Perché i lavori della Camera inizieranno a rilento

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camera dei deputati
Autore: Giordana Liliana Monti

22 settembre 2022

Appassionata di criminologia e mafie, si è specializzata in strategie di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita all'Università degli Studi di Milano, diventa giornalista pubblicista lavorando come redattrice di articoli di cronaca locale, continuando a coltivare la propria passione per il diritto scrivendo periodicamente news giuridiche.

La Camera dei deputati non ha approvato una riforma del suo Regolamento, motivo per cui la riorganizzazione sarà inizialmente difficile.

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Il Parlamento così come lo abbiamo sempre conosciuto, dopo il 25 settembre, con l’instaurarsi del nuovo Governo e con la formazione delle Camere, avrà un’altra forma. La riduzione del numero dei parlamentari, infatti, porta a dover riorganizzare anche le assegnazioni dei lavori e la creazione delle commissioni.

Al di là degli equilibri parlamentari che usciranno dalle urne domenica prossima, si preannuncia un avvio di legislatura complicato alla Camera da un punto di vista procedurale. É prevedibile infatti che la mancata riforma del Regolamento dopo la riduzione del numero dei deputati, determini difficoltà per quanto riguarda l’organizzazione dei lavori e gli assetti delle forze politiche.

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Due in particolare le questioni che rischiano di produrre conseguenze negative. In primo luogo, la mancata diminuzione del numero minimo di componenti necessario per dar vita ad un Gruppo, attualmente fissato e rimasto a 20, pari al 3,1 per cento calcolato sul vecchio plenum dell’Assemblea di 630 deputati, ma che sale al 5 con il taglio a 400. Il pericolo è che ci siano partiti con una rappresentanza a Montecitorio ma con un numero di eletti tale da non consentire la formazione di un Gruppo e da rendere perciò necessaria un’eventuale deroga da parte dell’Ufficio di presidenza, come peraltro accaduto in passato.

Altro nodo che potrebbe risultare particolarmente complesso da sciogliere quello del

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numero e delle competenze delle commissioni permanenti, rimasti inalterati nonostante la diminuzione della platea dalla quale selezionare i componenti, con la prospettiva reale che si crei un ingorgo nella programmazione e nel calendario dei lavori e un forte calo dei commissari nei singoli organismi.

Non è un caso che proprio su questi due temi si sia incentrato il lavoro della Giunta del Regolamento del Senato, dove al fotofinish, con le Camere già sciolte, si è riusciti ad approvare all’unanimità una riforma delle norme interne che disciplinano l’attività dell’Assemblea di Palazzo Madama. D’ora in avanti, saranno sufficienti 6 senatori e non più dieci per costituire un Gruppo, con una percentuale sostanzialmente invariata, pari al 3 per cento, rispetto al plenum che passa da 315 a 200 componenti.

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Inoltre, proprio considerando che la riduzione dei senatori avrebbe reso poco funzionale la conservazione di quattordici commissioni in composizione eccessivamente ridotta, in base ai criteri dell’affinità di materia e dei carichi di lavoro, sono state accorpate le Affari esteri e Difesa, Ambiente e Lavori pubblici, Industria e Agricoltura, Lavoro e Sanità. Infine sono stati ridefiniti i quorum e le soglie di attivazione di numerosi istituti previsti dal Regolamento.

Nulla di fatto, come detto, invece alla Camera. Nell’ultima seduta della Giunta del Regolamento, il 9 agosto, è infatti caduto nel vuoto l’appello del presidente, Roberto Fico, per cercare di approvare alcuni correttivi per un adeguamento rispetto al minor numero di deputati. Alla fine, non si è potuto far altro che constatare l’impossibilità di arrivare ad un accordo unanime che consentisse una riforma, seppur parziale. Sicuramente, se ne dovrà riparlare con l’avvio della nuova legislatura.

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