Cosa rischia una donna che picchia un uomo?
Reato di percosse e lesioni: cosa rischia la moglie che manda il marito al pronto soccorso. Non è invocabile la legittima difesa.
Si parla solo di violenza sulle donne non solo perché i casi sono ben più numerosi rispetto all’ipotesi inversa ma anche perché la vittima è quasi sempre in condizioni di minorata difesa, sia sotto l’aspetto fisico che psicologico. Non poche volte poi le violenze domestiche sfociano in reati ancora più gravi come l’omicidio (o meglio, in questo caso, il femminicidio). Tuttavia, i ruoli si possono invertire e, in quel caso, è il “sesso forte” ad andare al pronto soccorso per curare graffi, contusioni e ferite di vario tipo. Cosa rischia una donna che picchia un uomo?
Un altro argomento di discussione potrebbe essere quello se la donna che picchia l’uomo possa invocare a propria difesa la legittima difesa da un’aggressione incombente. È proprio di questo che si è occupata una recente sentenza della Cassazione
Indice
Quali pene se la donna manda l’uomo al pronto soccorso?
In caso di aggressione fisica, la legge distingue due reati a seconda delle conseguenze che questa abbia lasciato sulla vittima. C’è innanzitutto il reato di percosse che scatta tutte le volte in cui la violenza non abbia strascichi ma si risolva in un semplice dolore fisico patito sul momento. È il caso dello schiaffo, della tirata di capelli, del calcio e, a volte, anche del pugno (leggero). L’
Poi, c’è il più grave reato di lesioni che, a differenza del precedente, si caratterizza per il fatto che la vittima sia stata costretta a ricorrere alle cure mediche recandosi ad esempio al pronto soccorso. In questo caso, la pena varia a seconda dei giorni di prognosi riportati sul certificato di dimissioni. In particolare:
- con una prognosi non superiore a 20 giorni, si parla di lesioni lievissime; la pena è la reclusione da sei mesi a tre anni. Se però non c’è dolo (ossia malafede) ma solo colpa, si rischia la reclusione fino a tre mesi o la multa fino a 309 euro;
- con una prognosi tra 21 e 40 giorni, si parla di lesioni lievi; la pena è la reclusione da sei mesi a tre anni. Se le lesioni sono colpose, scatta la reclusione fino a tre mesi o la multa fino a 309 euro;
- con una prognosi superiore a 40 giorni, si parla di lesioni gravi; la pena è la reclusione da tre a sette anni. Invece, la pena per le lesioni gravi colpose è costituita dalla reclusione da uno a sei mesi o della multa da 123 euro a 619 euro;
- con una prognosi superiore a 40 giorni e una certificazione medica che attesti una malattia inguaribile, la perdita di un senso (come l’udito) di un arto, la deformazione o (per le donne) l’aborto, si parla di lesioni gravissime; la pena è la reclusione da sei a dodici anni. Se le lesioni sono colpose la pena è la reclusione da tre mesi a due anni o della multa da 309 euro a 1.239 euro.
Veniamo alla cosiddetta
Violenza: quando c’è legittima difesa?
La legge, come noto, consente alla vittima, tutte le volte in cui sta subendo una violenza fisica, di difendersi senza temere le conseguenze della propria azione. È la legittima difesa che però presuppone una serie di presupposti:
- vi deve essere un’attuale situazione di grave pericolo, tale da mettere a rischio la sua incolumità fisica o quella di un’altra persona per la quale questa corre in soccorso;
- la violenza della difesa deve essere proporzionata a quella dell’offesa; non deve cioè eccedere rispetto alla situazione di pericolo;
- non devono esserci alternative all’uso della violenza.
Questo significa che non si può indicare la legittima difesa quando:
- la violenza è già terminata e non c’è il rischio che venga reiterata: sicché, mancherebbe la situazione di pericolo;
- la violenza non è ancora iniziata né vi è un’alta probabilità che essa inizi: in tal caso, non si può agire in via preventiva richiamandosi alla legittima difesa;
- la vittima ha la possibilità di sottrarsi alla violenza in un modo pacifico, ad esempio scappando, senza che ciò possa costruire un rischio alla propria incolumità.
La donna può difendersi legittimamente in caso di violenze?
Veniamo ora alla sentenza della Cassazione citata sopra. La Corte ha giudicato il caso di una donna che, dopo aver picchiato il proprio marito, lo ha mandato al pronto soccorso per le ferite procurategli. Secondo la pronuncia, in casi del genere, quando la violenza domestica è sistematica, è difficile parlare di legittima difesa.
La donna aveva adito la Cassazione per far riformare la sentenza del giudice di pace di Piacenza che l’aveva condannata a pagare 2.500 euro di multa per le lesioni personali in danno del marito. A dire della ricorrente, il giudice di primo grado avrebbe errato nel dichiararla responsabile quando invece avrebbe meritato di essere assolta per aver agito per legittima difesa. Senonché, secondo la Suprema Corte, le prove raccolte nel corso del giudizio avevano dato ragione alla persona offesa che aveva subito la violenza senza perciò intendere far male all’avversaria.
Naturalmente, questo non significa che, in generale, tutte le volte in cui una donna picchia un uomo, questa non possa appellarsi alla legittima difesa, ma ne devono sussistere i presupposti (quelli cioè che abbiamo elencato sopra): la semplice rivendicazione da parte del sesso debole, solo perché appunto “debole”, non basta. Ci devono anche essere elementi di prova del pericolo grave, attuale o imminente sulla propria o altrui persona.