Impresa familiare: si deve lavorare gratis?

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Autore: Carlos Arija Garcia

11 novembre 2022

Giornalista professionista, speaker, blogger e video editor. Ha lavorato per la Cadena SER, la più grande emittente radiofonica privata spagnola (gruppo Prisa). In Italia, impegnato in alcune start up su Internet e dipendente di Rai e Class Editori, dove ha svolto il ruolo di caporedattore a Class Tv e scritto per il quotidiano Italia Oggi. Collaborazioni anche nel campo dell'e-learning per assicurazioni e banche.

Quale ritorno ha il figlio che lavora nell’azienda del padre o il marito impegnato nel negozio della moglie? Quali alternative allo stipendio fisso?

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Uno pensa: «Già che lo mantengo perché è ancora disoccupato, mio figlio può dare una mano nella mia azienda ma senza pagargli uno stipendio, che qui si lavora per campare tutti». E, tutto sommato, il discorso fila. Ma è legale? In un’impresa familiare si deve lavorare gratis? Non è che poi arrivano gli ispettori del lavoro e hanno da dire, così la sanzione è più pesante di un anno di paga al ragazzo?

La giurisprudenza ha più volte confermato che l’attività svolta all’interno di un’impresa familiare si presume a titolo gratuito, senza un vero e proprio rapporto di lavoro (ad esempio subordinato o come collaboratore coordinato e continuativo), a meno che si riesca a dimostrare in modo rigoroso l’esistenza di un rapporto contraddistinto dalla subordinazione e dall’onerosità delle prestazioni stesse. Ciò, però, non vuol dire che il parente non possa avere alcun ritorno da quello che l’azienda guadagna anche grazie alla sua fatica. Esiste, ad esempio, il diritto alla partecipazione agli utili e alle decisioni prese a livello imprenditoriale. Vediamo se davvero in un’

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impresa familiare si deve lavorare gratis.

Impresa familiare: il diritto di partecipazione

I parenti e gli affini del titolare di un’impresa familiare possono partecipare agli utili e alle decisioni dell’azienda. Tale diritto è intrasferibile, a meno che avvenga, con il consenso di tutti i partecipanti, a favore dei familiari che in base alla legge possono far parte dell’impresa. Il trasferente può essere liquidato in denaro alla cessazione (per qualsiasi causa) della prestazione di lavoro ed anche in caso di alienazione dell’azienda. Se manca un accordo, decide il giudice.

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Chi svolge la propria attività nell’impresa familiare ha un diritto di partecipare agli utili proporzionato alla qualità e quantità del lavoro prestato. Per capirci, il figlio appena arrivato in azienda non può avere gli stessi diritti di partecipare agli utili che ha il padre, titolare dell’impresa, o il fratello che è lì da dieci anni con posizione ed esperienza consolidate.

Altro aspetto importante: se l’azienda non realizza utili, il titolare non ha l’obbligo di corrispondere a tutti i costi una retribuzione sufficiente, in quanto il collaboratore viene chiamato ad assumersi il rischio dell’impiego degli utili stessi.

Se non è stato siglato un patto di distribuzione periodica

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, gli utili devono essere reinvestiti nell’impresa o destinati all’acquisto di beni e non alla distribuzione tra i partecipanti.

E se sorgono dei problemi? Se chi lavora nell’impresa familiare pretende ma non ottiene il diritto agli utili? In questo caso, ha il potere di agire in tribunale ma dovrà dimostrare – suo l’onere della prova – l’entità della propria quota di partecipazione. Sul credito spettante sono dovuti, con decorrenza dalla maturazione del diritto, interessi e rivalutazione monetaria ai sensi di legge. Il diritto agli utili è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale.

Impresa familiare: il diritto al potere di gestione

Si diceva che nell’impresa familiare si lavora gratis

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solo in apparenza, visto che esiste il diritto di partecipare agli utili a seconda della qualità e della quantità di lavoro prestato, a patto che il lavoro venga svolto in maniera continuativa. Una cosa, per fare un esempio, è passare nel negozio dei genitori un paio di ore ogni tanto per dare una mano a sistemare la merce in magazzino e un’altra ben diversa è impegnarsi nell’azienda di famiglia tutti i giorni a tempo pieno.

Alle stesse condizioni, i familiari che partecipano all’impresa adottano a maggioranza le decisioni relative a:

Impresa familiare: il diritto al mantenimento

Altro ritorno economico di chi partecipa all’

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impresa familiare è il diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia. Tale diritto è riconosciuto al parente o affine indipendentemente dalla qualità e quantità del lavoro prestato e dall’effettivo andamento dell’impresa. Aspetto tutt’altro che secondario: il diritto al mantenimento esiste anche quando l’azienda è in perdita oppure non produce utili.

Impresa familiare: i diritti del convivente di fatto

Chi, anziché essere in un rapporto coniugale o di unione civile con il titolare dell’impresa familiare, è un convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’azienda dell’altro convivente ha diritto solamente ad una partecipazione, commisurata al lavoro prestato, a:

Tale diritto di partecipazione spetta a condizione che tra i conviventi di fatto non sussista un rapporto di società o di lavoro subordinato.

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