Qual è il ruolo della Corte di Cassazione?

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Autore: Redazione

30 giugno 2022

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

La Suprema Corte di Cassazione svolge la funzione nomofilattica: serve a garantire non solo un terzo grado di giudizio alle parti in causa, ma anche l’uniforme interpretazione del diritto in tutta Italia.

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Nel nostro ordinamento, i giudici sono liberi di interpretare la legge per come ritengono più opportuno. Non sono vincolati dal “precedente”, come nei sistemi anglosassoni di common law. Ragion per cui è ben possibile che si possano avere pronunce diverse su questioni identiche, frutto del diverso pensiero dei magistrati. Al privato che si senta vittima di un’ingiustizia è consentito fare appello e, in ultima istanza, di ricorrere alla Corte di Cassazione. È proprio quest’ultima a mettere l’ultima parola sulla controversia e, così, a garantire l’uniforme interpretazione del diritto. Cerchiamo allora di spiegare

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qual è il ruolo della Corte di Cassazione nel nostro sistema giudiziario in modo da comprendere non solo quali sono i suoi poteri ma quando conviene farvi ricorso.

Come funziona la giustizia in Italia?

La Costituzione sancisce che «i giudici sono soggetti solo alla legge»: il che significa che, nella loro attività di interpretazione delle norme giuridiche, non sono vincolati né dal parere precedentemente fornito dai loro stessi colleghi, né dalle interpretazioni fornite dalla Pubblica Amministrazione (ad esempio con le varie circolari).

La giustizia in Italia si basa dunque sul libero convincimento del giudice che però deve essere sempre

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motivato in modo che non si trasformi in arbitrio e consenta al cittadino di comprendere il ragionamento logico-giuridico adottato dal magistrato. Mettere “nero su bianco” la motivazione della sentenza consente anche di contestarla impugnando la sentenza nei gradi successivi di giudizio.

Quanti sono i gradi di giudizio in Italia?

In Italia ci sono tre gradi di giudizio. I primi due (primo grado ed appello) servono per valutare il merito della controversia, ossia i fatti e le prove portate dalle parti. Il terzo grado, invece, che si svolge dinanzi all’unica Corte di Cassazione (che risiede a Roma), serve per valutare se i giudici dei gradi precedenti hanno fatto corretta applicazione della legge

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, se cioè l’hanno interpretata in modo conforme al suo spirito.

Ragion per cui si può ricorrere in Cassazione non già per rimettere in discussione la valutazione dei fatti e il peso delle prove, ma per contestare l’interpretazione che il giudice precedente ha fatto di una norma giuridica applicabile alla controversia.

Ad esempio, in una causa avente ad oggetto il licenziamento per giusta causa di un dipendente che abbia risposto male al datore di lavoro, la Cassazione non potrà mettere di nuovo in discussione se il fatto è davvero avvenuto e quali espressioni sono state utilizzate (tali accertamenti infatti competono solo al giudice di primo grado e di appello), ma dovrà valutare se la norma che prevede «il licenziamento disciplinare» contempli anche le condotte irrispettose o se la legge che consente il diritto di critica si possa interpretare anche nel senso di consentire espressioni più “focose”.

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Qual è il ruolo della Corte di Cassazione?

Posta tale struttura del sistema giudiziario, è chiaro che i giudici di primo e secondo grado, essendo liberi di interpretare il diritto secondo propria scienza e coscienza, potranno avere pareri tra loro difformi. Il ricorso però all’unica Corte di Cassazione dovrebbe garantire un’interpretazione unitaria della legge. È la cosiddetta «funzione nomofilattica» che svolge la Cassazione: per funzione nomofilattica si intende il compito di «garantire l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale» che l’art.65 della legge sull’ordinamento giudiziario (R.D. 30 gennaio 1941 n.12), attribuisce alla Corte di Cassazione. L’aggettivo «nomofilattico» deriva etimologicamente dal greco «nòmos», che significa “norma”, unito al verbo «fulàsso», che indica l’azione del “proteggere con lo sguardo”.

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In questo modo, la Cassazione ha due importanti ruoli:

La Cassazione quindi fornisce

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indirizzi interpretativi “uniformi” per mantenere, nei limiti del possibile, l’unità dell’ordinamento giuridico, attraverso una sostanziale uniformazione della giurisprudenza.

Ciò nonostante le sentenze della Cassazione (a differenza di quelle della Corte Costituzionale) non sono vincolanti, non fanno legge. Pertanto, i giudici non sono obbligati a rispettare le interpretazioni della Cassazione, potendo discostarsene. Anche quando la pronuncia della Cassazione avviene a Sezioni Unite non è vincolante: il giudice può quindi decidere diversamente la propria sentenza purché con adeguata motivazione.

Il controllo delle interpretazioni dei giudici operato dalla Cassazione risponde all’esigenza di garantire la certezza del diritto; tuttavia, stante la grande complessità della materia giuridica, la naturale mutazione dei tempi, delle idee e dei giudici – persone fisiche come tutti gli altri – non è raro il caso in cui si assista a mutamenti nella giurisprudenza della Cassazione, che per la loro rapidità e drasticità, potrebbero far pensare al venir meno della funzione nomofilattica.

Infatti è anche la stessa Cassazione a cambiare spesso parere o a fornire pareri tra loro difformi a seconda della sezione che ha emesso la sentenza. Insomma, è ben possibile anche il contrasto all’interno della stessa Cassazione (che, nei casi più importanti, viene risolto dalle Sezioni Unite).

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