Quando c’è mobbing per trasferimento di mansioni?

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Autore: Carlos Arija Garcia

01 novembre 2022

Giornalista professionista, speaker, blogger e video editor. Ha lavorato per la Cadena SER, la più grande emittente radiofonica privata spagnola (gruppo Prisa). In Italia, impegnato in alcune start up su Internet e dipendente di Rai e Class Editori, dove ha svolto il ruolo di caporedattore a Class Tv e scritto per il quotidiano Italia Oggi. Collaborazioni anche nel campo dell'e-learning per assicurazioni e banche.

Il continuo e irrazionale spostamento di ufficio può celare un intento persecutorio e generare nel dipendente un problema di salute.

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Il datore di lavoro ha tutto il diritto di spostare un dipendente verso altri incarichi, purché le mansioni non siano inferiori rispetto a quelle svolte e previste nella lettera di assunzione e purché il livello di inquadramento non scenda, altrimenti si tratterebbe di demansionamento illecito. A queste condizioni, la Cassazione ne aggiunge un’altra: quella della razionalità. Lo spostamento, sostiene la Suprema Corte, deve avere una logica, perché in caso contrario suonerebbe come una ripicca. E se l’episodio si ripetesse con una certa frequenza, al dipendente verrebbe da chiedersi:

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c’è mobbing per trasferimento di mansioni?

È proprio lì che vogliono arrivare i giudici di legittimità: il lavoratore deve accettare degli spostamenti legittimi ma non quelli che non hanno una logica e che destano qualche sospetto dietro apparenti motivi organizzativi. Come fare a dimostrarlo, però, per poter chiedere un risarcimento? E quando questi trasferimenti possono essere definiti atti di mobbing? Vediamo.

Quando c’è mobbing al lavoro?

Il mobbing consiste in una serie di comportamenti ostili reiterati e prolungati ai danni del dipendente, in grado di provocargli dei problemi professionali e di salute.

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Non deve trattarsi, dunque, di un singolo episodio. Le condotte, infatti, devono essere:

Per poter parlare di mobbing, inoltre, occorre rilevare:

Se si danno queste circostanze, è possibile fare causa al datore. Si parte con una diffida tramite raccomandata a/r per denunciare il mobbing e per avvertire l’imprenditore che ci sono gli estremi per dimostrare il suo comportamento illegittimo davanti a un giudice e che si è determinati a chiedere un risarcimento. In alternativa, è possibile rivolgersi ad uno sportello anti-mobbing, come quelli istituiti dai Comuni o dai sindacati.

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Occorre, ad ogni modo, un’adeguata certificazione medica per attestare che gli atteggiamenti subìti al lavoro abbiano causato un’alterazione della salute del dipendente. E dovrà essere quest’ultimo a provare il danno patito.

La Cassazione [1] ha stabilito che ansia e depressione da mobbing sono indennizzabili dall’Inail: secondo la Suprema Corte, infatti, il lavoratore ha diritto all’indennizzo di una malattia professionale anche quando questa non deriva da specifiche lavorazioni ma dall’organizzazione del lavoro e della sua modalità di attuazione.

Mobbing per trasferimento di incarico

Tra le condotte del datore che possono essere causa di mobbing c’è anche il ripetuto

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trasferimento ad altri incarichi senza una giustificazione e decisi in modo palesemente irrazionale. Lo ha stabilito la Cassazione con una recente ordinanza [2].

Gli Ermellini ritengono che spostare un dipendente senza apparente motivo mascherando questo gesto dietro ad esigenze organizzative nasconda, in realtà, un’intenzione punitiva nei confronti del lavoratore, il che, se ripetuto nel tempo, può configurare il mobbing.

Nel caso specifico, la Suprema Corte ha dato ragione a un lavoratore statale che era stato processato e poi assolto quando era impegnato al dipartimento edilizia di un Comune. Da quel momento – ha denunciato il dipendente – era stato trasferito più volte in altri uffici meno prestigiosi, fino a ritrovarsi praticamente inattivo.

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Secondo la Cassazione, un caso del genere può configurare il mobbing: da una parte, si legge nell’ordinanza, c’è l’accertata esistenza di una dequalificazione e di diverse condotte datoriali illegittime, che il tribunale è riuscito a identificare come atteggiamenti persecutori nascosti dietro apparenti atti organizzativi. Dall’altra, è stato dimostrato che la situazione subita dal dipendente lo ha reso fisicamente più fragile e soggetto a sviluppare una patologia.

In sostanza, conclude la Suprema Corte, il continuo e irrazionale trasferimento di mansioni può celare un intento vessatorio e causare un problema di salute. Tanto basta per concludere che si tratta di mobbing e per riconoscere il risarcimento del danno.

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