Omicidio Yara Gambirasio - I grandi processi d'Italia
Come e perché si è arrivati alla condanna di Massimo Bossetti per l’assassinio della 13enne; i tentativi della difesa per far riaprire il processo; le piste alternative.
È il tardo pomeriggio del 26 novembre 2010. Una ragazza di 13 anni, Yara Gambirasio, esce di casa per andare in palestra ad allenarsi. È l’ultima volta in cui i suoi genitori la vedono viva. Quando esce dal centro sportivo scompare. Eppure, abita a poche centinaia di metri e Brembate è un tranquillo paese della bergamasca. Il suo cellulare manda il segnale ancora per alcuni minuti e aggancia la cella di Mapello, a tre chilometri di distanza, poi scompare. Il corpo di Yara verrà ritrovato tre mesi dopo, in un campo di Chignolo d’Isola, a 10 chilometri dal luogo della scomparsa. Il cadavere è straziato da colpi di spranga e ferite inferte con un’arma da taglio, forse un coltello. L’
Indice
Massimo Bossetti: le prove che lo inchiodano
Chi poteva essere stato l’autore di un delitto così atroce? Dopo la falsa pista di un operaio marocchino che lavorava in un cantiere edile di Mapello, gli investigatori, nel giro di pochi mesi, stringono il cerchio, attorno a un muratore italiano che abitava nella medesima località: si chiama
Bossetti viene arrestato a giugno del 2014. Si professa innocente, ma numerosi elementi fanno propendere per la sua colpevolezza. Le telecamere dimostravano che un furgone uguale al suo era passato e ripassato davanti alla palestra nell’orario della scomparsa di Yara; le celle telefoniche agganciate dal cellulare di Bossetti erano le medesime del telefonino di Yara sino al momento della sua scomparsa; inoltre l’
Il Dna di Ignoto 1 apparteneva veramente a Bossetti?
Bossetti viene così rinviato a giudizio per omicidio volontario aggravato. Al processo la difesa tenta di contestare la prova genetica, facendo leva sulla mancanza del «Dna mitocontriale» nella traccia genetica repertata e sulla presenza, sugli indumenti della ragazza, del Dna di un altro soggetto, non riconducibile né alla vittima né a Bossetti. La pubblica accusa, invece, ritiene più che sufficiente la presenza del «Dna nucleare», appartenente a Bossetti, e spiega il Dna estraneo come appartenente ad una persona sicuramente non coinvolta nell’omicidio: ad esempio, anche l’insegnante di danza e ginnastica ritmica aveva lasciato casualmente il proprio materiale genetico sulla manica del giubbotto di Yara.
Il muratore di Mapello, intanto, si proclama innocente e si difende sostenendo che qualcuno, per calunniarlo, avrebbe falsificato le prove a suo carico, oppure che il trasferimento del suo Dna sul cadavere della ragazza era stato involontario e dovuto a contaminazione (Bossetti affermava di soffrire spesso di «epistassi», cioè fuoriuscita di sangue dal naso, e perciò i suoi attrezzi, maneggiati anche da altri colleghi, potevano essersi sporcati).
In punto di diritto, gli avvocati contestano che l’esame del Dna era stato compiuto senza la presenza della difesa, e, trattandosi di un «atto irripetibile», i risultati erano inutilizzabili nei confronti dell’indagato. Ma l’eccezione viene respinta dai giudici. In realtà, al momento del test Bossetti non era stato ancora identificato, e il suo
Quindi, il profilo genetico del “padre di Ignoto 1” era stato accostato a quello di Massimo Bossetti soltanto in seguito, e precisamente dopo che il suo Dna era stato acquisito, durante un controllo stradale, con l’etilometro. A quel punto, gli inquirenti gli hanno attribuito la piena ed esclusiva
Le obiezioni della difesa
La vicenda non finisce qui, perché la difesa continua ancora oggi a sollevare obiezioni sulla validità del test sul Dna, che rappresenta l’unica vera prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di Bossetti. Rimettere in discussione quella “prova regina” potrebbe far cadere l’intero impianto accusatorio e la condanna già emessa. Gli avvocati avanzano istanza di
Ci sono altre ombre nel processo. Le indagini non hanno mai chiarito quale fu il movente dell’omicidio di Yara, anche se gli investigatori propendono per un rapimento a scopo sessuale. La ragazza sarebbe stata convinta dall’assassino a salire sul suo furgone e poi portata in una località isolata. Qui, di fronte al suo rifiuto ad avere un rapporto, sarebbe stata massacrata e uccisa. Le prove oggettive portano a Bossetti, che però non ha mai confessato e non esistono testimoni presenti a quella orribile scena. L
Il legale sostiene anche una possibile «manomissione delle prove» che sarebbe avvenuta addirittura presso l’ufficio corpi di reato in cui i reperti sono stati conservati per anni ma senza le necessarie cautele. Attualmente, sulla base di queste dichiarazioni della difesa, pendono denunce per frode processuale e depistaggio, che coinvolgono anche alcuni magistrati e funzionari degli uffici giudiziari interessati. Non si escludono ulteriori inchieste.
Le piste alternative
Al di là della colpevolezza di Massimo Bossetti, che come detto è stata acclarata nel processo (salvo future revisioni), ancor oggi fioccano le
Questa versione non ha mai avuto riscontri e resta un’ipotesi, ma Saviano rimprovera agli inquirenti di non aver esplorato quella pista, nonostante un fatto obiettivo e inconfutabile: i cani molecolari, che erano stati messi alla ricerca della ragazza sin dal momento della sua scomparsa, dopo aver fiutato le sue tracce si erano sempre rivolti ai cantieri di Mapello. Dove lavorava Bossetti, ma non soltanto lui.