Quando è possibile negare gli alimenti al figlio?
I genitori possono rifiutarsi di sostenere il proprio ragazzo che non ha soldi per mangiare, vestirsi, pagare un affitto o comprare medicine?
La legge stabilisce che tutti i figli maggiorenni, compresi quelli nati fuori dal matrimonio e anche se non più mantenuti dai genitori, hanno diritto di chiedere ai genitori stessi gli alimenti, intesi come la prestazione economica che serve ad avere soddisfatti i bisogni primari (mangiare, vestirsi, avere un tetto sopra la testa, ecc.). A due condizioni, però: che ci sia un effettivo stato di bisogno e che siano incapaci di provvedere da soli al proprio mantenimento, ad esempio a causa di una malattia, di disabilità o altro. È la prima condizione, quella dello stato di bisogno, quella che scomoda più spesso i tribunali: quando si può dire che il ragazzo è impossibilitato a farlo e quando, invece, si può sostenere che non ne ha proprio voglia perché è più comodo che ci pensino i genitori? Di conseguenza, quando si è obbligati ad agire e
Negare gli alimenti è più difficile che continuare a mantenere il proprio ragazzo fannullone: a nessuno piacerebbe vedere un figlio ridotto alla miseria e, così, si finisce per cedere, per rimandare il problema, per dire «guarda che è l’ultima volta, devi trovarti un lavoro». La Cassazione, però, ha posto dei limiti più volte, anche con un’ordinanza depositata di recente. Vediamo che cosa dice.
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Differenza tra alimenti e mantenimento
Attenzione a non confondere due cose che spesso vengono usate come sinonimo ma che non lo sono affatto. Per «
Possono essere corrisposti in denaro, con un assegno oppure in altri modi, come quello di ospitarlo in casa finché ha bisogno.
Il mantenimento, invece, è quello dovuto all’ex coniuge più svantaggiato dal punto di vista economico o ai figli in caso di separazione per garantire loro il tenore di vita avuto prima della fine della convivenza. Non è, dunque, legato ad uno stato di bisogno in senso stretto ma va ben al di là delle necessità primarie.
Quando si ha diritto agli alimenti?
Come detto, dunque, il figlio ha diritto agli alimenti quando non è in grado di sostenere da solo le spese necessarie a soddisfare le necessità primarie come comprare cibo o vestiti, pagarsi un affitto, acquistare delle medicine, ecc.
Questo stato di bisogno, però, deve essere determinato da una serie di circostanze che non dipendono da lui. Può trattarsi di una patologia o di una disabilità permanente ma anche di un contesto che non favorisce la possibilità di trovare un lavoro o che non consente di avere un reddito dignitoso: si pensi a chi ha soltanto dei lavoretti saltuari per i quali incassa poche centinaia di euro che non bastano nemmeno per pagare un affitto.
Quando si può negare il diritto agli alimenti?
Naturalmente, lo stato di bisogno che giustifica il diritto del figlio agli alimenti prima o poi deve finire, a meno che si tratti di un caso di disabilità grave che impedisce e impedirà in futuro di raggiungere l’autosufficienza.
La legge [1] consente di negare gli alimenti a un figlio agendo in tribunale quando:
- i genitori sono impossibilitati a versarli per motivi economici o non riescono ad ospitare il figlio in casa;
- il figlio fa un cattivo uso degli alimenti, cioè spende ad esempio i soldi dell’assegno ricevuto dai genitori in gioco, alcol o droghe.
A questi due motivi, la Cassazione ne ha recentemente aggiunto un altro: è possibile negare gli alimenti al figlio quando questi
Per la Suprema Corte, per avere diritto agli alimenti non solo va provato lo stato di bisogno ma anche l’impossibilità di uscirne, cioè di trovare un’occupazione che consenta a chi riceve questo aiuto di diventare autosufficiente, almeno in parte. Il figlio deve, insomma, dimostrare di metterci tutta la buona volontà per non continuare a gravare sui genitori. Se in un primo momento ci riesce solo in parte, pazienza. Ma quanto meno deve provarci e tentare di migliorare la sua situazione.
La Cassazione giustifica il permanere dello stato di bisogno solo quando vengono provate la propria invalidità al lavoro per incapacità fisica, e l’impossibilità, per circostanze a lui non imputabili, di trovarsi un’occupazione adatta alle sue attitudini ed alle sue condizioni sociali.