Come funziona il reso in un negozio?

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Autore: Redazione

17 luglio 2022

La Redazione di LLpT è costituita da un team di avvocati che, giornalmente, “traduce” in linguaggio comprensibile a tutti, anche ai meno esperti, le ultime sentenze dei tribunali e i testi delle leggi. Ciò affinché ciascuno possa conoscere - in modo chiaro, immediato e senza incertezze - i propri diritti e doveri.

Diritto di ripensamento e garanzia prodotti difettosi: tutti i diritti dell’acquirente.

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Un nostro lettore ha acquistato un elettrodomestico in un negozio ma dopo qualche giorno si è pentito della scelta. Ci chiede pertanto se può restituirlo e ottenere il rimborso del prezzo, non avendo ancora aperto la confezione e avendo peraltro conservato lo scontrino. Se il negoziante rifiutasse il rimborso, quali alternative avrebbe? La domanda ci spinge a spiegare come funziona il reso in un negozio. Un diritto che crea ancora diversi equivoci.

Partiamo subito col dire che si può recedere dalla vendita esercitando o il cosiddetto “ripensamento” oppure la “garanzia” per prodotti difettosi. Entrambi tali diritti però sono subordinati al ricorrere di specifiche condizioni. Vediamo quali.

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Diritto di ripensamento: come funziona?

Il codice del consumo riconosce, a chiunque acquisti senza partita Iva da un’azienda (non quindi da un privato), il cosiddetto diritto di ripensamento o, più propriamente, diritto di recesso.

Il diritto di recesso però non vale per chi compra nei negozi tradizionali, quelli cioè “fisici”, ma solo nel caso di vendite online, per telefono o corrispondenza. La legge sintetizza tutto ciò parlando di «vendite fuori dai locali commerciali», ossia fuori dai negozi. La vendita però in una fiera rientra nelle tradizionali vendite per le quali non opera il diritto di recesso.

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Esercitando il ripensamento, il consumatore – che non ha potuto vedere e provare il prodotto per averlo acquistato appunto “a distanza” – può, entro 14 giorni dalla consegna, comunicare al venditore (tramite raccomandata a.r. o pec) l’intenzione di restituire l’oggetto acquistato e ottenere il rimborso del prezzo, senza dover fornire alcuna motivazione. Non c’è quindi bisogno di dare delle giustificazioni a fondamento della scelta di retrocedere dalla vendita.

Nei 14 giorni successivi all’invio della comunicazione del recesso, l’acquirente deve anche, a proprie spese, rispedire il prodotto al venditore all’indirizzo da questi stesso indicato. È il venditore infatti che, prima della vendita, deve comunicare al consumatore il diritto di recesso e le modalità pratiche per il suo esercizio.

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Diritto di ripensamento: vale per gli acquisti ai negozi?

Detto ciò, il nostro lettore non può esercitare il diritto di ripensamento avendo acquistato il prodotto, per sua stessa ammissione, in un tradizionale negozio. E ciò anche se non ha aperto la confezione e conservato lo scontrino.

Pertanto, l’unica alternativa è quella di contare sulla sua disponibilità a ricevere il bene in restituzione, a fronte, magari, dell’emissione di un buono spesa dello stesso valore del prezzo pagato. Difficilmente, infatti, il negoziante potrà provvedere al rimborso del prezzo in contanti, stanti le difficoltà burocratiche derivanti dalle normative fiscali vigenti, che impongono precise procedure di reso per la rettifica dello scontrino elettronico già emesso.

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Ciò nonostante c’è chi concede la facoltà ai propri clienti di restituire l’oggetto, ma non si tratta di un diritto bensì di una semplice policy aziendale, magari concessa proprio per ingraziarsi il consumatore e fidelizzarlo.

Questo però non significa che non si possa mai restituire un oggetto comprato in un negozio. Lo si può fare se ricorrono i cosiddetti «difetti di conformità». Di cosa si tratta? Deve essere un difetto dell’oggetto acquistato, imputabile al produttore. Nel prossimo paragrafo vedremo come funziona.

Come ottenere il rimborso per un oggetto comprato in un negozio?

Dicevamo, nel precedente paragrafo, che l’unico modo per ottenere il reso da un negozio fisico è dimostrare che l’oggetto si è rotto o comunque non è conforme alle caratteristiche che avrebbe dovuto avere in base al contratto. Il che succede, ad esempio, quando l’elettrodomestico non funziona a dovere, quando un capo di abbigliamento si restringe o scolorisce, quando un computer fa “i capricci”, ecc.

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In questi casi, anche se il difetto dipende dal produttore, l’acquirente può rivolgersi al venditore. È con questi infatti che ha concluso il contratto.

Il venditore non può imporgli di spedire l’oggetto al produttore o al centro riparazioni: il riconoscimento della garanzia spetta infatti al venditore stesso.

Vediamo allora come funziona la garanzia di un prodotto difettoso per ottenere il reso.

Partiamo subito col dire che il venditore risponde solo dei difetti che si manifestano entro 2 anni dalla consegna del prodotto. Per tutti quelli successivi, la riparazione è a spese dell’acquirente anche se la rottura non è a lui imputabile.

Se il difetto si presenta entro 1 anno dall’acquisto, il venditore che sostenga che il vizio è dipeso dal cattivo uso del consumatore deve dimostrarlo. Dopo il primo anno, invece, spetta all’acquirente dimostrare che il difetto preesisteva alla vendita.

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In prima battuta, l’acquirente non può chiedere il reso del prodotto difettoso. Tutto ciò che può fare è pretendere, alternativamente, a propria scelta:

Solo se nessuna di queste due alternative dovesse essere possibile o se dovessero risultare economicamente non convenienti (si pensi a un pezzo uscito fuori produzione), l’acquirente può scegliere tra:

Oltre a quello appena descritto non ci sono altri modi per ottenere il reso su un prodotto acquistato in un negozio.

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