambirasio potrebbe essere stato compiuto per vendetta o ritorsione.

Questa versione non ha mai avuto riscontri e resta un’ipotesi, ma Saviano rimprovera agli inquirenti di non aver esplorato quella pista, nonostante un fatto obiettivo e inconfutabile: i cani molecolari, che erano stati messi alla ricerca della ragazza sin dal momento della sua scomparsa, dopo aver fiutato le sue tracce si erano sempre rivolti ai cantieri di Mapello. Dove lavorava Bossetti, ma non soltanto lui.

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